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Intervista a
Leonardo Benvenuti
Conoscere i ragazzi e crescere assieme a loro
tradurre i contenuti e i pensieri
degli adulti in quelli dei ragazzi e viceversa
a cura di
Valentina di 2E e Antonino di 2A, con interventi dei ragazzi di 1A
Il 28 aprile 2005 i
ragazzi di 1A del Vallauri sono in viaggio di istruzione a Bologna,
nell’ambito del progetto integrato che ha come tema trasversale il
rispetto. Al mattino partecipano alla lezione del professor
Benvenuti nella aula C dell’ex convento di Santa Cristina. Poi si
spostano dall’Università al quartiere San Vitale. Qui, nella sede
del SAT, il servizio assistenza tossicodipendenti, due loro
compagni di seconda intervistano il professore. Sotto foto del
gruppo in quartiere.

Valentina: “Che
cosa l’ ha spinta a fare quello che sta facendo con i ragazzi?”
Benvenuti:
“Dunque, che cosa mi ha spinto; io mi occupavo dei problemi della
devianza e del disagio da quando mi sono laureato, un po’ di tempo
fa. Quello che mi ha spinto però ad occuparmi proprio fin
dall’inizio di tossicodipendenti è stato il fatto che il figlio di
un mio amico, un mio caro amico, aveva cominciato a consumare
sostanze, allora questo mio amico che era collega dell’università mi
chiese una mano. Mi disse, che cosa posso fare? Facemmo tutti gli
errori possibili e immaginabili, sto parlando del 78-79. [rivolto ai
ragazzi ] Voi dove eravate nel 78-79?
Dunque la cosa
interessante è che facemmo tutti gli errori che di solito le
famiglie fanno quando si trovano un problema di questo genere al
loro interno. Poi mettemmo il ragazzo in comunità, e a quel punto
decidemmo di costruire il primo centro di volontariato tra la fine
del 79 e i primi anni ’80. Qui spiegavamo ai genitori che cosa non
dovessero fare, perchè non sapevamo ancora che cosa dovessero fare.
In seguito mi è venuta in aiuto la preparazione universitaria perchè
a quel punto impostai la riflessione su questo fenomeno in termini
scientifici. All’inizio lo feci automaticamente, poi andai avanti
sempre di più finché non arrivai a un qualcosa di più sistematico.
All’incirca tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta,
cominciai a concepire questo tipo di approccio che si chiama
socioterapia, che è quello per cui voi ragazzi siete qua. Avevo già
aperto due centri: questo centro, che è un centro serale e poi
l’altro che era un centro diurno.”
Valentina: “Si
sente motivato come dall’inizio nel suo lavoro di volontariato?”
Benvenuti: “Si,
anzi ti dirò: questo è un settore curioso nel senso che i volontari
o si rompono subito, nel senso che dopo sei mesi, un anno, al
massimo due anni spariscono imprecando contro ai ragazzi che
prendono anche una “aspirina” oppure, come diciamo noi, diventano
immortali, nel senso che dal momento in cui entrano in questo
settore, finiscono con l’appassionarsi e con il superare ogni tipo
di crisi. E’ un settore estremamente ricco e che mi ha permesso di
entrare in contatto anche con voi attraverso il professor Facci e mi
ha permesso di conoscere i ragazzi e, passatemi il termine, di
crescere assieme a loro.
Io non so se
questa mattina i discorsi che ho fatto vi hanno interessato; ecco,
se vi hanno interessato vuol dire che io, tutte le volte, devo
rinnovare costantemente le cose che dico, perchè altrimenti le
persone si annoierebbero, esattamente come mi annoierei io a
ripetere sempre le stesse cose.”
Valentina:
“Durante il suo lavoro di volontariato quali sono state le
situazioni più critiche?”
Benvenuti:
“Però.. le situazioni critiche, cattivissima questa domanda. È una
domanda interessante, non mi era mai stata fatta ancora. Le
situazioni critiche sono ad almeno due livelli di discorso.
Ci sono
situazioni critiche potremmo dire dal punto di vista scientifico,
cioè quando viene un caso rispetto al quale io non so nulla, ogni
tanto, anzi abbastanza spesso, per fortuna o purtroppo , arrivano
delle persone rispetto alle quali non c’è nessun tipo di conoscenza.
Hanno problemi nuovi; la nostra società è interessante proprio
perchè costruisce sempre nuove situazioni problematiche e se c’è una
cosa sulla quale non ci sono dubbi è proprio sul fatto che la nostra
società costruisca situazioni di disagio. Voi pensate ad una cosa
molto semplice, pensate all’anoressia; [ rivolto ai ragazzi] sapete
che cos’ è l’anoressia? L’anoressia è incomprensibile in tante altre
culture: loro hanno fame e non comprendono perché alcune persone pur
avendo cibo non mangiano.
