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e vissero per sempre felici e contenti
le donne intrappolate all’interno della spirale della violenza maschilista
di Fiorella Paone
Così si legge su
www.repubblica.it in un articolo di cronaca nera del giorno 7
maggio 2006:
“VENEZIA:
E' stata uccisa Jennifer Zacconi, la ragazza ventenne di Olmo di
Martellago (Venezia) al nono mese di gravidanza, di cui i familiari
avevano denunciato la scomparsa il 30 aprile scorso. Ed è in stato
di fermo per omicidio volontario e occultamento di cadavere Lucio
Niero, l'uomo che, secondo quanto aveva riferito Jennifer
prima di sparire, era il padre del suo bambino. Il barista 34enne ha
ammesso di aver assassinato la ragazza. È
stato lo stesso Niero a condurre gli
investigatori sul luogo dove era sepolta la giovane: una buca vicino
a un distributore di benzina, a Maerne. Il pm veneziano Stefano
Buccini ha detto che per domani è stata disposta l'autopsia che
dovrà dare indicazioni precise sulle cause del decesso della
giovane. Durante l'interrogatorio nel corso della notte, dopo essere
stato fermato ieri pomeriggio a Milano, l'uomo ha detto di aver
strangolato Jennifer dopo un diverbio scoppiato in auto, nella notte
tra sabato 29 e domenica 30 aprile.
Forse la
furia omicida è scattata alla richiesta della ragazza di
riconoscimento del nascituro o di un qualche aiuto per garantire il
suo futuro. La sera di sabato 30 aprile, i due si erano incontrati
poco lontano dalla casa di Jennifer, che avrebbe accettato una
richiesta di appuntamento dell'ex. Una volta saliti in auto
sarebbe iniziata la discussione sul futuro del figlio in arrivo. Una
questione che Niero, sposato, non riusciva più a gestire, visto che
alla moglie non aveva mai parlato della relazione avuta con la
ragazza. Il diverbio era presto sfociato in lite. A quel punto -
secondo il racconto dell'uomo - è scattata la molla della violenza.
Poi, Lucio Niero ha portato il corpo nei pressi di un'area agricola
dove c'erano già delle buche per la coltivazione di piante.
Quella stessa
notte la madre di Jennifer aveva ricevuto un sms dal telefonino
della figlia, che la avvisava di non preoccuparsi poiché "stava
andando a giocare al casinò di Nova Gorica con amici". I carabinieri
del Reparto operativo, hanno poi appurato che il messaggio partito
quella sera dal cellulare della ragazza localizzava il telefonino in
una zona di campagna vicino a Martellago, proprio dove è stato
rinvenuto il cadavere. Per sette giorni le unità cinofile hanno
rastrellato senza esito le campagne della provincia di Venezia
mentre i sommozzatori dragavano il fondo dei canali della zona. La
madre di Jennifer aveva lanciato più volte appelli alla stampa. Un
conoscente della famiglia aveva promesso 50.000 euro di ricompensa a
chi avrebbe fornito notizie utili al ritrovamento della giovane.
In base ai risultati dell'autopsia potrebbe
aggravarsi la posizione di Niero, con la contestazione del duplice
omicidio, visto che Jennifer avrebbe dovuto partorire tra poco più
di una settimana. Al momento, a Lucio Niero non è stata contestata
l'aggravante della premeditazione.
“È un epilogo
molto triste" ha detto il colonnello Adriano Vernole, comandante del
reparto operativo dei carabinieri. L'ufficiale ha raccontato che il
padre del nascituro, ha ammesso le sue responsabilità solo stamane
verso le 5, dopo quasi dieci ore di interrogatorio avvenuto dopo il
suo ritorno a Mestre. Poi il viaggio verso Maerne, lo scavo e il
ritrovamento del corpo della giovane, segnato da sette giorni di
sepoltura.”
