Benvenuti a Carpi

 

UN INTERVENTO DAI FORTI CONNOTATI INTERCULTURALI

 

La sorpresa per chi come me ha assistito all’intero pomeriggio di incontri ( prima il confronto con una classe di adolescenti, poi l’incontro con alcuni genitori e docenti dell’istituto) è stata quella di aver vissuto un intervento dai forti connotati interculturali.

Eppure l’intervento non si è posto con questo esplicito connotato. Si è parlato di regole e di rispetto.

Ma è proprio qui la qualità innovativa dell’intervento.

Il nostro condirettore e docente universitario, Leonardo Benvenuti, davanti ad una classe di ragazzi composta da una consistente presenza di alunni stranieri, non ha seguito quel modo, a volte ipocrita, di fare intercultura basato sull’idea della intercultura come incontro tra due mondi apparentemente paritari e che, invece, si basa su di un “noi”, sostanzialmente italiano, ed un “loro” denominato abitualmente come “etnico”, “cultura di origine”, “seconda generazione”.

L’oratore non ha usato questo schema concettuale, non ha permesso che i ragazzi, italiani e non, si rifugiassero strumentalmente nella logica di quello schema rappresentativo. Facendo ciò ha tolto dal tavolo della discussione un sistema di rappresentazioni fortemente legato a convinzioni di senso comune.

Egli ha avviato l’incontro partendo dai singoli che aveva di fronte, impostando un discorso sulle regole a partire dalle rappresentazioni che ciascun ragazzo aveva di esse; ragionando con ognuno di loro sui concetti di forza, di prepotenza, di reciprocità, a partire dalle loro esperienze quotidiane, nella vita di classe, nelle competizioni sportive, nei rapporti con i docenti, ecc.

Ho assistito a due ore di discussione continua, giocata su uno schema dialettico intenso, veloce, diretto.

Ragazzi che non avevano certo una reverenza di ruolo verso il docente universitario.

E Leonardo Benvenuti che, in un contesto a lui sostanzialmente sconosciuto, non si è rifugiato nel solco di discorsi di senso comune pre-impostati, ma ha parlato utilizzando tutte le possibilità dell’oralità (sguardo, tono della voce, movimenti del viso, pause), destinandole a molte persone contemporaneamente e ciò, tutto sommato, nell’arco di un tempo limitatissimo e che, inoltre, ha affrontato le domande alla pari, pur con la sicurezza di chi ha lungamente praticato tali argomenti nell’ottica dell’elaborazione di strategie di crescita personale e culturale degli interlocutori.

Poi c’e stato l’incontro con genitori e docenti.

Successivo, senza i ragazzi.

E la comunicazione è tornata improvvisamente su modalità disciplinari: la reverenza di ruolo (ad esempio, Benvenuti che parla lungamente, senza interruzione), la sensazione prevalente di un desiderio di ascolto, di una ricerca di chiavi di lettura al di là di un diretto mettersi in gioco.

Insomma una discussione gentile, formale, in paragone a quella dei ragazzi direi meno calda, molto pensata, riflessiva. Giocata comunque rispetto ad ascoltatori che agivano in chiave prevalentemente difensiva.

Ecco, l’altra sorpresa dell’incontro. I ragazzi che sostanzialmente attaccano gli adulti (in parte tentato anche con l’interlocutore, ma soprattutto i genitori ed i docenti e cioè due delle cosiddette principali agenzie educative), mentre questi ultimi chiedono spiegazioni “all’esperto” in una logica di cautela, di relativa esposizione personale.

Tornando a casa, ho pensato che mai mi era capitato di poter assistere in maniera così stringente ad una manifesta differenza comunicativa tra gli adolescenti ed il cosiddetto mondo adulto.

E di come la socioterapia davvero possa aiutarci nel decodificare questo, spesso inavvertito, stato di cose esistente.

 

                                                                         Andrea Facchini

                                            Servizio Politiche per l’Accoglienza e l’Integrazione sociale

                                                                 Regione  Emilia Romagna