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XIII REDATTORE SOCIALE Capodarco di Fermo 1-3 Dicembre 2006 Seminario di formazione per giornalisti Titolo: Sotto il tappeto - I giornalisti e il coraggio del quotidiano di Valeria Magri
Il tema di questa XIII edizione del Seminario “Redattore Sociale”è stato il coraggio. Il coraggio quotidiano di guardare sotto il tappeto. Sotto il tappeto dell’informazione finiscono molte cose: notizie, persone, numeri, che i media, con molta attenzione, ci nascondono. Ecco perché Redattore Sociale quest’anno, dopo “l’ascolto” (2004) e “la meraviglia” (2005), ha chiuso questa trilogia con il coraggio. Un tema scottante. Il nostro pensiero va immediatamente alla giornalista russa Anna Politkovskaja, uccisa il 7 ottobre scorso, alla quale questa edizione di Redattore è dedicata. E se è vero che sollevando il tappeto si trovano interessanti testimonianze di coraggio, l’apertura del seminario ha inizio con due storie di coraggio davvero molto appassionanti. Mentre vengono narrate, assistiamo ad un profondo silenzio, in sala, che culmina con momenti di vera e profonda commozione. Non ci si può non commuovere quando le storie che ci vengono raccontate, non solo narrano fatti cruenti, sofferenze inaudite, ma proprio perchè sono vicende raccontate attraverso i vissuti delle persone, senza alcun obiettivo di spettacolarizzare l’evento ma semplicemente esporlo nella sua semplicità, per come è stato visto ma anche per come è stato portato dentro, nella propria interiorità. Perché noi siamo abituati ormai dai mezzi di comunicazione ai fatti-spettacolo. I racconti invece, come in questo caso, sanno offrirci sfumature, emozioni, immagini che solo chi non ha alcun interesse, che non sia quello di testimoniare ed esprimere il proprio vissuto, può darci. La riflessione e le testimonianze sul coraggio, in questa prima giornata di Seminario, è stata coordinata dal conduttore di Fahrenheit (Radio Tre) Marino Sinibaldi. Egli afferma che “il luogo del coraggio non è la trincea ma il campo aperto dove non c’è luce, non c’è campo, per raccontare cose che gli altri non hanno visto”. Le testimonianze sono molto diverse come anche i luoghi dell’esperienza. Marisa Galli, 76 anni, disabile e fondatrice insieme a Don Franco Monterubbianesi della comunità di Capodarco nel 1966 e Dorina Tadiello suora comboniana, medico e missionaria in Uganda durante gli anni cruenti della guerra. Marisa, tetraplegica fin dalla nascita, si occupa, nella comunità di Capodarco, di accoglienza e si è trovata, lei in quelle condizioni di debolezza fisica, a doversi far carico, per sua scelta, di una ragazza con problemi mentali, trovando in se stessa la forza e il coraggio di superare i suoi limiti fisici e di aprirsi ai sentimenti. Un’esperienza che sta continuando ancora oggi e di cui lei ne parla, ancora oggi, con stupore. Marisa ci racconta la condizione di semplice rassegnazione, da lei vissuta nella famiglia d’origine, che voleva dire “accettare tutto e non fare niente” spingendo il disabile in una situazione di passività e di non protagonismo della propria vita. Invece la vita di Marisa pur essendo stata vissuta in condizione di disabilità, allo stesso tempo, dopo l’incontro con Don Franco Monterubbianesi e quindi l’occasione per cambiare completamente la propria vita, è stata permeata di grande forza, coraggio e creatività. La seconda testimonianza ci viene da Dorina Tadiello che in modo asciutto e minimale ci racconta storie accadute dall’altra parte del mondo. E’ con molta delicatezza ma anche con una spietata lucidità che ci parla dei bambini soldato, rapiti dalle proprie madri e ridotti a cieca obbedienza attraverso incredibili violenze, la sofferenza delle malattie, della guerra…Dorina parla dell’Africa come di una realtà molto raffinata dal punto