Il viaggio reale

prima parte
 

(di Maurizio Maccaferri)
 

Tre anni dopo l’ultimo tentativo, il viaggio virtuale (vedi il Bradipo, rivista n.7, sez. Voci numeri precedenti) si è finalmente trasformato in viaggio reale. L’occasione mi è stata fornita da un viaggio di conoscenza e di scambio organizzato dall’Arci: l’ultima settimana dello scorso mese di maggio sono finalmente andato in “terra santa”, giungendo quindi nello stato israeliano e nei territori palestinesi. Nonostante le rassicurazioni della vigilia in merito alle condizioni politiche relativamente tranquille, nonostante il fatto che fossimo un gruppo relativamente piccolo (11 persone) e quindi meno soggetto a controlli e a restrizioni – l’ultima volta il governo israeliano aveva respinto alle frontiere più di un centinaio di attivisti internazionali – negli ultimi giorni prima della partenza una tensione crescente si era impadronita di me. Tensione che ha iniziato ha scemare solo durante il volo aereo Milano-Tel Aviv e che si è trasformata in emozione ed eccitazione quando siamo giunti a Gerusalemme.

L’arrivo nella città contesa, capitale delle tre grandi religioni monoteiste, è avvenuto nelle prime ore del mattino. Il nostro albergo si trovava a ridosso delle mura ottomane della città vecchia, mura rese ancora più incantevoli dai primi raggi di sole dell’alba. Solo dopo alcune ore – il tempo di riposare e di effettuare la prima visita ad un campo profughi – abbiamo varcato la porta di Damasco e siamo entrati dentro la città, infilandoci negli stretti vicoli pieni di bancarelle e di piccoli negozi. L’attesa non è stata vana: uno dopo l’altro si sono susseguiti i luoghi sacri – il Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, la Spianata delle Moschee – in una soluzione di continuità quasi disarmante, tanto erano intrecciati i percorsi e perfino gli edifici (il Muro del Pianto sta esattamente sotto la spianata delle Moschee).

Lo scopo del viaggio non era solo conoscitivo e di visita, e fin da subito abbiamo iniziato un fittissimo programma di incontri e di riunioni con le persone e con le realtà con le quali l’Arci collabora da diverso tempo. Pur essendomi documentato tanto negli ultimi anni sulla terra santa – dagli articoli di giornale ai saggi, dai film e documenti cinematografici alle assemblee pubbliche – la sensazione è stata quella di trovarmi in un posto sicuramente diverso dalle rappresentazioni che mi ero costruito; un posto che più di ogni altro deve essere visitato e vissuto il loco per essere realmente compreso. Una cosa è sentirsi raccontare in maniera dettagliata che cos’è un check point – posti di controllo dell’esercito israeliano situati nelle zone di confine tra i territori palestinesi, lo stato israeliano e gli insediamenti dei coloni - un’altra cosa è attraversarlo, vedere da vicino i visi e le espressioni dei palestinesi in perenne attesa così come i volti dei giovani israeliani (normalmente ragazzi di vent’anni in servizio di leva) che si apprestano ad effettuare controlli fin troppo rigorosi. Il leit motiv del viaggio è stato appunto per me quello di rinvigorire conoscenze pregresse approfondendo e toccando con mano molti aspetti che vanno a costituire quella che è stata definita la “questione israelo-palestinese”. L’impressione di trovarsi di fronte a due popolazioni in conflitto permanente – tale è la situazione dal 1948 ad oggi - è stata accompagnata dalla sensazione che vi sia ancora una possibilità di dialogo, al dl là degli ultimi accadimenti politici. Da una parte la rabbia e lo sconforto ma anche la speranza dei palestinesi incontrati; dall’altra la potenza, la superiorità ma anche il disorientamento degli israeliani, disorientamento sottolineato dai nostri interlocutori che con diversi accenti ci hanno raccontato di una società in difficoltà.

La visita ai luoghi religiosi ha probabilmente ampliato queste sensazioni; di fronte a luoghi e a simbolismi millenari l’attuale conflitto sembrava più piccino, sormontato da tanti secoli di storia e da tante vicende umane.

Il viaggio si è concluso con un ultima visita alla città vecchia di Gerusalemme e con i minuziosissimi controlli dell’aeroporto di Tel Aviv prima del ritorno. Tutte le cose che ho visto, le contraddizioni, le situazioni di sofferenza anche al limite dell’indigenza – fra tutte, quell’immenso campo profughi che è la striscia di Gaza, una delle zone più densamente popolate di tutto il pianeta – sono passate un po’ in secondo piano rispetto alle ultime due tappe. L’immagine del paese perennemente assediato e in guerra con i vicini si è contrapposta all’immagine della città santa come mosaico di opposti intrecciati fra loro. Gerusalemme, dove magari fondamentalisti di differenti religioni si trovano a pregare a poche decine di metri di distanza l’un l’altro, rimanda ad un convivenza fisica irrinunciabile, e secondo me ci dice che nessuna soluzione unilaterale può imporsi e che occorre  - con ostinata insistenza - trovare solo le modalità per affermare in tutta la terra santa tale convivenza.