Vita dalle redazioni locali

a Modena, nella parrocchia di San Paolo, incontro dei genitori con padre Giuliano Stenico

 

Come dialogare con i figli:

un approccio globale alla persona, puntando all’essenziale, nel rispetto reciproco

(di Barbara Barbieri)

 

La saletta nel retro della chiesa alle ore 21.00 di mercoledì 2 febbraio, è colma di gente: genitori di bambini che stanno seguendo il percorso di catechismo - o meglio di iniziazione cristiana - catechisti, animatori, il parroco Don Angelo Bernardoni incontrano padre Giuliano Stenico . Il tema della serata è "Come dialogare con i figli ". Padre Stenico è il fondatore e presidente del CEIS, il centro di solidarietà nato nel 1982 per iniziativa della Diocesi di Modena e della Caritas, è oggi un ente ausiliario della Regione Emilia Romagna, un'associazione iscritta al Registro Regionale del volontariato e dal gennaio 1998, anche un'organizzazione non lucrativa di utilità sociale (onlus). Padre Stenico è un uomo sui 50 anni, con gli occhiali e i capelli bianchi folti, vestito semplicemente e in modo giovanile. La sua comunicazione è semplice, diretta, rivolta a noi. Le domande che ci rivolge  sono :"siamo certi che il Vangelo funzioni dentro di noi?" "A che punto della scala di valori personale mettiamo la sensibilità, l'altruismo e la generosità?" In linea con il tema della relazione ci domanda: "Quale è l'obiettivo principale che ci dobbiamo porre come educatori ?" Padre Stenico stesso risponde: "portare i figli verso l'autonomia personale, verso la capacità di scambio, verso la capacità di entrare in contatto benefico con l'altro."

Continua:  “la famiglia è il luogo  per eccellenza che abilita le persone ad essere felici. La famiglia è il luogo dove le persone possono appagare i propri bisogni di fondo, ad esempio il bisogno di rispetto.” Aggiunge che, oggigiorno, in famiglia bisogna puntare all'essenziale perché il rischio è la dispersione. Per essenziale intende l'affettivo (comunicazione e gioco) e il dialogo che non è necessariamente fatto di discorsi approfonditi e complicati, ma è fatto di atmosfere, è fatto di ambiente in cui passa comunicazione. Insiste sulla necessità di puntare al minimo. Aggiunge che per curare l'ambiente comunicativo in famiglia, è necessario coltivare l'intimità. La commercializzazione elimina il simbolico, che è estremamente importante per l'intimità. Parla della inefficacia di una educazione settoriale, quale è quella che si tende a dare oggi: l'andare bene a scuola, l'essere un bravo calciatore, l'essere un bravo pianista. Manca l'approccio globale alla persona.

Aggiunge che  le relazioni, oggigiorno, sono deresponsabilizzanti e gli adolescenti ne fanno le spese. Le relazioni virtuali sono molto pericolose perché non sono concrete. È solo l'emozione reale e vissuta che crea la consapevolezza di sé e genera storia, che può durare. Quando un bambino piccolo si arrabbia, si arrabbia tutto perché non riesce a mettere un filtro tra mente e corpo. Se io, come educatore, non so porre quel filtro, il bambino non imparerà mai ad autoregolarsi e quindi, da grande, non avrà il senso della realtà. C'è grande interesse, nella sala parrocchiale per queste parole, non si sente volare una mosca. Padre Giuliano delinea i sentimenti di fondo che devono essere sollecitati: fiducia, adeguatezza, coraggio e  capacità di rischiare. Dice che le regole, in famiglia, devono essere poche, essenziali, verificabili.

Parla poi della virtù della fermezza, cioè della capacità di prendere decisioni emotivamente difficili, ma che abbiano un valore educativo. Per sviluppare meglio questo punto aggiunge: bisogna essere capaci di rinunciare al desiderio di vedere il figlio sempre contento, bisogna non avere paura della distanza che si può creare con il figlio, bisogna coltivare una vita di coppia e confrontarsi con il coniuge sui valori che si vogliono trasmettere, bisogna che i bambini vedano i genitori come adulti forti e degni di essere ascoltati. Aggiunge ancora che un genitore permissivo è un genitore che genera strutture personali incerte e che perdere la pazienza qualche volta non è del tutto negativo, perché il genitore in questo modo si rivela "umano" e il bambino si sente parte attiva all'interno del dialogo.