di vista umano. Dice che “è una società molto attenta alle relazioni umane, un mondo molto ricco di umanità e calore dove l’accoglienza è un rito, è sacra. Un mondo non retrogrado come lo definiamo noi ma raffinato e sofisticato dove ognuno ha un ruolo molto importante e dove la persona vale per quello che è”. Ma è quando ci parla della sua esperienza, come medico presso l’ospedale missionario di Lachor, durante l’epidemia di Ebola, una malattia altamente contagiosa, che emergono forti tratti di commozione nelle sue parole. Dorina assiste questi malati morenti e lo fa con vicino una presenza molto qualificata il Dott. Matthew Lukwiya, medico infettivologo che si è formato all’estero. Dorina assiste alla morte di varie persone tra cui anche alcuni infermieri e lo stesso dott. Lukwiya. I particolari di questo suo racconto ci lasciano senza parole, e ci fanno pensare che nonostante tutto in mezzo a tutta la violenza del mondo, ci sono persone come queste che rischiano la loro stessa vita pur di salvarne altre. Interessanti anche i tre workshop: uno aveva per argomento la situazione attuale dei giornalisti, il precariato e non solo. Un altro aveva come argomento l’immigrazione e un terzo aveva come tema la legalità e il suo contrario. E con l’ultima testimonianza, quella della domenica mattina, si è concluso il seminario immettendoci in un territorio a noi lontano: la Cina. Questa testimonianza ci viene da un giornalista francese condirettore di Liberation, Pierre Haski, che con il suo racconto, ci mostra qualche cosa che sta sotto al tappeto, in un angolo della Cina, l’Henan dove è accaduta una cosa terribile. In questo territorio, nei primi anni novanta, è stata avviata e incoraggiata la vendita del sangue per combattere la povertà e risolvere la situazione economica dei contadini di quella regione. Durante l’operazione non vengono usate precauzioni sanitarie, il sangue viene messo tutto insieme senza alcuna prudenza, viene isolato il plasma del sangue e reiniettato nelle persone. Vi sono state molte morti per aids e il commercio è stato interrotto. Ma la popolazione rimane isolata da ogni informazione, il governo tace. Gli articoli di Haski sul caso fanno il giro del mondo ma i responsabili rimangono impuniti. Huski vuole scrivere un libro sui contadini malati di aids e quando sembra ci sia anche l’editore la conclusione è che in Cina l’Aids è un tabù e non se ne può parlare. A questo punto il giornalista, in clandestinità, visita quella zona parla con le famiglie, scrive le loro storie e pubblica in Francia il libro sul sangue cinese. Per concludere Huski dice: “Bisogna andare sempre a guardare sotto al tappeto ma non sempre basta per fare uscire la notizia; l’informazione non basta se non c’è collegamento con la società”. Il Seminario finisce e noi torniamo alle nostre quotidiane occupazioni. Si torna sempre da queste giornate con una maggiore consapevolezza rispetto al giornalismo. Ma soprattutto questo momento ci aiuta a guardare oltre l’orizzonte del nostro modo di vivere e di lavorare. Ci fa incontrare altre persone che ci arricchiscono con le loro testimonianze. Un modo per conoscere altri mondi e altre storie di coraggio sotto i tappeti della realtà. Empatizzando con i protagonisti di queste suggestive storie di vita ci sentiamo anche noi dentro a quelle realtà. In termini socioterapeutici, il nostro essere lì ci porta a sviluppare una rappresentazione - l’immagine (I) e l’investimento affettivo sull’immagine (IF) - che è già motore di azione. Anche noi infatti ci sentiamo partecipi di quell’evento raccontatoci con tanta competenza evocativa. Questo ci induce ad una condivisione emotiva così alta da farci sentire parte di quella storia e quindi anche parte di un’umanità povera e sofferente.
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