Il paesaggio sullo sfondo delle macerie

DOPO LO TSUNAMI

la situazione passati otto mesi

di Maurizio Maccaferri

 

Lo scorso 26 dicembre un tragedia immane si è abbattuta sul sud-est asiatico. Lo Tsunami, l’onda mortifera causata da uno dei maremoti più grandi che la storia ricordi, si è abbattuto sulle coste di Sri Lanka, India, Maldive, Thailandia, Indonesia causando centinaia di migliaia di vittime. Allora, una grande solidarietà internazionale si era subito attivata riuscendo in poco tempo a raccogliere ingenti somme di denaro destinate all’aiuto alle popolazioni colpite e alla ricostruzione. Ma qual è la situazione adesso, a diversi mesi di distanza dalla tragedia, dopo che la grande attenzione prestata dai media internazionali nei giorni successivi all’evento è andata scemando in maniera fin troppo veloce?

Nel tentativo di rispondere a questa domanda un aiuto ci può venire da Juan Josè Millas e dal suo reportage sullo Sri Lanka alcuni mesi dopo il maremoto, reportage pubblicato sul El Pais Semanal e tradotto in italiano dall’Internazionale. Lo Sri Lanka descritto da Millas è molto lontano da quello che fino a poco tempo prima ci mostravano le agenzie di viaggio: il giornalista usa proprio l’immagine di una cartolina turistica alla rovescia, dove le bellezze paesaggistiche rimangono sullo sfondo sovrastate dai resti e dai detriti provocati dal maremoto. Il racconto di Millas è dettagliato, ricco di particolari e di storie di vita: il giornalista spagnolo descrive cosa ha lasciato lo Tsunami cercando di indagare il dolore degli abitanti dell’isola. Le situazioni sono in alcuni casi macabre: corvi che divorano un topo in mezzo alla strada; fosse comuni, con innumerevoli corpi sepolti a riva e il fetore che si espande di fronte alle acque cristalline; persone che non comprano più pesce al mercato per il timore di cucinare lo stesso animale che si è mangiato i propri familiari. Fa un po’ impressione rileggere a distanza di qualche tempo cose sentite e risentite i giorni subito dopo la tragedia. Uno su tutti, il racconto di un disastro ferroviario, con vagoni stipati di persone investiti in pieno dal maremoto. Dopo la prima onda solo gli uomini sopravvissuti hanno abbandonato il treno, in quanto le donne avevano i vestiti bagnati e si vergognavano a lasciare i sedili: la seconda onda non le ha risparmiate.

Millas ci parla anche degli aiuti occidentali e di come questi non sempre siano finiti nelle mani giuste. Il fenomeno citato viene descritto con un appellativo curioso, cioè le “Ong valigetta”. Si tratta di organizzazioni non governative occidentali che, dopo avere raccolto i fondi nei loro paesi, si sono trasferite in Sri Lanka, riuscendo ad aprire uffici faraonici ed ad avere agevolazioni fiscali per comprarsi automobili d’importazione di lusso. Una volta terminata questa operazione queste ong – trascurando gli aiuti concreti - hanno chiuso i battenti, tornandosene a casa a godersi i lauti stipendi e le grosse macchine. Lo stile è molto disincantato e privo di sensazionalismi, tipico dei reporter abituati a raccontare di fenomeni di corruzione in paesi del sud del mondo e delle responsabilità dei paesi occidentali. Come esempio positivo viene citata comunque un’altra organizzazione non governativa, Plan Internacional, che si occupa di ricostruzione preoccupandosi non solo degli aiuti materiali  anche di trasmettere conoscenze e competenze alla popolazione locale, in vista di una futura gestione autoctona della ricostruzione. Un’attività particolare di questa ong è la costruzione di latrine, del tutto assenti dopo il maremoto nelle zone colpite: Millas ci racconta come sia molto più facile far pubblicare un reportage sugli scandali della cooperazione internazionale piuttosto che un resoconto sulla situazione delle latrine in Sri Lanka.

La parte più interessante di questo articolo è quella in cui il giornalista spagnolo indaga, attraverso ripetute interviste, la percezione del dolore da parte di chi ha subito lutti ed ha perso tutto. La conclusione per Millas è sorprendente: il dolore è assente, la gente che non ha più niente parla dell’accaduto con una naturalezza quasi sconcertante, come se avesse ricevuto in cambio una storia che può raccontare ripetutamente alla stessa maniera di un brutto sogno. In uno scenario ancora pieno di distruzione e di morte, dove occorreranno anni per ripristinare le condizioni di vita esistenti prima dello Tsunami, Millas rimane spiazzato di fronte alla reazione della popolazione, e conclude il reportage definendo lo Sri Lanka bellissimo ma ineffabile, facendo cioè una sorta di dichiarazione d’impotenza.

La conclusioni di Millas sembrano essere le conclusioni di una cultura occidentale in difficoltà nel comprendere la concezione della vita e della morte che possiedono altre culture (più tipicamente orali), e mostrano che per portare un efficace “aiuto alle popolazioni colpite” spesso ci si debba spogliare delle proprie concezioni e convinzioni aprioristiche e si debba fare un’adeguata esperienza sul campo.