Padre Stenico, dopo circa un'ora di relazione frontale, sollecita l'intervento dei presenti. Una mamma fa notare che sua figlia, adolescente, dal momento che è brava a scuola e consegue ottimi risultati, si sente dispensata da qualsiasi compito o responsabilità familiare. Padre Giuliano risponde che le famiglie italiane sono quelle più a basso conflitto, secondo le statistiche europee. Tuttavia questo succede perché le famiglie italiane tendono al compromesso. È invece importante, in famiglia,  dividere i compiti.

Un'altra mamma chiede a Padre Stenico cosa pensa di un figlio che, a 30 anni, è ancora in casa. Risponde che a 30 anni si vuole la propria autonomia e che non riesce a pensare ad altro che ad una assunzione della casa come un albergo da parte di quel figlio.

Il relatore accenna, poi, alle separazioni e al fatto che, spesso, in questi casi i nonni diventano una presenza troppo importante. Il rischio della separazione  è che ci siano tante relazioni, ma tutte a bassa intensità e che possa generarsi una confusione di ruoli. Accenna poi alle cautele più che mai necessarie per non fare sfasciare la coppia, alla necessità di dedicarsi tempo reciprocamente e al fatto che i figli devono vedere che i genitori si prendono cura uno dell'altro.

Don Angelo accenna all'iperattività dei bambini e alla difficile gestione dei gruppi di catechismo e chiede consigli. Padre Stenico risponde affermando che i bambini sono troppo impegnati, che non hanno il tempo di raccogliere le idee, né di annoiarsi, svolgono troppe attività e si chiede loro troppo sforzo. Fa notare che, oggi, non ci sono più i cortili in cui radunarsi a giocare. Ad una mamma che chiede come trasmettere la fede ai suoi figli, padre Giuliano risponde: "C'e' un humus sul quale la fede nasce e attecchisce ed è l'humus delle buone relazioni umane". L'atmosfera della sala parrocchiale è calda e c'è un gran desiderio di fare altre domande per avere altre risposte, ma ormai è tardi per chi deve tornare a casa, in famiglia e alzarsi presto l'indomani.

 


 

Una riflessione su due relazioni

di Salvatore Natoli e Paolo Balboni

tenute negli anni scorsi

 

 IL PIACERE DELLA DIFFERENZA

CHE ARRICCHISCE VITA E CULTURA

di Barbara Barbieri insegnante di Inglese all’….di Modena

 

Vero e falso è ciò che gli uomini dicono, ma è nel linguaggio che concordano.

Quando entriamo in una lingua cogliamo il non detto del linguaggio

 

 

Questo titolo prende spunto da due interventi che, a mio parere, offrono indispensabili spunti di riflessione su questioni come lingua, cultura, comunicazione interculturale nell'epoca della globalizzazione: il primo di  Salvatore Natoli, docente di Filosofia Teoretica all' Università di Milano-Bicocca, che ha esposto la sua relazione al Seminario Nazionale "Crescere nell' Europa delle Lingue", tenuto all' Università La Sapienza di Roma, nel Febbraio 2001; il secondo di Paolo Balboni , docente di glottodidattica a Ca' Foscari di Venezia, intervenuto al seminario di formazione per docenti di lingua straniera, tenutosi a Rimini nel marzo 2004, dal titolo "Le lingue straniere nella scuola della riforma ".

