VERSO UN PIANETA SPOPOLATO

 

scenari e previsioni per i prossimi decenni

 

di Maurizio Maccaferri

 

 Secondo gli studiosi di demografia nei prossimi decenni la popolazione mondiale non crescerà al ritmo previsto. Tale affermazione è riportata da un articolo, pubblicato su Le Temps (rivista svizzera) e poi tradotto in italiano da L’internazionale, il cui autore , Etienne Dubuis, ci dice anche che ciò porterà gravi conseguenze  sociali ed economiche.

Dubuis sintetizza i lavori del quindicesimo Congresso internazionale della popolazione, svoltosi nello scorso luglio e i cui lavori sono stati aperti da Jacques Vallin, presidente dell’Unione internazionale per lo studio sulla popolazione. Nell’ultimo mezzo secolo – ci ricorda Dubuis – la tesi prevalente tra i demografi è stata quella della “transizione demografica”: la popolazione del pianeta passerebbe da un punto di equilibrio all’altro, e la riduzione del tasso di mortalità dell’ultimo secolo, dovuto ai progressi della scienza medica, sarebbe stato accompagnato dalla diminuzione del tasso di natalità. Questo equilibrio oggi viene messo in discussione. Vallin ha spiegato al convegno che l’aspettativa di vita negli ultimi vent’anni ha avuto un’impennata radicale, passando dai 75 anni degli anni ’80 fino ai quasi cento dei giorni nostri. Il forte innalzamento della speranza di vita si unisce però ad un forte abbassamento dell’indice di fertilità, causando fenomeni altrettanto radicali di generale invecchiamento della popolazione. La previsione riguardante il fatto che il tasso di fertilità si mantenesse sui 2,1 figli per donna – tasso necessario secondo i demografi a una popolazione per riprodursi – è andata disattesa. In Europa – sempre secondo i dati del convegno citato– il tasso è sceso a 1,4, con punte di 1,2; in Asia orientale è sceso a 1,6  con il dato record di Hong Kong (0,8). Molti demografi pensavano che tale dato potesse essere compensato da alti tassi di fertilità delle popolazioni del sud del mondo, ma ciò non sta avvenendo affatto. Il risultato è che se fino a poco tempo fa per il 2050 si prevedeva una popolazione di 15 miliardi di persone ora non se ne prevedono più di nove.

Le conclusioni di Dubuis sono abbastanza pessimiste. Lo spopolamento dovuto all’invecchiamento del pianeta – secondo l’autore – provocherà un problema di ripartizione di ricchezza, perché sempre meno lavoratori dovranno farsi carico di sempre più persone. Le società industrializzate dovranno rivedere la loro organizzazione produttiva, in quanto verranno sempre meno le risorse che oggi l’immigrazione dai paesi del sud del mondo garantisce – in primis risorse demografiche.

La tesi sostenuta in questo articolo è interessante, se non altro perché ci riporta ad una tematica già affrontata in altri articoli, ovvero la limitatezza delle risorse del pianeta, anche se in questo caso si parla di risorse umane. Tuttavia lo scenario evocato non è ben definito, privo di dati concreti, e potrebbe lasciare spazio a svariate ipotesi di evoluzione della società mondiale. . Ne abbiamo elaborate due. La prima, in sintonia con quanto sostenuto da Dubuis, prefigurerebbe società occidentali anziane incapaci di trovare la forza lavoro necessaria per mantenere l’attuale stile di vita. Si assisterebbe cioè ad un impoverimento generale dovuto non solo al peggioramento delle condizioni economiche ma anche e soprattutto alla mancata realizzazione delle aspettative circa le condizioni di benessere che si sono generate negli ultimi anni. In questo caso si avrebbe una sorta di implosione della società occidentale, che probabilmente trascinerebbe con sé il resto del pianeta a causa dei rapporti di forte dipendenza esistenti. La seconda ipotesi partirebbe sempre da un invecchiamento generalizzato, ma prefigurerebbe società occidentali che, di fronte ad una carenza di risorse, sarebbero in grado elaborare uno stile di vita più sobrio  e quindi di rivedere al ribasso i livelli di consumo e conseguentemente di sfruttamento dell’ambiente. Questa ipotesi potrebbe generare un maggior equilibrio, sia all’interno della stessa società occidentale sia nei rapporti tra quest’ultima e i paesi del sud del mondo, in questo caso meno soggetti a sottrazione di risorse e quindi più capaci a provvedere autonomamente al proprio sviluppo.

La riflessione potrebbe continuare ma si tratterebbe solamente di scenari ipotetici, non supportati da previsioni che si vogliono scientifiche ma basati a loro volta su un’ipotesi iniziale che sembra non prendere in considerazione tutte le variabili che caratterizzano lo sviluppo umano. L’approccio demografico dimostra cioè la sua utilità nella comprensione delle dinamiche evolutive ma si rivela parziale quando non tiene conto delle componenti sociali e culturali, indispensabili per un’adeguata analisi della società mondiale.