CHE SUCCEDE IN MEDIORIENTE?

di Maurizio Maccaferri

 

Il lembo di terra più turbolento del pianeta sta conoscendo un’altra stagione incandescente. I fatti sono agli occhi degli attenti osservatori ma è opportuna una breve ricostruzione, così come è apparsa nei principali media internazionali, per chiarire meglio alla maggioranza dei lettori le dinamiche di quanto accaduto finora.

Lo scorso 12 luglio i militanti del movimento libanese Hezbollah – che letteralmente significa partito di Dio – rapiscono due militari dell’esercito israeliano. A differenza di altre volte, la gravità dell’episodio è accentuata dal fatto che il rapimento avviene in terra israeliana. Il mese precedente un altro soldato israeliano era stato rapito nella striscia di Gaza dal braccio armato del partito fondamentalista di Hamas, attualmente al governo dell’Autorità Nazionale Palestinese. La reazione di Israele è questa volta molto forte. Hezbollah è un movimento che opera principalmente nel sud del Libano: l’aviazione israeliana inizia a bombardare pesantemente quelle che ritiene essere le basi operative della “guerriglia”. In pochi giorni si assiste ad una vera e propria escalation militare. I bombardamenti israeliani raggiungono quasi subito la capitale libanese, colpendo anche obiettivi civili e iniziando a provocare una grande ondata di profughi. Per contro, Hezbollah inizia a lanciare missili a breve e medio raggio contro le città israeliane del nord, causando a sua volta le prime vittime in campo avverso. Le ostilità proseguono per giorni, e gli appelli del premier libanese Sinoura e di buona parte della comunità internazionale cadono nel vuoto. Israele è decisa nel voler distruggere tutte le infrastrutture di Hezbollah, e per fare questo inizia l’offensiva via terra occupando i villaggi del Libano meridionale; Nasrallah – capo indiscusso del partito fondamentalista libanese – afferma che la resistenza potrà durare in eterno, arrivando a colpire fino a Tel Aviv. La diplomazia internazionale, ispirata dalla energica azione del ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema che riesce a trascinare anche gli Stati Uniti, insiste per un cessate il fuoco che metta in salvo le ormai centinaia di migliaia di civili libanesi in fuga dai bombardamenti. Israele continua imperterrito nella sua azione militare, indispensabile, secondo l’esercito più forte della regione, per spezzare la resistenza Hezbollah; Nasrallah, per nulla intimorito, continua indisturbato nei suoi proclami. L’azione diplomatica inizia a dare i suoi frutti, e si prospetta una risoluzione Onu che preveda il cessate il fuoco e l’invio di caschi blu in territorio libanese nella zona in quel momento occupata dall’esercito israeliano. Dopo 33 giorni di combattimenti il 15 agosto il piano dell’Onu ha finalmente successo. Le armi tacciono, l’esercito israeliano inizia a ritirarsi dal paese dei cedri e il suo posto viene progressivamente preso da migliaia di caschi blu (2500 dei quali italiani) con il compito di consentire all’esercito regolare libanese di riprendere il controllo del territorio, disarmando Hezbollah, e di far togliere il blocco aereo-navale di Israele.

Appena cessate le ostilità si è aperto subito il dibattito su chi fosse il reale vincitore di questo ennesimo conflitto. Le cifre non ci sono di grande aiuto, perché se da un lato mostrano il grande numero di vittime civili libanesi dall’altro non riescono a rendere conto del crescente consenso politici in tutto il mondo arabo di Nasrallah. La rivista Internazionale ha dedicato un numero di approfondimento alla guerra in Libano, cercando di indagare gli umori delle opinioni pubbliche dei diversi paesi mediorientali. Due sono le considerazioni principali che emergono dai diversi reportage. La prima è che Tsahal, l’esercito israeliano vincitore di tutte le guerre precedenti ha mostrato per la prima volta la sua vulnerabilità, fallendo sostanzialmente i principali obiettivi che si era prefisso – a tutt’oggi i soldati non sono ancora stati rilasciati e Hezbollah è sicuramente più forte di prima– e facendo crescere ancora di più la rabbia dell’intero mondo arabo a fronte della morte di tanti civili innocenti. In Israele si è levata una vibrante protesta nei confronti della gestione del conflitto, e la popolarità di Olmert e della compagine governativa  è scesa ai minimi storici. La seconda considerazione riguarda l’affermazione politica dell’Iran che, oltre ad essere il principale sponsor di Hezbollah (e il principale fornitore di armi), sta assumendo un peso sempre più crescente nello scacchiere geopolitico mediorientale. Gli assurdi proclami del presidente Ahmadinejad – rivolti alla distruzione dello stato di Israele – lo stanno purtroppo proiettando come leader indiscusso dell’area. Un’altra importante chiave di lettura ce la fornisce Seymour Hersh, famoso reporter statunitense esperto di conflitti internazionali. Hersh (il cui articolo è stato pubblicato su The New Yorker) paragona l’azione militare israeliana in Libano all’eventuale attacco americano in Iran, definendo la prima come un prova generale per il secondo. Il fatto che gli Stati Uniti siano intervenuti su Israele solo molto tempo dopo l’inizio del conflitto secondo Hersh è la prova di quanto sostenuto sopra. Le conclusioni a cui giunge il giornalista americano sono chiare. L’azione militare israeliana è riuscita a compattare l’intera comunità libanese - tradizionalmente molto divisa – contro Tel Aviv, e la stessa cosa è accaduta per i paesi arabi tradizionalmente più moderati e più vicini all’Occidente (quali Egitto, Giordania e per certi versi Arabia Saudita). Un eventuale e ulteriore intervento unilaterale di Washington, secondo Hersh, non farebbe altro che peggiorare la situazione, facendo tramontare ogni possibile piano di pace per la regione.

Il monito di Hersh – che è anche alla base dell’attuale azione diplomatica europea  - può essere tradotto nei nostri termini in un invito al mondo occidentale a non utilizzare un approccio unilaterale e unilineare quando interviene in altre parti del pianeta, con il rischio concreto di far diventare il conflitto uno scontro tra culture e di rinforzare così i leader più dispotici e intransigenti.