Un’altra sfida
forte, sempre dal punto di vista scientifico, è data dal fatto che
di solito si affrontano i problemi del disagio o con farmaci oppure
con un approccio psicologico o psicoanalitico. Io ho cercato di
introdurre un discorso nuovo che è appunto questo della socioterapia
che vuol dire che le persone non sono
matte, tutt’al più sono moleste ma non sono matte.
[rivolto ad un
ragazzo] é matto lui? È più matto o più molesto?”
Interviene un
ragazzo: “Bisogna anche sapere che cosa significa molestia”
Benvenuti: “Tu
non sai che cosa significa molestia?[sempre rivolto al ragazzo].
Avete uno specchio?[breve risata]. Credo che ognuno di noi abbia un
periodo della propria vita in cui sia stato molesto.
Interessante come
domanda. La molestia che cos’è ? La molestia può essere tante cose:
da una parte può essere petulanza, cioè il fatto che una persona che
è convinta di capire tutto, di sapere tutto per cui ogni volta che
c’è un qualunque argomento dicono la loro. Altre volte essere
molesti è quando non si sta attenti, si ha la testa sempre tra le
nuvole, si pensa magari soltanto a poche cose, ci si annoia,
spesso quando ci si annoia si diventa
molesti ecc. Una terza possibilità è il fatto che una persona
sia molesta perché non capisce la situazione in cui si trova, allora
il fatto di non riuscire a capire,a decodificare, come diciamo noi
in socioterapia, che vuol dire tradurre nei propri termini in
significati familiari la situazione, allora si può diventare
molesti come manifestazione di disagio.
.. Qual’era la
domanda? I casi più critici…
Quindi vi
ho parlato sul
versante del discorso scientifico e del fatto che spesso i mezzi
conoscitivi non sono adeguati alle situazioni ed è questo che
obbliga a costruire nuove teorie, nuovi tipi di approcci ecc.
Un altro tipo di
difficoltà invece , tipica, è quella che mi sono trovato di fronte
per fortuna rarissime volte: è quando si sbaglia l’approccio. Ad
esempio io non mi scorderò mai un caso nel quale parlando con un
ragazzo tossicodipendente, tentò di aggredirmi. Il tentativo in
effetti era dovuto al fatto che io avevo sbagliato l’intervento. Sto
parlando per fortuna di tantissimi anni fa. Sbagliare l’intervento
per alcuni vuol dire pensare che l’altro sia aggressivo, per cui si
reagisce in termini di aggressione. Per fortuna non è successo
assolutamente nulla, nel senso che poi l’abbiamo calmato ecc.
Però la cosa
interessante è che questo è stato un avvenimento che mi ha messo a
pensare per parecchi giorni e settimane; perché a furia di
analizzare qual’era stato il mio comportamento la cosa che ho
capito è che ero stato io che avevo sbagliato l’approccio.
Quindi le
difficoltà sono o perché, per esempio una persona ha problemi di
famiglia o di qualunque tipo; per esempio mentre facevo questo
lavoro è morto mio padre ed è stato un momento di fatica grossa.
Però la cosa che mi hanno detto poi i ragazzi è che non se ne erano
accorti perchè quando facevo colloquio anche un dolore enorme, in
quanto io ero molto legato a mio padre, è rimasto fuori dalla porta.
Cioè bisogna uscire da una prospettiva autocentrante; nel momento in
cui invece noi fossimo autocentrati, nel momento in cui dovessimo
stare bene, tutto sembra andare bene mentre se c’è un momento in cui
stiamo male, si può sbagliare l’intervento e questo procura una
difficoltà estrema.
Quindi attenzione
a non farsi condizionare da eventi gravi quali possono essere la
salute in famiglia, i figli e cose di questo genere.”
Interviene un
ragazzo: “Tipo i Prof?” Quando escono da una classe che li fanno
arrabbiare poi arrivano in quell’altra che sono incavolati…”
Benvenuti:
“Possibile, però è anche vero che i ragazzi dovrebbero avere quel
tanto di sensibilità da capire che poi a rimetterci sono loro; nel
senso che è chiaro che il professore è un essere umano come tutti
gli altri, ha una sua soglia di tolleranza, se la si supera è
semplicemente perché ci si considera
contrapposti al docente e questo purtroppo è un grosso errore.
