RITIRO DA GAZA

di Maurizio Maccaferri

 

Alla fine tutto si è svolto come da programma e, tutto sommato, senza particolari incidenti. Gli scenari da guerra civile dentro lo stato israeliano paventati e preventivati da tanti analisti non si sono verificati, cosiccome non c’è stato un presunto colpo di mano da parte dei fondamentalisti islamici dentro la società palestinese. Lunedì 22 agosto, con qualche giorno di anticipo rispetto ai tempi previsti, gli ultimi coloni lasciavano definitivamente la striscia di Gaza, mentre il giorno seguente anche le quattro colonie della Cisgiordania venivano evacuate. Scontri con la polizia e l’esercito, resistenza passiva, lanci di oggetti e di vernice non hanno impedito la piena riuscita dell’operazione, e la forte opposizione della destra nazionalista e religiosa israeliana al ritiro non è riuscita in nessuno dei suoi intenti. Parallelamente, la tregua proposta ad inizio anno da Abu Mazen ha sostanzialmente continuato a reggere e in pratica non c’è stata alcuna azione di disturbo da parte di nessuna fazione palestinese durante lo sgombero forzato delle colonie.

Chi scrive si è recato recentemente in Israele e in Palestina per un viaggio di scambio e di cooperazione con alcune realtà associative delle rispettive società civili (vedi articolo…). Tra le tante contraddizioni che ho incontrato durante quel viaggio, il ritiro da Gaza appariva come una delle maggiori, perché rappresentava una delle condizioni indispensabili per avviare accordi di pace ma al tempo stesso era stato deciso in maniera unilaterale, senza alcun negoziato, e quindi non lasciava presupporre un vero e proprio inizio di dialogo tra le due parti. Le stesse testimonianze  di alcuni miei compagni di viaggio, presenti in terra santa durante i mesi di luglio e agosto per partecipare e coordinare alcuni campi di lavoro, mi parlavano di tensione crescente sia all’interno della società israeliana - Gerusalemme è stata in quel periodo spesso paralizzata da manifestazioni di coloni – sia tra israeliani e palestinesi, anche perché negli ultimi mesi sono proseguiti i lavori di costruzione del Muro di separazione e la costruzione di altri insediamenti in Cisgiordania.

Tensione che è stata ben testimoniata da diversi giornalisti, tra i quali Sandro Viola di La Repubblica, che quotidianamente ha seguito per il quotidiano le fasi preparatorie e l’effettuazione del ritiro. Viola ci ha raccontato di una società israeliana spaccata a metà, dove la parte contraria al ritiro si identificava sempre più con la parte religiosa più fanatica, sostenitrice del diritto divino ad occupare tutti i territori della Palestina storica e quindi contraria ad alcuna ipotesi di accordo con i vicini arabi. Questa frattura ha rischiato, secondo Viola, di mettere a rischio non solo la laicità ma anche la stessa esistenza dello stato israeliano, con rabbini che invitavano apertamente alla disobbedienza civile e alla resistenza attiva nei confronti dell’esercito. Le marce dei coloni provenienti da tutti i territori occupati verso Gaza, gli scontri a volte molto forti con i soldati con giovani e giovanissimi che si facevano trascinare a via a forza, ci hanno mostrato che questo rischio non era infondato e che il ritiro ha toccato il tessuto democratico dello stato d’Israele.

Come dicevamo sopra, alla fine il ritiro c’è stato e non ha provocato alcun conflitto manifesto. Le testimonianze dei miei “compagni di viaggio” adesso parlano di una situazione che è tornata nella “normalità”, ammesso che possiamo utilizzare questo termine per descrivere la situazione israelo-palestinese. In uno dei suoi ultimi articoli in merito, Viola parla del dopo Gaza e prova a descrivere i possibili scenari futuri. Gli effetti positivi dell’operazione non devono far dimenticare, secondo il giornalista, due nodi cruciali. Da una parte, è necessaria dentro lo stato israeliano, una profonda riflessione sui rapporti tra religione e stato, evitando che la radicalizzazione di alcuni settori religiosi riesca ad incidere sulle future e molto prossime vicende politiche - lo scontro tra Sharon e Netanyahu, contrario al ritiro, ben rappresenta questa dinamica. Dall’altra parte, la responsabilità dimostrata dai palestinesi nei giorni dello sgombero, compresi i militanti di Hamas, della Jihad e delle altre fazioni armate, deve continuare durante le prossime tappe che potrebbero portare ad un vero e proprio accordo di pace. Il ritiro, secondo Viola, è una vittoria di Sharon ma anche di Abu Mazen, e potrà aprire scenari molto interessanti.

Il ritiro è un primo passo verso il cambiamento di quella situazione di “assurda normalità” che da tanti anni contraddistingue la terra santa, situazione che ho avuto modo di toccare con mano solo alcuni mesi fa. Cambiamento che dovrà sì prevedere l’isolamento delle fazioni più estremiste da entrambe le parti, ma anche e soprattutto reali sforzi verso una pace giusta  e rispettosa delle condizioni di vita delle popolazioni più deboli.