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Capodarco Maurizio Maccaferri
La splendida villa ottocentesca che ospita la comunità di Capodarco è stata anche quest’anno lo scenario all’interno del quale dal 2 al 4 dicembre si è svolto il seminario nazionale dell’agenzia Redattore Sociale. Giunto alla sua dodicesima edizione - la prima si è svolta nel 1994 – il seminario era questa volta intitolato “Meraviglia. I giornalisti e la scoperta di non sapere già tutto”. L’intento era quello di proseguire la riflessione iniziata lo scorso anno sulle qualità perdute del giornalismo: nel 2004 l’ascolto, quest’anno la capacità di stupirsi, di non dare tutto per scontato, di non aver paura dell’inatteso scoprendo che c’è sempre qualcosa di nuovo anche dove è difficilmente immaginabile la sorpresa. Sullo sfondo il contesto sul quale lavora Redattore Sociale: gli anelli deboli della nostra società, le parti che hanno meno voce e che diventano l’oggetto d’intervento delle politiche sociali e della solidarietà. In un contesto pieno di tanti testimoni significativi del mondo dell’informazione gli spunti sono stati molteplici. La meraviglia, nei nostri termini probabilmente lo stupore e lo sconcerto di fronte all’irruzione dell’ambiente in una realtà già ampiamente codificata da chi dovrebbe interpretarla, è stata il punto di partenza per analizzare alcune variabili sociali (ricchezza/povertà, gioventù/vecchiaia, istruzione/ignoranza) che riempiono spesso le cronache e i reportage dei nostri giorni. La difficoltà è stata quella di definire quale sia l’apporto specifico del giornalismo sociale per la comprensione dei fenomeni, ovvero come tentare di render conto di eventi complessi senza scadere nell’analisi accademica ma mantenendo sempre un certo livello di approfondimento. Il limite, apparso anche in alcuni interventi del seminario nonostante l’esplicito tentativo di andare oltre, è quello della mancanza di curiosità nella comunicazione sociale, appiattita su analisi sociologiche abbastanza scontate e priva della capacità di distinguere tra l’osservazione di ciò che ci circonda e l’intervento volto a risolvere le problematiche evidenziate – spesso il giornalista si limita a prendere posizione pro o contro la tipologia d’intervento messa in atto evitando l’analisi approfondita. Non a caso tra gli interventi più significativi vi sono stati a mio avviso quelli di Franco Lorenzoni, insegnante di scuola elementare, che ha ricordato a tutti l’importanza di rovesciare il proprio approccio, la propria prospettiva di fronte a fenomeni complessi e nuovi quali quello dell’integrale culturale dovuta al fenomeno migratorio, e quello di don Giovanni Sandonà, direttore della Caritas di Vicenza, che ha parlato dell’utilizzo della categoria dell’identità come requisito indispensabile per analizzare i rapporti intergenerazionali, unita all’importanza della dimensione temporale – Sandonà ha parlato di un’identità sostenibile come punto d’incontro tra generazioni in grado di evitare l’assolutizzazione del presente tipica delle giovani generazioni e di rivedere la progettualità del futuro, anche se sappiamo che questo è più un auspicio che una tendenza reale nella nostra società. Due sono i momenti che voglio segnalare e che hanno caratterizzato a mio avviso la seconda giornata del seminario, ovvero la giornata degli approfondimenti tematici. Il primo è stato l’evento clou di quella giornata, ovvero il dibattito sui paradossi del cosiddetto giornalismo umanitario al quale hanno partecipato David Rieff, collaboratore del New York Times e Alberto Negri, giornalista del Sole 24 ore. Entrambi inviati nelle zone calde dei conflitti, i due sotto la conduzione di un giornalista de L’Internazionale si sono confrontati sulla possibilità di fare giornalismo e di raccontare gli ultimi interventi armati. È ora di finirla, soprattutto secondo Negri, di utilizzare in maniera ipocrita il termine intervento umanitario, che diventa tale solo dopo che una guerra feroce ha distrutto tutto, e che di solito serve per mascherare gli errori dell’occidente (con la compiacenza di tanti organi d’informazione). Entrambi hanno parlato della mediatizzazione dei conflitti, con il rischio di perdere di vista gli obiettivi primari di un autentico giornalismo di guerra. Rieff propone come soluzione quella di tornare alle fonti originarie: a chi gli chiede cosa è successo a Falluja risponde che non lo sa perché non c’era, e che occorrerebbe chiedere maggiori informazioni ai giornalisti iracheni. Negri afferma che dopo la prima guerra del golfo i giornalisti cessano di essere testimoni per diventare parte in causa del conflitto (vedi il caso eclatante dei giornalisti embedded, cioè al seguito delle truppe): nei nostri termini, la mediatizzazione può significare anche passaggio dalla predominanza di un medium comunicativo ad un altro (nel 1991 la CNN trasmetteva in diretta da Baghdad). L’altro momento, sicuramente meno rilevante ma non per questo meno significativo, si è sviluppato all’interno della presentazione del progetto Pane e Denti, progetto finalizzato a fornire possibilità di integrazione per i cittadini stranieri all’interno del mercato del lavoro attraverso strumenti che contrastino la discriminazione. La presentazione è stata anche l’occasione per costituire una rete di giornalisti, alla quale il sottoscritto ha aderito come rappresentante i questa testata, che vuole battersi contro ogni forma di razzismo e xenofobia esistenti nel mondo dell’informazione nei confronti dei cittadini immigrati. Tale rete potrà diventare un’ulteriore occasione di riflessione e di intervento nei confronti di quell’informazione sempre meno capace di meravigliarsi e sempre più timorosa verso il non conosciuto. |