LO SCIPPO

L’esito della recente battaglia referendaria fa intuire quanto  sia drammatico il presente di questa nostra Italia. Rimane un acuto senso d’amaro in bocca e un desiderio di fuga da un paese che pare già in pieno sottosviluppo, per la disaffezione,  lo spregio della scienza e della democrazia – i massimi agenti di progresso della nostra civiltà - esibiti dalla maggior parte della classe politica e degli italiani. Il referendum è stato vinto in modo schiacciante da chi desiderava abrogare i quattro articoli della legge 40, ma paradossalmente l’astensione ha invalidato il risultato. La legge 75 della costituzione vincola, infatti, la validità dei risultati referendari al voto della maggioranza degli aventi diritto. Una rara barriera all’esercizio della democrazia diretta che, se applicata alle elezioni americane, avrebbe impedito la rielezione di Bill Clinton nel ‘96. 

E’ stata battuta la scienza, la competizione leale, ma la vittima principale è stata la virtù civica. Perché se è vero che la costituzione italiana impone limiti singolari all’esercizio della democrazia diretta, non si può dire che la fissazione del quorum equivalga ad un diritto costituzionale all’astensione. Al contrario, l’articolo 48 della costituzione sancisce testualmente che “l’esercizio del voto è dovere civico”, come l’intervista allo storico Maurizio Viroli della Princeton University  apparsa sul Corriere della Sera del 5 giugno ci rammenta. Pubblicata nelle pagine interne, come notizia secondaria, è a nostro avviso una chiave di lettura fondamentale per capire il significato profondo di questo referendum. Che dire del fatto che proprio le più alte cariche dello stato  (tacciamo del ruolo giocato dai religiosi che da Giordano Bruno e Galileo non si può dire che non sia migliorato), i presidenti della Camera e del Senato, abbiano chiamato i cittadini italiani all’astensione? E del fatto che il presidente del Consiglio dei Ministri non si sia recato a votare?

Quale classe politica è al timone del nostro paese, che apparentemente neppure conosce la costituzione cui ha giurato fedeltà?

Ma perché tanto accanimento nel rifiutare una leale competizione elettorale? La posta in gioco era alta: in passato i referendum hanno modernizzato l’Italia, facendo trionfare la volontà popolare su una maggioranza politica conservatrice che non la rappresentava più. Oltre alle vittorie popolari degli anni ’70, nel 1993, l’81,7 per cento votò a favore dell’abrogazione della legge elettorale proporzionale, con un’altissima affluenza alle urne, sbloccando una democrazia che aveva visto alternarsi 52 governi nel giro di 44 anni, ma un solo partito sempre in sella, la Democrazia Cristiana. Dal ’93, tuttavia, un rosario di risultati referendari è stato disatteso dal parlamento italiano che ad essi non ha adeguato le leggi. La stessa riforma elettorale è stata parzialmente vanificata dall’introduzione di una quota proporzionale. Gli elettori, disillusi e fuorviati, hanno risposto disertando le urne referendarie in modo vieppiù massiccio, rassegnati allo scippo di un diritto sancito dalla Costituzione italiana. Da anni, ormai, i referendum sono battuti dall’astensione. Ha avuto quindi buon gioco la parte più reazionaria del paese che ha intuito che il rifiuto del confronto elettorale e il richiamo all’astensione era la carta vincente.

Oltre alla schiera dei disillusi, vi è quella per cui i temi della battaglia referendaria paiono infinitamente remoti. Non è un caso che l’astensione più massiccia si sia registrata nel meridione d’Italia. Un meridione lontano anni luce dalle problematiche di scarsa fertilità e di malattie senili dell’opulento e colto nord. Un meridione per il quale essere chiamato alle urne per tematiche apparentemente complesse e sottili può apparire quasi uno sberleffo, un’umiliazione. Un meridione la cui bellezza senza eguali è palcoscenico impassibile di problemi economici e sociali che pare non possano trovare soluzione. Un meridione dimenticato dalla politica, che lotta per la sopravvivenza, schiacciato sotto il peso della disoccupazione e di una criminalità mafiosa che preclude ogni speranza di sviluppo.

I risultati referendari producono dunque una fotografia impietosa e desolante dello stato della democrazia, della giustizia e dello sviluppo in Italia.

Urge riavviare il cambiamento e per riuscirci è necessario riappropriarsi di un’arma di cui una certa classe politica ha privato cinicamente e impropriamente il cittadino italiano. I nostri padri costituenti intendevano forse premiare il qualunquismo, il disimpegno civico?  Pare improbabile. Pare sia più un’interpretazione arbitraria di poco degni successori. Nelle democrazie avanzate chi vota è sempre più spesso una minoranza della popolazione. Non votano gli indifferenti, i qualunquisti, i pigri, i cinici, ma anche chi ritiene sia giusto demandare delicate questioni politiche ad una classe dirigente profumatamente pagata per svolgere il lavoro di rappresentanza. E’ giusto dunque che a contare sia il voto di chi spende parte del proprio tempo ad informarsi perché crede che il voto sia un dovere civico, oltre che un diritto per il quale tanti italiani hanno dato la vita.

Patrizia Marani