|
Una redazione un po’ particolare di Maurizio Covarelli
La riunione comincia come al solito, si fanno alcuni annunci, vengono avanzate alcune proposte di servizio, e si passa alla lettura dei contributi offerti dai redattori, con conseguente riflessione. Poi, all’improvviso, quando l’attenzione, nonostante l’impegno, sembra aver raggiunto il culmine della propria resistenza, e conseguentemente la concentrazione andava scemando, Raffaele, il nostro direttore, si alza ed apre alcuni involucri; l’atmosfera, ormai rarefatta, si riempie di ossigeno, che nella circostanza particolare assume la forma di una torta prodotta dalle abili mani di sua madre, fonte di sapienza ed espressività culinaria! Odori e sapori deliziosi si diffondono nell’ambiente; non prendono il sopravvento, ma si che all’improvviso riprende vita e fertilità. A questo punto vorrei sospendere per un attimo il racconto, e porre una domanda che possa dar corpo ad una riflessione: che cosa intendiamo noi (inteso come società) per tempo libero? In effetti quella di “tempo libero” risulta essere una definizione alquanto curiosa. Innanzi tutto la prima curiosità è legata al fatto di accostare una qualifica al tempo, soprattutto perché essa presuppone anche la propria negazione, cioè l’esistenza di un tempo “non libero”. Ma non libero da cosa? La seconda curiosità, emerge dal fatto che se avessimo posto questa domanda ad esempio mille anni fa, oppure adesso ad una cultura diversa dalla nostra, probabilmente non ci avrebbero capito. In effetti il rendere o considerare la funzione tempo come un fattore possibilmente problematico è accezione derivata squisitamente dalla nostra cultura, probabilmente nel momento in cui ha consolidato la frattura tra le attività tese alla sopravvivenza (il dovere, l’elemento funzionale) e il godimento della stessa (o l’elemento espressivo). L’affermazione “prima il dovere e poi il piacere” condensa tale spaccatura, e si rivela essere una specie di assurdo se considerata fuori dalla nostra cultura. Assurdità che, tra l’altro, si è resa evidente, nel momento in cui, da separazione analitica, è divenuta esperienza quotidiana, rendendo problematica la vita stessa. Il tempo della nostra cultura si divide in fasi, e le fasi stesse si frammentano in zone che si alternano, al cui interno sono ammesse o solo azioni convenzionalmente condivise (addestramento e pratica di ruoli funzionali) in cui le caratteristiche biologiche sono “non libere di agire”, o altre in cui esse vengono “liberate”: il così detto “tempo libero” in cui si da spazio all’espressività, all’arte, al gusto ed eventualmente al piacere organico. Ma allora perché i momenti più godibili sono proprio quelli in cui nel medesimo “tempo” i due aspetti vengono conciliati? Esempio piccolo ma tipico è la pratica conviviale diffusa delle “cene di lavoro”, nelle quali sono con-fusi (nel senso di essere fusi insieme) momento cognitivo ed affettivo. Anzi, ripensandoci, siamo debitori alla sig.ra Lina di tale possibilità: essa è entrata a pieno titolo nella nostra redazione, nel nostro progetto proprio per quel suo contributo che non era obbligata a fornire, ma che solo lei, con i suoi 82 anni, è stata in grado di darci. L’unico dubbio è se non vi sia stato un cambiamento di meta nelle nostre riunioni redazionale: che le golosità della signora Lina siano il vero scopo di un accentuarsi della loro frequenza? |