Se ognuno di noi riuscisse a fare quel salto interno, non so se vi
ricordate le due variabili: quella cognitiva e quella affettiva; se
noi riuscissimo a capire che nel momento in cui siamo a scuola
l’importante è che il docente ci possa dare tutto quello che sa, è
questa la cosa importante, mentre noi lo attacchiamo perchè può
esserci antipatico, può essere non brillante mentre parla, e ci
possono essere molte cause. Così contrapponiamo la dimensione
affettiva alla dimensione cognitiva e finisce poi che i ragazzi
arrivano all’università che non sanno niente, non parlo degli
errori di grammatica che sono una cosa terrificante per cui spesso
bisogna prenderli e farli ripartire da zero.
Quindi
due tipi di difficoltà almeno;
una scientifica quando ci si trova ai
confini della conoscenza e una personale nei momenti in cui ci si
fa condizionare da situazioni personali.”
Valentina “Che
cosa si può fare per motivare-comunicare con una comunicazione
efficace”
Benvenuti:
“Interessante, brava, questa è una domanda interessante.
Intanto un primo
punto : tra voi e me c’è una grossa differenza comunicativa. Nel
senso che io, non io personalmente ma le persone della mia età e
anche di alcune classi di età successive appartengono a quella che
noi chiamiamo la cultura tipografica, mentre invece voi appartenete
a quella che noi chiamiamo la cultura neo-orale.
Ecco io non so se
vi siete annoiati questa mattina o se vi state annoiando adesso
però se vedete io cerco di fare in modo che la comunicazione non
sia mai pesante, non sia mai difficile, evito di parlare con
paroloni incomprensibili. Vi sono termini che voi imparerete nel
momento in cui andrete all’università e prenderete gusto a fare
determinate cose.
Il punto
interessante è questo: ad esempio molti ragazzi non riescono a
comunicare con i genitori anche se li conoscono perchè di fatto c’è
una differenza proprio di capacità comunicativa. Per esempio per
molte persone non più giovani i computers sono un nemico e invece,
come sempre bisogna imparare a gestirlo. La musica per voi ha un
significato, per le persone della mia età ne aveva un altro. Bisogna
stare molto attenti a queste disparità di comunicazione.
Una
grossa parte del mio lavoro è quella di funzionare da telefono tra i
ragazzi che seguo e le loro famiglie,
proprio perché sembra che io sia capace di tradurre i contenuti e i
pensieri degli adulti in quelli dei ragazzi e viceversa. Quindi la
cosa importante è quella di cambiare tecnicamente modo di
comunicare, se si riesce a cambiare questo modo di comunicare le
persone stanno attente se no le persone incominciano a muoversi e a
fare tutte le cose che disturbano … Inoltre, e qui veniamo
all’ultimo vero punto importante nella comunicazione: occorre fare estrema attenzione alle persone con cui si parla.
Io cerco nei
limiti del possibile sempre di vedere e capire chi è attento chi
non è attento, chi sta partendo nei sogni o chi è già partito,
proprio perché la cosa importante è che lo vado a cercare, non mi
riesce sempre al 100% però di solito se una persona è partita la
vado a cercare, proprio parlo con lui: è una cosa estremamente
importante.
Era l’ultima
domanda?...
Avete delle
domande da fare?
[rivolto ad un
ragazzo] …. Com’è che non hai domande….’ ….oppure stavi dormendo?!
[rivolto ai
ragazzi ] Vi capita di sognare ad occhi aperti? A tutti?”
Interviene un
ragazzo: “Durante le lezioni”
Benvenuti: “E
cosa sognate?”
Benvenuti [rivolto
ad un ragazzo]: “Tu che cosa sogni?”
Un ragazzo: “Se
siamo alla prima ora di scuola pensiamo all’una e un quarto…”
Benvenuti:
“Perché cos’è l’una e un quarto?”
Un ragazzo: “La
liberazione”
Benvenuti:
“Quindi non è solo il venticinque aprile.. l’anniversario della
liberazione”
Benvenuti:
“Invece dovreste imparare a gestirli i sogni ad occhi aperti. Sono
importanti”
Benvenuti:
“Ecco una delle cose interessanti è capire cosa significa il sogno:
ad esempio in culture diverse dalla nostra il sogno ha un
significato molto chiaro. In culture diverse dalla nostra il sogno
serve per capire il futuro. Noi purtroppo siamo abituati ad
analizzare le cose come se fossero tutte uguali e invece non sono…”
Si commenta
sull’orario.. tra poco sarà ora di andare……
Intervista
sbobinata da Mattia Tascone
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