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…E SUL SIGNIFICATO ATTRIBUITO AL CIBO Contributo tratto dal Convegno sui Disturbi Alimentari di Maurizio Covarelli
(continuazione dell’articolo “LA RICERCA SUI COMPORTAMENTI ALIMENTARI…” di Maurizio Covarelli.[1])
Per proseguire la riflessione sull’intervento del Professor Benvenuti al Convegno di Ischia sui “Disturbi alimentari”, occorre ricordare che per la socioterapia - la quale elabora teorie di interventi personalizzati la cui efficacia operativa deve essere in seguito percepita - è che ogni fenomeno è un prodotto di caratteristiche collettive che riguardano però le dimensioni individuali (sociali, psicologiche, relazionali, organiche, ecc). Durante il suo intervento, Benvenuti ha ricordato che “…ad es., alcune popolazioni diverse dalla nostra non sanno cosa voglia dire il «male oscuro»…nel senso che o stanno male o stanno bene senza la conseguenza di elaborare schemi di angoscia quali quelli della nostra società. “Quello che mi ha incuriosito infatti, - dice Benvenuti - è un fatto singolare, caratteristico solo della nostra cultura: cioè il fatto che il cibo - di cui, organicamente, nessuno può fare a meno - per alcuni ragazzi acquista simbolicamente un significato diverso da quello degli altri e di molti adulti”. “Nei disturbi alimentari c’è un’ inversione di significato, di senso: il cibo, da benzina per il corpo, finisce per essere considerato - dalla nostra cultura - un nemico, proprio perché impedisce alla persona di gestirsi (cioè di gestire i propri riferimenti simbolici, come ad esempio l’immagine di sé)”[2]. “L’attacco, per molti, è su questo fronte”.[3]
Come spesso accade, diventa un problema di modelli.
Benvenuti continua sulla radice simbolica del disagio, ponendo l’attenzione sull’accentuazione dell’interesse collettivo nei confronti del cibo elaborata a livello sociale (ad esempio l’enfasi attuale rivolta verso i cibi genuini, biologici, non modificati ecc.). “Il bambino elabora la propria definizione del cibo sull’onda di un interesse enorme rivolto allo stesso sul piano simbolico, essendo esso un argomento forte di discussione a livello sociale. Noi facciamo in modo che un qualcosa che dovrebbe essere naturale, automatico, diventi invece problematico (le altre culture non capiscono tale nostro atteggiamento. Studi fatti in Inghilterra, rivelano che, se questa incomprensione è tale a livello di immigrati di prima generazione, quelle successive possono già mostrare segni evidenti di disordini alimentari)”.
“E’proprio nello scontro tra culture (significati), infatti, che salta fuori il disagio. Noi lavoriamo li”. “Quello che ci interessa è comprendere e verificare come i giovani si relazionano al cibo.”
A questo punto Benvenuti cita l’affermazione di uno dei presenti in aula che diceva: “…oggi qui si parla del cibo buono!”. “Ma cosa vuol dire buono? Dal punto di vista organico (naturale) dovrebbe significare che non deve essere eccessivo, ne poco. E dal punto di vista simbolico?” “Questa determinazione simbolica del cibo è quella che forse fa sì che il cibo, non sia buono: quante persone sono a dieta costante per dover affrontare un problema ad esso connesso?”. Il Professore conferma che “…prima di ogni intervento, bisogna andare a vedere cosa pensano queste due categorie (pre-adolescenti ed adolescenti) del cibo, e cercare di rilevare le loro, conseguenti, abitudini alimentari.” “È interessante constatare oggi che il direttore dell’Asl abbia in questa sede parlato di percorso terapeutico personalizzato (quando ne parlai io 25 anni fa mi maltrattarono!)”. “Ed ora, aggiungo, deve essere anche localizzato.”
Infine, nella fase conclusiva del suo discorso, Benvenuti pone l’accento sulle relazioni e sulle forme di condizionamento introdotte dei vari media, la cui rilevanza aumenta nel momento in cui il singolo si trova ad agire in un contesto di nuovi significati collettivi.
“I modelli fanno pressione, e non aderire ad essi può provocare il disagio”.
Il disagio, da questo punto di vista, potrebbe essere riletto come un segnale del corpo: se io ho un modello, esso è tale solo come schema mentale, ma nel momento in cui dovesse agire modificando anche i significati attribuiti a livello organico alle cose, tale modello potrebbe risultare incomprensibile dal punto di vista biologico. Il disagio, es. disturbo alimentare, può essere proprio causato da questa distonia tra il significato simbolico ed il significato organico del cibo (la mente si scontra con il corpo). [1] Vedi articolo www.ilbradipo.org , Inserti Speciali, “La ricerca sui comportamenti alimentari...”, di MaurizioCovarelli. [2] Corsivo mio. [3] Ogni riferimento “virgolettato” è una citazione di L.Benvenuti.
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