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Riflessioni sull’incontro con il Professor Benvenuti
(di Velleda Cocchio Insegnante di italiano e storia)
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Classe IA Indirizzo Meccanico Termico |
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Ciò che mi ha colpito è che ha detto che i ragazzi conoscono bene i loro genitori, ma non viceversa. allora, dunque, come potremmo noi insegnanti conoscere i nostri allievi?
Inoltre mi è apparsa molto illuminante la sua convinzione del fatto che gli adolescenti non siano affatto in una fase di transizione, ma stiano sperimetando le elaborazioni di pensiero precedentemente acquisite, per cui sarebbero pienamente coscienti di quello che fanno.
Non accettano più una trasmissione del sapere che comunque deve essere confermata, perché hanno altri canali di trasmissione: per questo potremmo apparire quasi superflui. mi farebbe piacere ampliare questo punto.
Che cosa , allora, possono accettare da noi nel campo del sapere?
Da dove trarre autorevolezza per essere educatori?
Cocchio Velleda Coordinatrice della classe 1a
La stele di Rosetta
RIFLESSIONI INCONTRO CON IL PROFESSOR BENVENUTI(di Leonardo Benvenuti)
Quelle ricordate qui dalla prof.ssa Cocchio sono alcune delle idee contenute nel mio intervento presso la scuola IPSIA “Vallauri” di Carpi. Risponderò qui ai primi due stimoli per lasciare gli altri al prossimo numero, trattandosi, comunque, di nozioni che richiederebbero di spazi ben più ampi. Il primo punto fa riferimento al concetto di straniero in famiglia: il ragazzo è come una sorta di radio rice-trasmittente che capta tutto quello che avviene in famiglia, essendo spesso e per lunghi periodi incentrato solo su di essa: in questo senso nulla gli sfugge e ciò gli permette di comprendere ed interpretare i propri genitori al di là delle parole o degli insegnamenti che essi pensino di dare direttamente. Il ragazzo utilizza ogni mezzo dalle coerenze alle incongruenze, alle cadute di stile, agli errori, alle difficoltà ecc. e questo lo mette in grado o in condizione di farsi un’idea non approssimata del proprio genitore. Egli, inoltre, assiste a centinaia di film e telefilm che parlano delle atmosfere di famiglia, che gli svelano le dinamiche familiari sia come relazione tra genitori, che rispetto agli eventuali fratelli, amici ecc. e tutto questo si trasforma in un gigantesco sistema educativo lo mette in condizione di prevedere molte delle mosse possibili di coloro che gli girano intorno: nel caso, poi, che dovessero sbagliarsi… allora possono ricorrere alla dimensione affettiva che li mette in condizione di potere evitare conseguenze non gradite dei propri errori attraverso un sapiente utilizzo dell’affetto e dell’amore, o del risentimento, o del ricatto affettivo, ecc. Tutto questo per quel che riguarda la ricezione: egli, poi, si manifesta come un autentico tecnico per quel che riguarda la trasmissione. È in grado di centellinare le risorse da trasmettere. Si rivela capace di differenziare quanto comunica in funzione di ciò che vuole ottenere od evitare. Allora sarà malato se ci sono delle incombenze sgradite da fare; solerte fino alla petulanza se c’è da divertirsi o se si aspetta qualche cosa di promesso e/o che gli piace; indolente e pigro per i propri obblighi o compiti; del tutto assente qualora ci fosse qualche lavoro da fare; ecc. L’insegnante dovrebbe avere a disposizione la propria specializzazione: egli dovrebbe essere o diventare esperto non solo nella dimensione cognitiva, che è o dovrebbe essere il motivo della sua funzione e del suo ruolo, ma anche diventare esperto in relazionalità non solo rispetto alla materia di insegnamento ma anche rispetto alla dimensione affettiva e al come impiegarla per raggiungere il proprio scopo istituzionale; non essere ingenuo o opportunista, aspettando che finiscano le proprie ore di lezione, tanto dopo ci penserà qualcun altro; non ragionare sulla base dello stipendio o in attesa della fine del mese; e così via. I ragazzi se ne accorgono e picchiano duro, al punto che se uno agisce sulla base degli stimoli ricordati gli rendono invivibile ogni attimo della permanenza in classe. Anche la seconda riflessione è complessa: ricordo qui che il cosiddetto periodo di cambiamento, di solito, coincide con le scuole medie inferiori, ed è un confine quasi generale: perché mai? mi sono chiesto fin dall’inizio delle mie riflessioni. Evidentemente perché il neo-adolescente è arrivato comunque ad una propria organizzazione identitaria e da quel momento inizia il confronto con l’esterno rispetto al quale si porrà nei termini di una sorta di competizione/scontro in vista dell’affermazione di sé in nome dell’individualismo dominante nella nostra società. Se si alleva una persona nell’ottica dell’autoaffermazione esasperata non ci si dovrebbe stupire che poi qualcuno, soprattutto se giovane, la pratichi. Il fatto che succeda anche in famiglie apparentemente non competitive nulla aggiunge o toglie a tale evoluzione: sono più che sufficienti gli stimoli, presenti ad ogni livello della nostra società e della nostra cultura, che operano nel senso sopra ricordato e spesso agiscono da ulteriori fattori di disgregazione e di competizione familiare, distaccando ancora di più il giovane dal proprio contesto e dai valori in esso perseguiti, soprattutto se sono valori in controtendenza rispetto a quelli veicolati dai media o dalla nostra cultura. In particolare, ma non solo, tale sperimentazione avviene in famiglia e nella scuola. Per l’adolescente l’unico ambito di riposo diviene quello del gruppo amicale che condivide con lui gli stessi miti e le stesse convinzioni: è questo che, spesso, porta alla sacralizzazione del gruppo ed alla contrapposizione con il resto del mondo “adulto” in nome, tuttavia, di ideali che, al di là della religione o dei valori, a volte finiscono con l’essere più simili di quanto non si pensi. |
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