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Prima Z. Il
furto dei duecentotrenta euro.
[APPENDICE n.2]
Novembre 2007. Circa tre anni fa, in Prima Z,
la sesta ora di un martedì. Uno dei due rappresentanti di classe, mi
dice di essere stato derubato il venerdì prima. Lo chiamerò Gigi.
“Bravo - rispondo – dovevi aspettare ancora
per informarmi…..”
Dico che è molto difficile riuscire a
recuperare soldi e portafoglio con documenti. Suggerisco, con scarso
successo, di fare una colletta in classe, per recuperare almeno
parte della cifra. Mi rivolgo ai due rappresentanti di classe, in
particolare a quello che non ha subito il furto e che chiamerò
Rocco. E’ un ragazzone vicino al diciottesimo anno, con qualche
problema di famiglia, mesto nel proporsi, non ricco. Accenno alla
fiducia che ripongo in lui. Sapevo della sua sensibilità a queste
mie parole.
Assicuro il mio interessamento per “dare una
mano” nel tentativo di raggiungere qualche risultato. Il derubato
desidererebbe, prioritariamente, riavere i documenti contenuti nel
portafoglio.
Invito chi avesse elementi utili a
comunicarmeli. Suona la campana di uscita delle 13,15. Escono tutti
tranne Rocco che si attarda alla cattedra per dirmi che lui, se si
fosse fatta la colletta, avrebbe dato 25 euro. Lo seguo con l’occhio
e la mente mentre esce dalla porta. “Perché lo hai fatto?”
Mi dico.
Qualche giorno dopo vengo raggiunto da un
compaesano del derubato. Frequenta la terza ed è un mio ex studente.
Mi dice di essere al corrente del luogo dove poter ritrovare il
portafoglio. Ne ha sentito parlare in corriera.
Lo rintracciamo, il portafoglio, sgualcito e
bagnato, col suo contenuto: tutto, tranne i soldi. Gigi è molto
soddisfatto.
Il venerdì è il mio giorno libero. Arrivo a
scuola qualche minuto prima dell’entrata. Salgo le scale dove sono
raggruppati, nel ballatoio, alcuni di Prima Z. Dico a Rocco di
seguirmi. Raggiungiamo l’ascensore per salire al secondo piano nella
stanzetta dei colloqui. Nell’ascensore lo guardo: “Perché lo hai
fatto?” Dico fissandolo. Cerca di sottrarsi allo sguardo volgendo il
viso. Usciamo dall’ascensore, entriamo nella stanzetta. Siamo seduti
fianco a fianco. Suona il cellulare. Il numero che chiama è quello
del ragazzo albanese. Chi parla cerca di dissuadere Rocco. Spegniamo
il telefonino. Dico a Rocco che dobbiamo risolvere il problema tra
di noi, in famiglia. Che si possono evitare denunce. Si può
procedere come scuola, ma ciascuno deve assumersi le sue
responsabilità. Rocco, che non teme i compagni, mi racconta.
Individuiamo i tre ladri (oltre a Rocco), tutti compagni di classe
del derubato.
Nelle due ore di ginnastica per rispondere
alla “necessità” di 30 euro di uno di loro vanno a pescare nella
tasca del giubbotto di Gigi. Ne trovano 230. Erano comunque al
corrente delle abitudini del derubato e del fatto che Gigi, nel
pomeriggio, sarebbe rimasto a Carpi per fare spese. I 230 euro, su
suggerimento di uno di loro, vengono divisi in quattro parti e
distribuiti: 50, 50, 50, 50+30 già incassati per il primo ricevente.
Dico a Rocco: “Andiamo ad informare il
preside”. Mi segue mesto, senza protesta alcuna, come affidandosi.
Avvisati i genitori, restituiti i soldi a Gigi,
assegnate le sospensioni. A Rocco vengono concessi tempi più lunghi
di restituzione: si era comprato un giubbotto che copriva buona
parte della cifra ricevuta. |