Sul quotidiano La Stampa del 18
ottobre 2007 si legge un articolo a firma di Linda Pigozzi:
”…Ha estratto dal giubbotto una
pistola mentre aspettava, accanto alle figlie di 12 e 16 anni,
l’inizio dell’udienza di separazione dalla moglie. Poi, ha iniziato
a sparare. Colpi mirati: il primo diretto al legale della donna,
ferita in modo non grave, il secondo alla moglie che s’è
accasciata sul pavimento dell’aula 6 del tribunale e ora lotta
contro la morte in un letto dell’ospedale Santa Maria. Ha quindi
freddato il cognato che aveva tentato di disarmarlo, prima che gli
spari di un agente lo uccidessero.
Una scena folle consumatasi alle 10.50 di ieri davanti alla
decina di persone - avvocati, dipendenti del tribunale e anche le
due operatrici che seguivano la donna - che affollavano l’aula al
primo piano del palazzo di giustizia e che solo fuggendo si sono
salvate dalla furia omicida del 40enne albanese Clirim Fejzo,
un lattoniere a Reggio dal 2001. Non ha potuto sottrarsi ai colpi
Vjosa Demcolli, la moglie 37enne dell’artigiano che da dieci mesi
era fuggita dall’abitazione di famiglia, in via Andreini 1, in
città.
Una delicata questione, quella
dell’affidamento dei figli, che si sarebbe dovuta discutere ieri
mattina in tribunale nell’udienza della causa civile della
separazione. Ma questa non ha mai avuto luogo. Qualche istante prima
dell’inizio, il 40enne ha estratto la pistola dalla giubbotto,
pronto a fare una strage. Con fredda lucidità ha sparato un
colpo verso l’avvocato Giovanna Fava. Quel proiettile, diretto al
cuore del legale che assisteva la moglie nella contrastata causa di
separazione, si è fermato a pochi centimetri dall’obiettivo. La
pallottola ha infatti trapassato la spalla dell’avvocato reggiano di
53 anni causandole la frattura della clavicola. Null’altro.
Un istante, appena, e poi l’albanese si è girato verso la
moglie e ha sparato. Tre colpi esplosi a raffica che sono
rimbombati nell’attonita aula del palazzo di giustizia.
S’è accasciata sul pavimento, la donna, sotto gli occhi
increduli delle due figlie: una ragazza di 16 anni arrivata in
tribunale assieme al padre e la più piccola, non ancora 13enne, che
doveva essere sentita dal giudice.
Gravissime le
ferite provocate da quei colpi. In un intervento chirurgico
effettuato dal dottor Valerio Annessi del reparto di chirurgia
toracica del Santa Maria Nuova è stato possibile estrarre uno dei
proiettili che miracolosamente si è fermato a pochi millimetri dal
cuore. Le condizioni della donna sono disperate. Neppure lo
sguardo sconvolto delle sue figlie per il cui affidamento il 40enne
lottava con la moglie, lo hanno convito a desistere. Nell’aula
sprofondata in un silenzio irreale, l’artigiano albanese
ha continuato a brandire la pistola. Ha tentato di disarmarlo il
fratello di Vjosa, il 32enne Arjan Demcolli, che l’aveva
accompagnata in tribunale. Con una mano gli ha bloccato il polso e
ha tentato di trascinarlo fuori dall’aula, in una mossa disperata
per mettere fine alla mattanza. Non c’è riuscito il giovane
albanese, colpito al volto dal cognato che non ha esitato a
sparare anche contro di lui. Colpevole soltanto di voler fermare il
folle progetto dell’uomo che anni prima, a Durazzo, aveva
sposato la sorella, il 32enne è molto all’istante freddato dal
proiettile.
Clirim Fejzo è quindi tornato in aula, forse con l’intento di
esplodere altri colpi verso la moglie, ormai incosciente. Gli spari
hanno però allarmato due poliziotti che avevano appena scortato in
tribunale alcune persone arrestate il giorno precedente e che
avrebbero dovuto essere processate per direttissima nella vicina
aula 8. Hanno visto il cadavere del 32enne, steso davanti
all’ingresso dell’aula della strage, i due agenti del commissariato
San Lazzaro. Con loro si sono avvicinati anche i due carabinieri,
cui è affidato il compito di presidiare il palazzo di giustizia.