Come docente di lingua straniera inglese , partecipai ad entrambi: lavoro da  cinque anni in una scuola secondaria di 2° grado, di tipo professionale, in cui il numero di studenti stranieri iscritti aumenta vertiginosamente di anno in anno. Nelle otto classi che costituiscono la mia cattedra ci sono 15 studenti stranieri provenienti da varie parti del mondo: Cina, Turchia, Marocco, India, Africa Centrale, Romania, Ucraina, Cile. Nella mia scuola ogni anno si avviano progetti interculturali dall'alfabetizzazione degli stranieri, ai corsi di italiano per stranieri a diversi livelli ed io stessa insegno italiano ad un gruppo di stranieri, pur essendo una docente di lingua 2 (Inglese). Altri progetti riguardano il teatro e il cinema. Da due anni, la nostra scuola ha un sito intercultura (www.comune.modena.it/scuole/cattaneo/interc) gestito nella modalità del Forum, in cui si affrontano tematiche che possano favorire lo scambio multiculturale. Come osserva Paolo Balboni, l'Italia entra nel gruppo delle nazioni che accolgono immigrazione con 30 anni di ritardo e questo ci potrebbe consentire di riflettere su quanto è avvenuto altrove e di avere strumenti concettuali, sociopolitici, educativi nuovi, più sofisticati, accanto ad una coscienza civile meno dominata dall'urgenza e sembra che tale ritardo renda possibile gestire e forse anche superare i conflitti culturali in una classe multi/ interculturale, anziché limitarsi a ignorarli o a schiacciarli come è stato fatto negli stati dell' Europa Settentrionale. Partendo dall'osservazione di Natoli "parlare una lingua" non vuole dire la stessa cosa che "parlare in una lingua", si pone la questione fondamentale che chi parla una lingua la domina e quindi la usa, mentre chi parla in una lingua le appartiene, non è lei che gli/le "serve", corrisponde al suo stesso modo di stare al mondo. [occorre verificare se è questo che voleva dire] La lingua, continua Natoli, è sempre un fatto mentale, sociale, relazionale e ognuno di questi termini si definisce in ragione dell’altro senza gerarchia, ma secondo nessi di reciprocità. Natoli sottolinea che apprendere una lingua significa semplicemente parlare nella lingua dell’altro e la lingua così intesa non è un mezzo per comunicare ma è la comunicatività umana in atto.

Il linguaggio è legato alla storia. Vero e falso è ciò che gli uomini dicono, ma è nel linguaggio che concordano. Aggiunge Natoli che se impoveriamo il linguaggio, impoveriamo la vita. Quando entriamo in una lingua cogliamo il "non detto" del linguaggio.

Penso a quanto lontana sia la didattica della lingua straniera che si fa nella scuola rispetto a questa assunzione della lingua come mondo in cui si deve entrare se si vuole comunicare. Tanto più che, come osserva Balboni, la nostra società e la scuola soffrono del cosiddetto "relativismo culturale", sviluppatosi dagli anni ‘50 in poi, secondo il quale ogni cultura, in quanto risposta originale ai bisogni di natura, è degna di rispetto. Tuttavia, come sostiene Balboni nel suo intervento, il relativismo culturale, come corretivo all'etnocentrismo, è solo una dimensione minimale da porre alla base: senza il concetto di relativismo culturale non si passa alle tappe successive. Tuttavia limitarsi a dire che ogni cultura è ugualmente degna non risolve i conflitti.

Il relativismo, che è un atteggiamento psicologico, si trasforma in tolleranza, quindi un tipo di comportamento, in base al quale non vengono attivati meccanismi né individuali, né sociali di esclusione o preclusione verso i membri di altre culture. Questa dimensione è quella più frequentemente dichiarata dalle persone che, genuinamente proclamano di lavorare per il bene sociale: ma se fosse vero per tutti coloro che si sentono tolleranti, allora dimenticano che è un atteggiamento di superiorità, ancora più grave poiché vorrebbe dire che dimenticano che per ogni tollerante c'è un tollerato. Essere tolleranti ci gratifica, essere tollerati ci umilia, e nessuna scuola, nessuna società cresce e progredisce se si basa sull'umiliazione di alcuni suoi membri. Quindi l'educazione alla tolleranza è una tappa ma non può rappresentare una finalità in sé.

Così l'altro giorno, in classe, di fronte ad una studentessa araba di una 1° mi sono chiesta se ho fatto bene, mentre stavamo leggendo un passo sulle Crociate, a presentare queste ultime come difesa contro i barbari incivili ed infedeli che avevano conquistato il Santo Sepolcro. Il dubbio mi è venuto alla luce del suggerimento di Balboni che, alla fine del suo intervento, si è richiamato a un'educazione al piacere della differenza che dovrebbe prendere il posto, nella scuola Italiana, del relativismo culturale, della tolleranza per il diverso e anche del rispetto per la diversità. È solamente in questa logica che la scuola Italiana può cominciare a porsi interrogativi troppo a lungo rimandati: è la presenza di studenti islamici che ci costringe a chiederci se le Crociate fossero davvero esemplari per una civiltà cristiana europea.

L'interesse per la differenza presuppone studio e fatica, significa mettersi in discussione, cercare di capire ciò che è distante, insolito, inusuale, sperimentare e quindi anche fallire. Ma è solo con l'interesse, INTER-ESSE = "ESSERE FRA", che l'arricchimento indotto dalla differenziazione risulta pieno.