Il rapporto con il diverso da sé: don Vinicio Albanesi

 

di Maurizio Covarelli

 

Alle ore 13:00 del 26 novembre 2004, arrivo alla Comunità di Capodarco, fondata ed attualmente  gestita da don Vinicio Albanesi, presso la quale si svolgeranno i lavori del XI Seminario di formazione per giornalisti che, a partire dai temi del disagio e della marginalità, è annualmente organizzato dalla redazione del Redattore  Sociale e tenuto presso le strutture della Comunità stessa.

Appena arrivato percepisco che sarà un nuovo approccio di giornalismo quello che sarà proposto, forse difficile, forse impossibile: l’atmosfera è magica, quasi surreale. Visto coi miei occhi, l’ambiente è talmente suggestivo  da confondere tutti, i famosi e i meno famosi, i fortunati ed i meno fortunati, coloro che vogliono raccontare e coloro che vogliono essere raccontati.

Il presupposto stesso sembra irreale e quasi irraggiungibile: dare voce a chi non ne ha.

Alle 15:20, con puntualità “…quasi Svizzera…”, si aprono i lavori. Entra don Vinicio, pronuncia alcune frasi, e la diffidenza sulla possibilità che possa esistere un giornalismo diverso, un giornalismo costruito sul contatto, sparisce.  La sensazione è di trovarci di fronte ad una verità condivisa. Quella  che ci ricorda che dentro le strutture, i simboli, gli stereotipi appositamente costruiti - gli stessi che noi giornalisti abbiamo in tutti i modi e forme raccontato, spesso esaltato e contributo a consolidare - esistono gli uomini, che vivono e che soffrono, ognuno con la sua storia: “…e le storie vanno sempre rispettate…”.

Don Vinicio propone un video in cui i protagonisti sono “altri” da quelli che comunemente occupano spazio nelle cronache, sono persone che hanno sofferto o stanno soffrendo, e contemporaneamente cita Sant’Agostino quando dice: “essere felice è un atto di sopravvivenza”, e prosegue dicendo “…e io riesco ad essere felice quando riesco a far felice qualcuno… “ ”…c’è un linguaggio universale uguale in tutto il mondo …perché le storie delle persone sono molto simili tra loro…” “…E’ dura rimanere soli quando abbiamo bisogno di compagnia, come ogni essere vivente …e dare delle risposte significa invertire le storie delle persone, in qualche modo fare i miracoli…”.

L’emozione che pervade la platea è forte: non tanto perché i temi proposti siano sconosciuti, ma perché, probabilmente per la prima volta, in molti di noi nasce il desiderio di raccontare queste storie di vita, fatte di sofferenze, di solitudine, di drammi apparentemente inconciliabili con la sopportazione umana, ma anche di sentimenti , di solidarietà, di speranza . Anche l’imbarazzo è forte, nel momento in cui ci si interroga sul “perché” questo desiderio non sia in noi nato prima, nonostante tutto ciò sia quotidianamente sotto i nostri occhi.

Anche qui don Vinicio ci viene in aiuto, dicendo:”…la cultura dell’efficienza ci fa perdere il significato della vita.”

Immagino che ognuno abbia  riconosciuto il messaggio forte che c’è dentro questa affermazione: ci si può sentire solo appartenenti a questa cultura senza condividerla, o anche esserne artefici o promotori; la si può considerare giusta o sbagliata , un processo irreversibile o modificabile, ma non possiamo esimerci dall’ analizzarla, per far emergere anche ciò che la cultura stessa ha tentato di nasconderci, talvolta stigmatizzandolo, talvolta etichettandolo come “diverso”, allontanandolo comunque dal nostro sguardo e dalle nostre traiettorie quotidiane.

Ma per affrontare il percorso di analisi occorre un nuovo approccio, culturale prima che metodologico, che ci porti  a ri-definire il concetto stesso di diverso.

“…diverso: non sono io…” “…ma guardare l’altro significa vedere se stessi in uno specchio”

Ore 16:30. Entra Agata, 62 anni, chiusa   in manicomio quando aveva 8 anni… Il dibattito comincia…