Quando entrano i poliziotti, uno dei carabinieri ha già sparato
verso l’omicida che però ha scansato il colpo. Non sarà così per
quelli che esploderanno verso di lui gli agenti scelti Fabio Stella
e Stefano Marcaccioli, uccidendolo, mentre il killer era intento a
ricaricare la pistola, una semiautomatica 7.65. Nello scontro a
fuoco è però
rimasto ferito a un ginocchio anche
Marcaccioli, operato poi nel pomeriggio. Mentre si consumava la
strage, nell’intero palazzo di giustizia si è scatenato l’inferno.
Nell’aula 5 stava infatti terminando un’assemblea sindacale dei
dipendenti del tribunale e due partecipanti, oltre al segretario
nazionale Sag-Unsa che stava relazionando hanno avvertito un malore.
Altre persone hanno rimediato escoriazioni mentre fuggivano per le
scale.”
In un altro servizio
si legge:
“Le hanno gettato
sulla testa un maglione, forse un giubbotto, poi l’hanno costretta
sdraiarsi e a turno l’anno violentata nell’androne di un palazzo
dove un amico l’aveva appena riaccompagnata. La vittima, una
studentessa di 20 anni, non ha fatto in tempo a dire neppure una
parola che si è trovata prigioniera dei suoi aguzzini. Era notte
fonda e in giro non c’era nessuno che potesse aiutarla. (…) E lei,
la ragazza, si è trasformata in un fagotto paralizzata dal terrore,
diabolicamente addomesticata, facile da trascinare in un angolino
più tranquillo e facile da usare. L’episodio risale a un paio di
settimane fa, ma Bologna lo ha scoperto solo ora, quando la Procura
ha diffuso la notizia e in città è riaffiorata la paura di un gruppo
stile Arancia Meccanica che colpisce con metodo preparando
con cura gli agguati e studiando le vittime. Dall’inizio dell’anno,
infatti, sono tre le studentesse costrette a subire uno stupro di
gruppo. La prima volta, il 17 febbraio scorso, i tre hanno
accerchiato una ragazza che
stava andando a telefonare (…) e con addosso la rabbia e la furia
del branco l’hanno bloccata e costretta a sdraiarsi sul marciapiede.
In due l’hanno tenuta ferma, inchiodandola a terra, mentre quello
che sembrava il capo ha abusato di lei. La seconda brutta storia si
è consumata proprio nel cuore della città, a due passi da quella
piazza Verdi che un giorno si e l’altro pure vede le forze
dell’ordine impegnate a debellare una sorta di occupazione perenne
aiutata da eterni studenti pieni di nostalgia e imbottiti di cultura
da anni di piombo. Era lo scorso 19 aprile quando un’altra giovane è
stata stuprata. Il branco dell’Arancia meccanica, forse lo
stesso della prima violenza o forse no, ha suonato il campanello di
casa di una studentessa di 23 anni. Lei ha aperto ed è stata la
fine. Spinta nello scantinato, è rimasta in balia dei suoi aguzzini,
tre animali pieni di alcol, che non hanno avuto pietà. Inutile
gridare, inutile implorare
Significativo è anche il titolo che
a grandi lettere apre un articolo de Il Resto del Carlino,
relativo agli stessi fatti di cronaca appena riportati di
violenza di gruppo ai danni di giovani donne a Bologna: ATTENTE
BOLOGNA E’ CAMBIATA. È stata un’aggressione come in Arancia
Meccanica; Nonché la dichiarazione riportata a chiusura
dell’articolo: (…) Per Alessandro Mezzani, consigliere comunale
di An “gli ultimi episodi dimostrano che in questa città non c’è più
sicurezza neppure tra le pareti di casa propria”.
