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INTEGRAZIONE?
di Maurizio Maccaferri
Verso sera, sul marciapiede di una delle strade
principali e più trafficate di Bologna, a pochi passi dalla sede
dell’associazione da dove siamo appena usciti insieme, A. mi confessa i suoi
dubbi riguardo al futuro. Più precisamente, mi dice che non sa se sarà
felice dopo che avrà compiuto la scelta che ha appena deciso di
intraprendere. A. è una ragazza maghrebina di 23 anni, giunta in Italia nel
2003 dopo un ricongiungimento familiare che ha visto progressivamente lei,
la madre e i suoi fratelli raggiungere il padre, già nel nostro paese da più
di dieci anni. Il velo che le avvolge il capo non le impedisce di mostrare
la sua espressione vispa e il suo sorriso solare (quello stesso sorriso che
gli immigrati in generale rimproverano a noi occidentali di non possedere);
cosiccome la sua profonda adesione a valori tradizionali tipici della sua
società di provenienza non le impedisce un serio tentativo di integrazione
nel territorio e nella società bolognese. La sua giornata tipica ne è un
esempio: A. si sveglia alle sei di mattina per andare a lavorare part time
in un’industria tessile, per poi svolgere il servizio civile volontario
durante il pomeriggio e frequentare le scuole serali fino al termine della
giornata.
Questa vita così intensa negli ultimi mesi è stata movimentata da un fatto,
“normale” per quelle che dovrebbero essere le convinzioni di A. e molto
“strano” per il modo di pensare della nostra società. L’età di A. impone a
lei di pensare seriamente al matrimonio, sbocco naturale nella sua società
di provenienza per una ragazza della sua età e primo passo verso la
costruzione di una famiglia solitamente numerosa. La consuetudine vuole che
la scelta dei futuri coniugi non sia il risultato di una libera decisione
dei coniugi stessi ma sia frutto di un accordo tra le rispettive famiglie;
in altri termini, siamo di fronte a quello che noi italiani abbiamo definito
come matrimonio combinato. La lontananza dal paese d’origine ha indotto A. a
cercare direttamente, senza la mediazione della famiglia, la persona che
poteva fare al caso suo. Il canale in questo caso è stata la comunità del
suo paese d’origine presente in Italia; il criterio sempre quello di
“combinare” le esigenze di matrimonio di due persone a prescindere dai loro
sentimenti. Fatto l’accordo, il futuro marito di A., che vive in un’altra
città italiana, si è presentato alla famiglia di lei e il padre di A. ha
dato l’assenso.
“Noi abbiamo categorie mentali diverse dalle vostre; l’amore è un qualcosa
che viene dopo il matrimonio e cresce insieme alla nascita dei figli” mi
dice A. quasi per giustificare e legittimare la sua scelta di fronte ai miei
occhi, salvo poi aggiungere “però quando il mio futuro marito è venuto a
casa mia per conoscere la mia famiglia non ho provato particolare felicità”.
Per un attimo il suo bel sorriso si spegne, ed io devo fare un grosso sforzo
per non pronunciare frasi banali.
F., studiosa delle problematiche dell’immigrazione nonché cara amica da me
interpellata qualche giorno dopo, mi dice che il problema dei matrimoni
combinati è molto forte in un paese come la Francia, dove ormai ci sono gli
immigrati di terza generazione e dove ragazze nate e cresciute in loco
vengono quasi obbligate a tornare nei paesi d’origine dalla loro famiglia
per contrarre il matrimonio. Tutto questo, aggiunge F., provoca forti
contrasti familiari che a volte sfociano in vere e proprie crisi ed
abbandoni e comunque creano fortissimi problemi identitari.
In A. vedo invece due mondi che iniziano a sovrapporsi senza però, almeno
per il momento, scontrarsi. La cultura orale, tipica di una società
religiosa e tradizionale, prevede per A. un percorso che A. stessa ha fatto
proprio senza alcun problema fino a qualche giorno fa. La cultura
tipografica, unita anche alla cultura neo-orale tipica delle nostre nuove
generazioni, alle quali A. si sta avvicinando con una fortissima
motivazione, sta probabilmente insinuano in A. quell’ottica individuale che
noi occidentali diamo per scontato. Forse A. inizia a problematizzare il suo
percorso di costruzione della felicità; intuisce che la capacità di “essere
padroni del proprio destino” può scalfire le sue profonde convinzioni.
Quando ci salutiamo il sorriso di A. ha ripreso vigore. Il mio consiglio
general/generico e un po’ scontato (“cerca di riflettere a fondo prima di
prendere una decisione importante”) probabilmente la toglie dall’imbarazzo
che una mia di presa di posizione più forte avrebbe generato. Il dubbio non
si trasforma in scontro ma ho l’impressione che possa durare a lungo, in
quanto in lei sono ben radicate entrambe le posizioni. La possibilità di
arrivare non allo scontro bensì al confronto va a costituire la speranza di
una risoluzione non conflittuale e non unilaterale dei dubbi di A. e in
generale un concreto tentativo di integrazione socioculturale al di là di
tanti stereotipi.
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