Il Deserto

Maurizio Maccaferri

 

Il deserto del Sahara è una delle aree più affascinanti dell’intero pianeta. L’orizzonte infinito che accompagna chi lo attraversa rappresenta lo sfondo sul quale poter immaginare qualunque cosa. Chi scrive ha recentemente avuto la fortuna di fare un viaggio nella parte occidentale del deserto del Sahara, e più in specifico tra una popolazione - i sahrawi – il cui nome letteralmente significa proprio gente del deserto. L’associazione che ha organizzato il viaggio – l’Arci – ha da anni rapporti di scambio e di cooperazione con questa popolazione: scopo del viaggio era appunto quello di approfondire la conoscenza e  le relazioni di solidarietà con una delle zone più dimenticate di questo mondo (vedi l’articolo “Sahrawi un popolo dimenticato”).

Le persone che abitano il deserto sono in genere popolazioni nomadi che difficilmente si stabilizzano in centri abitati. I sahrawi si sono sedentarizzati una prima volta tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 a seguito della colonizzazione spagnola e della creazione delle prime città (soprattutto i porti sulla costa atlantica). A seguito dell’occupazione marocchina avvenuta nel 1975 il grosso della popolazione si è trasferita in campi profughi nella parte sud-est dell’Algeria. La situazione non si è modificata nel corso degli anni, i campi hanno assunto le sembianze di tanti altri insediamenti abitativi dell’Africa subsahariana,  e le case ad un piano in mattoni hanno quasi completamente preso il posto delle tende.

Visitare un campo sahrawi non è un evento che può capitare ad un turista. I gruppi sono organizzati dalle associazioni di solidarietà; il Fronte Polisario (il partito che rappresenta i sahrawi) dispone l’accoglienza nelle famiglie e in altri centri appositi; la popolazione locale conosce le buone intenzioni dei partecipanti al viaggio. L’impatto del nostro gruppo con il campo profughi di El Ayoun è stato molto intenso: le famiglie e i rappresentanti locali ci hanno accolti con quel calore e quell’ospitalità tipiche delle popolazioni orali. Composte quasi interamente da donne e da bambini in quanto tutti gli uomini sono impiegati nell’esercito – nonostante la guerra sia formalmente finita nessuna struttura militare è stata smantellata in attesa della tanto agognata indipendenza – le famiglie hanno ceduto a noi parte del loro spazio e del loro tempo per ricevere in cambio  - oltre ad una risibile somma di denaro – quella che loro hanno percepito come una vera e propria solidarietà. Il rapporto è stato reso più facile anche grazie al fatto che molti bambini hanno avuto la possibilità di fare soggiorni estivi in Europa – soprattutto Italia e in Spagna – e di conoscere qualche aspetto del mondo occidentale. L’approccio è stato molto affettivo, e noi ci siano volutamente fatti coinvolgere, in un contesto dove era difficile fare altrimenti pena la non comprensione delle dinamiche relazionali. In tutti i momenti della giornata – durante le visite a scuole, ospedali, centri culturali, musei - siamo stati accompagnati da persone desiderose di far conoscere la propria storia, la propria cultura, la propria “causa”, e da un esercito festante di bambini desiderosi anch’essi di partecipare agli eventi.

La visita ha riguardato anche la parte del Sahara Occidentale non occupato dal Marocco, quelle zone che i sahrawi chiamano “territori liberati”. L’arrivo a Tiffariti, dove si trovava la struttura che ci ha accolti, è stato apostrofato da una frase della persona che guidava il nostro gruppo: “Eccoci arrivati nel niente”. Pochissimi insediamenti abitativi, resti della guerra con il Marocco (qualche carro armato nemico lasciato volutamente sul campo), caserme militari (tanti carri armati “residuali” ma volutamente considerati ancora funzionanti) e su tutti il deserto a farla da padrone. Deserto che riecheggiava sempre nelle parole dei nostri accompagnatori come un qualcosa da dominare ma anche come un orizzonte verso il quale tendere (ripetevano sempre che loro erano gente del deserto e che nel deserto sapevano vivere). L’incontro di qualche nomade vero e proprio completava un paesaggio altrimenti incontaminato e veramente affascinante. E poi la visita al muro - ovviamente a diversi chilometri di distanza pena il rischio di incappare in mine antiuomo - ennesimo tentativo di innalzare barriere e confini quando invece ci sarebbe bisogno di dialogo e di riconoscimento reciproco.

Il viaggio è stato veramente molto intenso. Molti bambini delle famiglie che ci hanno ospitati ci hanno lasciato disegni raffiguranti la bandiera della RASD, il futuro stato sahrawi che non si sa ancora quando prenderà vita. In questi disegni ritrovo adesso la speranza di tante persone, e l’emozione di aver vissuto tutto ciò in quello sfondo ancora più emozionante rappresentato dal deserto.