Questo lavoro nasce dall’analisi di
alcuni casi di cronaca nera apparsi sui principali quotidiani del
paese e in alcune cronache televisive: il suo punto di partenza
analitico risulterà incentrato su due caratteristiche di fondo che
sono a) tecnicizzazione e spettacolarizzazione dell’evento; b)
utilizzo a fini puramente comunicazionali della separazione dal
contesto dell’episodio efferato.
L’oggetto di tali notizie è la
violenza agita o nei rapporti di intimità (cioè, da un uomo nei
confronti della sua partner o ex-partner) o da parte di sconosciuti;
si parla, nella maggior parte delle circostanze, di stupro e di
omicidio, o anche, ed è uno dei due casi citatati in nota, di
omicidio plurimo: quando tali notizie raggiungono l’attenzione dei
mass media, quindi, è quasi sempre a causa dell’esito tragico e
spesso irreversibile degli effetti della violenza.
A partire dalla lettura degli
articoli riportati, si può sottolineare che il tono è quasi sempre
quello della spettacolarizzazione dell’ evento: vengono descritti
una serie di elementi molto precisi (ad esempio il tipo di ferite),
a volte addirittura tecnici (ad esempio il tipo di arma), isolando
l’episodio criminale dal suo contesto. Il linguaggio adoperato è
molto simile a quello di un romanzo noir o di uno show televisivo ed
è volto ad alimentare il panico e a creare l’allarme: “nell’intero
palazzo di giustizia si è scatenato l’inferno”, “una mossa disperata
per mettere fine alla mattanza, “Neppure lo sguardo sconvolto delle
sue figlie lo hanno convito a desistere”, “Nell’aula sprofondata in
un silenzio irreale”, “ Le condizioni della donna sono disperate”,
“colpi esplosi a raffica che sono rimbombati nell’attonita aula del
palazzo di giustizia” “pronto a fare una strage”, “ritrovamento
del corpo della giovane, segnato da sette giorni di sepoltura”, “è
stata un’aggressione come in Arancia Meccanica”
“Il branco dell’Arancia meccanica”, “con addosso la rabbia e la
furia del branco”, “è riaffiorata la paura di un gruppo stile
Arancia Meccanica”, “attente Bologna è cambiata”, “non c’è più
sicurezza neppure tra le pareti di casa propria.”
Inoltre, quello che la cronaca
lascia emergere è la straordinarietà di tali episodi, imputati a
raptus momentanei o ad uno stato di patologia dello stupratore o
dell’assassino (“scena di follia” ”furia omicida” “folle progetto”).
La vittima, poi, viene descritta come debole, impotente e indifesa
attraverso la scelta di una serie di aggettivi quali, ad esempio: “accasciata”,
“paralizzata, “addomesticata”, e espressioni come: ”non ha
fatto in tempo a dire neppure una parola che si è trovata
prigioniera”, “facile da trascinare in un angolino più tranquillo e
facile da usare”, “è rimasta in balia dei suoi aguzzini”, “l’hanno
bloccata e costretta a sdraiarsi sul marciapiede”, “inutile gridare,
inutile implorare”, “era notte fonda e in giro non c’era
nessuno che potesse aiutarla”.
Degli aggressori, invece, è spesso
messa in luce la forza e la potenza, dalle quali sembrerebbe
impossibile sottrarsi: “tre animali pieni di alcol, che non hanno
avuto pietà”, “colpisce con metodo preparando con cura gli agguati
e studiando le vittime”, “l’hanno costretta sdraiarsi e a turno
l’anno violentata, inchiodandola a terra”.
Altre volte si evidenzia che la
violenza proviene da quegli angoli relegati ai margini della nostra
società: sono i senzatetto, i mendicanti, gli stranieri, gli
immigrati, ecc.(“l’albanese”, “il giovane albanese”, “l’artigiano
albanese”), a agire la violenza; si allontana da sé la
responsabilità e si alimenta la paura. Facile capire come questo
atteggiamento tenda da un lato a deresponsabilizzare chi agisce
l’abuso e la violenza e dall’altro a creare il mostro e a
colpevolizzare un’intera categoria di persone a seconda degli
interessi via via in gioco. La radice del male viene individuata
nella patologia o nella differenza culturale, o peggio, a volte
viene colpevolizzata la stessa vittima; ricordo come nell’ articolo
riportato si tenga a specificare che “Jennifer avrebbe accettato la
richiesta di appuntamento dell’ex-compagno”.
