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di
Maurizio Covarelli
La “Meraviglia” è il titolo del XII seminario (2 –
4 dicembre 2005) di formazione per giornalisti che annualmente si svolge
presso la Comunità di Capodarco.
I lavori si svolgono prevalentemente all’insegna del confronto, tra
sensazioni, narrazioni, e sentimentalismi mal celati di una cultura
giornalistica che, più che un profilo scientifico, rivendica un ruolo e
finalità espressive. Il rischio, velato nelle prime fasi dell’incontro,
poteva essere che il dibattito si arenasse in conclusioni sterili, senza
alcuna novità; questo fino al momento in cui, un giornalista vecchio del
mestiere – Alberto Negri - forte di una posizione di prestigio all’interno
di un quotidiano nazionale (“Il sole 24 ore”), anch’esso meno esposto a
vincoli e condizionamenti di mercato (vedi target e pubblicità), ravviva la
serata, profanando un luogo sacro della cultura dell’intervento sociale di
carattere internazionale: le organizzazioni non–profit.
Il suo parere, peraltro non condiviso dalla grande maggioranza dei
partecipanti, è che tali organizzazioni, più che svolgere funzioni
finalizzate alla risoluzione dei problemi quotidiani e dei disagi sociali
che affliggono le popolazioni del terzo mondo, siano strumenti pilotati
dalla cultura dominante. Dietro tali interventi cioè, trova facile tana
l’illusione di uno spirito umanitario, che fa audience, ma che, realmente,
serve solo come spot orientato a consolidare il consenso popolare verso
alcuni gruppi di potere. Interessi particolaristici e clientarismi che,
paradossalmente, più o meno direttamente, contribuirebbero, secondo
l’opinione del giornalista, a creare in tali popoli un clima culturale di
disagio e rassegnazione, fomentando al loro interno ulteriori
stratificazioni.
Le dichiarazione che creano maggior turbolenza in sala sono quelle che
associano gli stessi giornalisti a veicoli di tali spot.
La traccia della discussione diventa perciò: esiste il giornalismo
umanitario?
A. Negri non ha dubbi:“No”.
Ma è veramente un attacco alle organizzazioni umanitarie, il suo, o è
solamente un tentativo, forse anche imbarazzante per chi ascolta, di
denuncia da parte di un giornalista più volte inviato in zone di guerra,
esasperato da un sistema, quello dell’informazione, in cui non si riconosce
più?
Quest’ultima ipotesi affiora da una sua stessa dichiarazione. Quella in cui
afferma che il giornalista, in particolare l’inviato di guerra, ha perso la
sua identità professionale, quella che lo vedeva strumento di mediazione tra
“il fatto” e la “pubblica opinione”, il giorno in cui “…per la prima volta
nel gennaio del 1991, è stato mostrato un bombardamento in diretta
televisiva…da quel momento, il giornalista è diventato solo uno strumento
nelle mani dell’editore che deve vendere il proprio prodotto…”.
Sarà motivato l’urlo di denuncia di A. Negri? Difficile dare una risposta,
certo è che la domanda merita sicuramente nuove riflessioni, eventualmente
utilizzando nuovi strumenti di analisi che ci permettano di andare oltre la
certezza dei classici (economico, politico, religioso, ecc.) modelli
interpretativi…
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