Il giornalismo umanitario: riflessioni

di Maurizio Covarelli

Se ci soffermiamo ad analizzare l’affermazione di A. Negri (riportata nell’articolo “Il giornalismo umanitario tra illusione e speranza”, n.d.r.), possiamo riconoscervi alcuni aspetti che inducono ad una riflessione; in particolare quella sul ruolo che il medium televisivo assume nel momento in cui veicola l’informazione.
La notizia, quella confezionata per la “cultura tipografica”, quella propria della dimensione occidentale, necessita di un accompagnamento in termini descrittivi, utile alla esplicitazione di un particolare punto di vista: l’interpretazione dei fatti. Il cronista si cimenta nell’analisi del dato percettivo che, normalmente, dovrebbe essere quello da lui stesso provato. Questo probabilmente è il ruolo rivendicato dallo stesso Negri. Ma questo, probabilmente, è anche un ruolo, oggi, di difficile attuazione.
Nel momento in cui il dato, l’informazione, è trasferita direttamente al pubblico per mezzo di un medium ad alta intensità partecipativa come quello televisivo, ogni ulteriore commento non solo è superfluo, ma probabile bersaglio di critiche, da parte di un utente che ha già l’illusione di essersi creato un proprio punto di vista; un’ulteriore interpretazione potrebbe essere un’inutile fardello, che l’utente potrebbe non apprezzare. Uno scenario di guerra che entra nelle case di milioni di persone non ha bisogno di essere rinforzato da un altro medium, cioè dal cronista tipografico.
Ma non basta. L’informazione deve essere selezionata a priori. L’alto livello di partecipazione posseduta già dal medium televisivo, induce l’utente a viversi l’evento in prima persona, non come osservatore neutrale, ma con l’illusione di essere un partecipante attivo. E’ a questo punto che la notizia è comunque filtrata, censurata, a volte costruita a tavolino per esigenze di mandato (giornalistico?), avendo come eventuale scusa il fatto che non ci si può permettere di sconvolgere (stravolgere) l’opinione pubblica, i cui livelli di partecipazione (ascolto) sono il “prodotto” di tale mandato.
Dove finisce l’informazione e dove comincia la manipolazione culturale? Difficile definire il confine senza un’analisi degli effetti individuali che porta l’assunzione della notizia mediante tale medium. Mentre i produttori e gli editori sanno bene, comunque, che per vendere – perché questo è lo scopo economico, perciò quello privilegiato – l’utente non “vuole” partecipare a scene di violenza integrale. Il tipo di consumatore sedimentato preferisce, spesso, partecipare come invitato all’interno della casa del “Grande Fratello” (i personaggi sono parte della nostra vita quotidiana). Questo spiegherebbe perché i dati relativi alle programmazioni dei maggiori telegiornali italiani, rilevati nell’arco di due mesi, mostrano come, mentre sulla carestia in Niger sia stato dedicato lo 0,1% dello spazio totale, pari a 19 minuti, nello stesso periodo, al gossip sui Vip, è stato dedicato il 2,7%, pari a 11 ore e 35 minuti (Fonte: Osservatorio di Pavia). Chi progetta il palinsesto sa che la notizia sul delitto di Cogne va rinforzata fino al punto in cui i temi inducono a farci assumere il ruolo di giudici o psichiatri (punto di vista esterno), ma si fermano nel momento in cui la stessa notizia porta a far partecipare troppo l’utente (coinvolgimento emotivo, “…come se fosse successo a me…”).
La televisione ha cambiato anche i giornali. La forma a mosaico assunta e la struttura a tabloid inducono ad un coinvolgimento che richiama e rinforza l’immagine televisiva: leggiamo il giornale con lo stesso livello di selezione (partecipazione) con cui cambiamo canale.
Ed il giornalista, che nuovo ruolo assume? Questo è l’attuale ambito di sviluppo della riflessione giornalistica.
La Meraviglia, titolo del seminario svolto a Capodarco, che per tre giorni è stato tema di discussione, ricercata con nostalgica malinconia dai partecipanti, trova ancora posto nello spirito dell’informazione assunta dagli utenti dei nuovi media?