Anche senza negare che tutto questo
sia possibile ed esista, è legittimo il dubbio che non basti a
spiegare il dilagare di questo fenomeno che, secondo i dati ISTAT
del 2006,
in Italia rende
vittime di violenza il 68,8 per
cento delle donne tra i sedici e i settanta. Per la precisione, sono
vittime di violenza fisica e sessuale il 31,9 per cento delle donne
comprese all’interno della suddetta fascia di età: l’11,1 per cento
hanno subito violenza sessuale (stupro, tentato stupro, rapporti
sessuali "non desiderati e subiti per paura delle conseguenze" e
"attività sessuali degradanti e umilianti"), mentre il 18, 8 per
cento è vittima "solo" di violenze fisiche, dalla minaccia più lieve
a quella con le armi, dagli schiaffi al tentativo di strangolamento.
Tra le violenze fisiche le più frequenti (56,7%) sono "spinte,
strattonamenti, un braccio storto o i capelli tirati". Il 52% dei
casi riguarda "la minaccia di essere colpita" e il 36,1% "schiaffi,
calci, pugni o morsi". Se c'è di mezzo una pistola o un coltello la
percentuale è di 8,1%; il tentativo di strangolamento o soffocamento
e ustione arriva al 5,3% dei casi. Tra tutte le forme di violenze
sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche come "l'essere
toccata sessualmente contro la propria volontà" (79,5%), rapporti
sessuali non voluti (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%)
e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6%). Un terzo delle
vittime subisce violenza sia fisica che sessuale. A queste forme di
violenza si associa quella economica e psicologica vissuta a casa e
al lavoro. Le vittime, in questo caso, si contano in 7 milioni e 134
mila donne -36,9 per cento-. All’interno di questa percentuale 46,7%
vengono isolate, su altre scatta il controllo (40%), la restrizione
o la completa dipendenza economica (30,7%) e la svalorizzazione
(23,8%). Vi sono, poi, due milioni e 77 mila donne (18 %) che hanno
subito comportamenti persecutori (stalking)
da parte del partner al momento della separazione o dopo che si
erano lasciati. La persecuzione più diffusa (68, 5%) è quando lui
vuole a tutti i costi parlare con lei che invece non ne vuole
sapere. Il 61, 6% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per
incontrarla; il 57% l'ha aspettata fuori casa, davanti a scuola o
fuori dal lavoro; il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e
mail, lettere o regali indesiderati; il 40,8% l'ha seguita o spiata.
I mariti, o conviventi, o fidanzati
sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di
violenza fisica (67,1%) e di alcuni tipi di violenza sessuale come
lo stupro o i rapporti sessuali non desiderati ma subiti per paura
di conseguenze. Il 69, 7% degli stupri, infatti, è opera di partner,
il 17,4% di un conoscente, mentre “solo” il 6,2% è opera di
estranei. Per quanto riguarda la violenza psicologica, spesso
associata alle altre forme di violenza, essa è agita nei confronti
della donna sempre da un partner o un ex-partner. Fra queste il
21,9% l’ha subita sempre o spesso.
Il 61,4 % delle vittime dichiara
che i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza,
subendo, quindi, a loro volta la violenza maschile.
A partire da queste cifre è facile
capire come il fenomeno della violenza di genere subita all’interno
di un rapporto di intimità abbia già raggiunto le dimensioni di un
vero e proprio allarme sociale. Questo è tanto più preoccupante se
si considera che, sempre in riferimento ai dati ISTAT, le donne
hanno dichiarato che la violenza subita è stata molto grave (34,5%),
o abbastanza grave (29,7%), ma fra le vittime solo il 18,2%
considera reato la violenza fisica o sessuale subita in casa e in
famiglia. Per il 44% quello che è successo è stato "qualcosa di
sbagliato", per il 36% "solo qualcosa che è accaduto". A mio avviso
sono proprio questi ultimi dati quelli che rilevano la situazione di
grande difficoltà nello sradicare il modello culturale maschilista,
facendo sì che la violenza sulle donne rimanga un “fenomeno
sommerso”.
