Nell’ultimo quarto di secolo lo stato libanese è balzato agli
onori della cronaca numerose volte. Il “paese dei cedri”, culla
della antica civiltà fenicia, fino agli anni Settanta era
considerato come la Svizzera del Medioriente, paese ricco e
prosperoso dove i miliardari e i petrolieri del golfo persico
venivano a concludere gli affari e a passare lussuose vacanze.
Nel 1975 una sanguinosa guerra civile ha segnato il destino del
paese ipotecando un futuro che si è rivelato pieno di violenza e
distruzione.
Oltre alla floridezza economica, la peculiarità del Libano,
soprattutto rispetto agli altri stati arabi della regione, è
sempre stata la sua straordinaria composizione multietnica: un
puzzle di ben 17 etnie, comunità e confessioni religiose che,
nel corso dei secoli, si sono trovate a convivere in quel
piccolo lembo di terra che si affaccia sul mediterraneo
orientale. Se analizziamo da vicino questo mosaico di
popolazioni ci possiamo rendere conto della particolarità dello
stato libanese. I principali gruppi etnici risultano essere
infatti cristiano maroniti, sunniti, sciiti, drusi (sempre
musulmani) e greci ortodossi; praticamente, tutti i protagonisti
della storia del Medioriente da due millenni a questa parte
riuniti in un unico stato. Protagonisti la cui convivenza si è
sempre basata su fragili equilibri, su alleanze mai durature e
spesso contraddittorie, coinvolgendo anche altri attori della
politica mediorientale – in primis Israele e Siria, ma anche
superpotenze quali Francia, Stati Uniti e l’allora Unione
Sovietica – e che è sfociata in un conflitto che si è rivelato
lungo e recrudescente, difficilmente risolvibile. La guerra
civile libanese non ha mai assunto la forma di una guerra di
religione; piuttosto, uno scontro tra popolazioni ancora legate
ad un approccio pre-tipografico alla vita, definito anche
levantino, che pur di affermare il proprio potere finiscono con
l’essere pronte a fare e disfare alleanze anche con gli alleati
più improbabili.
Il Libano è tornato alla ribalta in questo ultimo periodo per
l’assassinio di Rafik Hariri, ex primo ministro dimessosi in
polemica con il capo dello stato e al momento della morte capo
dell’opposizione parlamentare. L’omicidio è avvenuto nella
capitale libanese attraverso l’esplosione di una autobomba, alla
stessa identica maniera degli innumerevoli attentati che hanno
infestato Beirut agli inizi degli anni ’80. Hariri, come ci
riporta la stampa internazionale, è stato un personaggio molto
discusso: miliardario, protagonista della ricostruzione e del
rifacimento a nuovo di Beirut, era diventato famoso per il suo
“trasformismo”, che gli aveva permesso di giungere alle più alte
cariche dello stato. La responsabilità politica dell’attentato è
stata immediatamente attribuita alla Siria. In men che non si
dica si è creato nel paese un vasto movimento di opinione
pubblica a favore del ritiro delle truppe siriane – fino a poco
tempo fa era addirittura proibito parlare male di questo paese –
movimento che ha causato la caduta del governo in carica e la
promessa, sotto la spinta esterna degli Stati Uniti, di un
ritiro reale di tali truppe.
Un aiuto per cercare di districarsi nella complicata matassa
libanese ci può venire dall’articolo di Gabriele Romagnoli,
pubblicato su La Repubblica lo scorso 5 marzo e dedicato a Walid
Jumblatt, leader della comunità drusa e personaggio politico del
momento. La storia di quest’uomo può essere considerata molto
emblematica. Romagnoli ci racconta come Walid, figlio del più
famoso Kamal (ucciso nel 1977), sia stato il più fedele alleato
della Siria fino al 2000, alleanza che gli ha procurato
importanti cariche e favori. Da qualche anno a questa parte ha
invece iniziato a scommettere sulla decadenza del regime di
Damasco, entrando in conflitto con il presidente libanese Lahoud,
considerato invece filosiriano. Ferocemente contrario
all’occupazione americana dell’Iraq, qualche mese fa ha cambiato
idea, e per procurasi i favori di Washington ha recentemente
stretto alleanze con i cristano-maroniti, suoi avversari
storici. Romagnoli conclude dicendo che Jumblatt avrebbe un
futuro importante nel nuovo Libano, e che probabilmente
attaccherebbe gli alleati di oggi che tornerebbero a essere i
nemici di domani.
L’articolo di Romagnoli ci riporta alla realtà e smorza un po’
gli entusiasmi di quanti, tra i mass media internazionali,
avevano già inneggiato alla rivoluzione democratica del paese
libanese – si era parlato di “intifada non violenta” – e alla
sua esportabilità negli altri paesi mediorientali. In altre
parole, l’articolo ci ricorda l’importanza di non guardare solo
con occhi “occidentali”, e quindi tipografici, realtà e culture
che tipografiche non sono, e che quindi vanno analizzate nella
loro specificità.