Israele/Palestina

seconda parte
 

(di Maurizio Maccaferri)
 

Gli accadimenti storico-politici degli ultimi anni ci hanno mostrato come le guerre e i conflitti sviluppatisi nel medio Oriente abbiano influenzato gli equilibri economici e geopolitici dell’intero pianeta. In particolare, i destini di questa regione si sono fortemente intrecciati e interrelati con quella che è stata definita la questione israelo-palestinese, cioè con il conflitto nato in “terra santa” tra il nascente stato ebraico di Israele e le popolazioni arabe che abitavano la zona. Con la scopo di comprendere meglio la nuova fase politica e sociale che si è venuta a creare dopo la morte di Arafat e l’annunciato ritiro da Gaza da parte di Sharon, una delegazione nazionale dell’Arci – a cui ha preso parte anche il sottoscritto – si è recata in Israele e in Palestina nello scorso mese di maggio. L’Arci ha rapporti storici di scambio e di cooperazione con la società civile palestinese e israeliana; attraverso incontri e visite alle tante realtà e alle tante persone con cui l’associazione collabora, la delegazione ha potuto toccare con mano problematiche e contraddizioni che dominano quella terra.
La prima cosa che balza agli occhi è infatti la distanza tra la situazione che abbiamo visto e l’analisi compiuta dai media nazionali ed internazionali in questi ultimi mesi. Di fronte ad un anche troppo paventato miglioramento del clima politico-sociale – tregua fra le varie fazioni palestinesi con la cessazione di attentati suicidi, prima evacuazione degli insediamenti israeliani – la situazione si è presentata molto più complessa e diversificata, e priva di quel generale ottimismo che trapela da tanti articoli e saggi apparsi negli ultimi tempi.
Le visite in diverse città dei territori palestinesi – Gerusalemme Est, Ramallah, Betlemme, Hebron, Jenin, Tulkarem e soprattutto Gaza – ci hanno mostrato le gravi condizioni socioeconomiche in cui versa attualmente la società palestinese. Alto tasso di disoccupazione –incrementato ulteriormente dopo la seconda intifada a causa della quasi impossibilità per i palestinesi di andare a lavorare in territorio israeliano – crescenti situazioni di disagio giovanile con episodi di violenza e tossicodipendenza, destrutturazione del nucleo familiare con forti problemi per il ruolo della donna, sono caratteristiche sempre più ricorrenti, e rendono ancora più difficile la realizzazione dei tanti progetti di cooperazione che l’Arci ha sul campo. Tale condizione vedrà, a detta di tanti testimoni significativi incontrati, un ulteriore peggioramento con la costruzione ed il consolidamento del muro di sicurezza, che già adesso è presente per diversi tratti. Tale muro, nato con l’intenzione di separare in maniera unilaterale lo stato israeliano dai territori palestinesi per impedire attentati e azioni terroristiche, se da un lato sta raggiungendo questo obiettivo dall’altro farà aumentare la frammentazione dei territori stessi – alcuni villaggi verranno letteralmente divisi a metà – riducendo ancora di più le possibilità di comunicazione tra i palestinesi. Nonostante ciò, dal punto di vista politico la società palestinese sta vivendo una fase di cambiamento dopo l’elezione a presidente di Abu Mazen. La tregua armata proposta da quest’ultimo sta reggendo; la stessa decisione dei fondamentalisti di Hamas di partecipare alle prossime elezioni legislative viene vista in maniera positiva dalla maggioranza della popolazione, animata dalla speranza di poter finalmente gestire autonomamente parte del proprio destino.
Anche la società israeliana sta vivendo una fase abbastanza contraddittoria. Diverse testimonianze ci hanno parlato di una condizione socioeconomica non rosea – frutto anche degli alti costi dell’ occupazione militare dei territori– e di crescenti disuguaglianze fra gli stessi cittadini di Israele. La supremazia militare ormai accertata nei confronti degli arabi è accompagnata da un senso di crescente insicurezza avvertibile in tutti gli strati della popolazione. La stessa decisione unilaterale del ritiro dalla striscia di Gaza – criticata sia dai coloni e dall’estrema destra perché immorale sia dalla sinistra e dalle associazioni pacifiste perché troppo limitata – è sintomo di questo disorientamento. Emblematica è la situazione dell’immigrazione straniera (essenzialmente asiatica e russa) dentro lo stato israeliano. Iniziato e favorito agli inizi degli anni 90 fondamentalmente per rimpiazzare la manodopera palestinese proveniente dai territori, il processo d’immigrazione ha subito un forte ridimensionamento negli ultimi due/tre anni a causa di leggi restrittive motivate dall’aumento del tasso di disoccupazione israeliano. Come ben ci ha spiegato la responsabile di un’associazione di Tel Aviv, il rischio è quello che l’opinione pubblica israeliana veda la questione dell’immigrazione solo come un problema demografico allo stesso modo in cui può vedere la questione palestinese solo come un problema di sicurezza.
Il conflitto israelo-palestinese è nato dallo scontro tra popolazioni essenzialmente orali ( e in parte anche nomadi) e popolazioni che provenivano da una cultura più tipografica. In tanti casi lo scontro si è trasformato in contaminazione; la stessa élite palestinese è stata spesso formata in occidente o in Unione sovietica e per questo è stata osteggiata dalle élites degli altri paesi arabi. Nonostante tanti aspetti negativi, l’impressione avuta a fine viaggio è che la maggior parte della popolazione delle due società mantenga la speranza che un punto d’incontro, una via d’uscita alla situazione attuale sia possibile. Di fronte ad opposti estremismi, occorre da parte nostra intensificare lo scambio e la cooperazione con quelle realtà, israeliane e palestinesi, che fanno del dialogo e del confronto la loro azione principale.