Ma perché è così raro sentire
parlare del fenomeno in riferimento ai dati rilevati? Perché non si
interrogano le donne, le vittime, o, meglio, le sopravvissute, come
vengono definite nei paesi anglosassoni?
Perché molti credono che le
donne-vittime di aggressioni da parte di partner, amici, conoscenti
o estranei siano una percentuale minima e che quelle poche siano
sprovvedute, "masochiste" o con gravi problemi sociali, oppure
provengano esclusivamente dai paesi poveri?
Occorre ribadire che si tratta di
donne di tutte le età, le provenienze, le categorie socioeconomiche
e culturali e che molte di loro non riusciranno mai a sottrarsi alla
violenza. Si tratta di un fenomeno generalmente trasversale, anche
se è da notare che, sempre in riferimento ai dati ISTAT, i tassi più
elevati di vittimizzazione sono emersi tra le donne comprese tra
25-34 anni, laureate, libere professioniste, dirigenti e
imprenditrici.
Molti ritengono che sia necessario
far partire la propria riflessione proprio dalle suddette dinamiche
di vittimizzazione, cominciando ad interrogarsi sui motivi per i
quali le donne subiscono atti tanto gravi contro la loro dignità e
libertà, fino spesso a restarne uccise senza chiedere aiuto, senza
rivelare la violenza, senza denunciare, se non dopo anni e anni di
vessazioni. Domandarsi perché le donne rimangano nelle relazioni
violente, come mai possano passare anni prima che chiedano aiuto in
modo formale (per esempio ad un centro antiviolenza, alle forze
dell'ordine o ai servizi sociali a cui si rivolge solo il 12,4 per
cento delle donne che ha subito violenza). A mio avviso, assumere
questo dubbio come punto di partenza per l’analisi, spesso cela,
dietro alle domande, un pregiudizio implicito (“se è rimasta con
lui forse non sta poi così male…”, ”forse se la è cercata…”, “sarà
quello che si merita…”), così radicato nel modo di pensare
generale da divenire automatico e costituire una vero e proprio
processo sociale di vittimizzazione culturale (vittimizzazione
secondaria).
È come se la donna che subisce una violenza di qualunque genere
–psicologica, economica, fisica, sessuale, religiosa, ecc.- vedesse
confermata la sua posizione di impotenza a partire
dall’atteggiamento generale di silenzio o, peggio, di allontanamento
della responsabilità da chi agisce gli abusi, da parte degli altri
attori sociali.
Sia nei dibattiti e
nell’informazione mediale, che nei discorsi di senso comune, mi è
capitato spesso, infatti, di sentir dire, a proposito delle vittime:
“aveva la possibilità di andarsene e, quindi, sarebbe stata libera
di lasciarlo, se solo avesse voluto”, “io ho cercato di aiutarla, ma
lei non voleva lasciarlo solo”, “dopotutto è lei che ha scelto di
stare con lui, senza dare importanza o ribellarsi ai primi segnali
di esplosione della violenza”.
E’ facile capire come questo
potrebbe rallentare, se non completamente inibire, la capacità della
vittima di chiedere aiuto.
In questo tipo di affermazioni,
infatti, oltre ad un evidente processo di vittimizzazione secondaria
che restituisce la responsabilità per la sua situazione alla donna,
vi sono alcuni vizi di fondo (come esplicitato nelle domande di
seguito esposte), che dirottano l’analisi, ed eventualmente
l’intervento, su binari, a mio avviso, troppo spesso inefficaci:
ritengo che questo tipo di approccio sia il risultato di presupposti
analitici non adeguatamente approfonditi.
Vorrei costruire tale
approfondimento a partire dalle seguenti domande:
1) Perché può essere inefficace
parlare di libertà e volontà come risorse cui la donna
dovrebbe fare appello per uscire dalla sua situazione di
sofferenza?
2) Perché può non bastare ribadire
(come pure si sente fare, giustamente, dalle associazioni di donne e
dai movimenti femministi) che la donna sceglie la relazione e non le
conseguenze di violenza della stessa?
Ritengo che per rispondere a queste
domande io debba allargare la prospettiva ad una riflessione più
generale sulle conseguenze dell’aggressività maschile sulla
condizione della donna. Per far questo ho intenzione di servirmi di
alcuni concetti propri della socioterapia,
disciplina di forte impronta sociologica e metodologica attraverso
la quale ritengo di potermi muovere in un territorio di ricerca
ancora troppo poco esplorato, ma a più voci riconosciuto come un
problema sociale e non individuale.
Innanzitutto, ritengo necessario
fare riferimento al concetto di genere
perché sono convinta che tale concetto individui in sé il carattere
culturale delle dinamiche di violenza all’interno dei rapporti di
intimità. Sulla base di alcuni degli esempi riportati, si potrebbe
ipotizzare, infatti, che vi possa essere, da parte di tanti uomini,
un’adesione affettiva ad una logica maschilista che li spinga ad
adeguare ad essa, in maniera più o meno completa, il proprio
comportamento con lo scopo di sottomettere la donna e mantenere il
controllo sui suoi comportamenti. Questo rapporto di forza, che vede
privilegiare l’ideologia che egli sia, di fatto, socialmente
legittimato ad agire tale forma di relazione, poggia
sull’accettazione generalmente condivisa dell’uso legittimo
dell’aggressività maschile nei conflitti.
La violenza di genere può essere
definita come una particolare forma di azione percepita da chi la
subisce (donna) come un comportamento aggressivo volto a
umiliare e opprimere, e frutto, da parte di chi la agisce (uomo),
di un calcolo cognitivo sulla base dell’autocostruzione di un
progetto di attacco all’altra finalizzato ad ottenere o un vantaggio
personale o un rimedio ad una temuta bassa stima di sé (questa forma
di violenza rimanda al concetto socioterapeutico di crudeltà
per cui si definisce crudele qualunque comportamento che si basi
sulla progettazione, per un qualunque motivo, dell’attacco al corpo
o all’integrità mentale dell’altro).
L’ipotesi che, a partire da tali
premesse teoriche, la socioterapia ha individuato per spiegare
l’esercizio della violenza da parte di alcuni uomini nei confronti
delle donne ha il proprio punto nodale nella dimensione affettiva:
nella misura in cui le donne, come del resto i bambini, accentuano
la loro capacità di gestione di sé e dell’altro a partire proprio
dalla capacità di gestione integrale
dell’interlocutore e delle sue RR, allora si attiva lo scontro in un
uomo dominato da un’ideologia che privilegi la già ricordata
dimensione maschile, tra la rappresentazione che lui ha di se stesso
e quello che si trova a dovere affrontare. È proprio da tale
incontro/scontro tra due sistemi di rappresentazioni che il singolo
maschio finisce con il sentirsi stretto in un angolo, in una
condizione di impotenza tale da accendere il furore quale unica arma
ritenuta possibile per uscire dallo stallo, in alternativa alla
semplice fuga. Dal furore alla violenza il passo è estremamente
breve: il vicolo cieco affettivo si trasforma in reazione
altrettanto affettiva, anche quando apparentemente sembra gestita da
una fredda razionalità. Siamo già all’interno di un’impotenza
virtualizzata, il cui riferimento è alle società della soggettività
(o tipografiche) e cioè dalla metà de ‘400 fino alla fine dell’800:
si tratta di una gestione logica di uno squilibrio affettivo - o
anche del semplice mantenimento dell’immagine di sé -.
Oggi ci ritroveremmo in un’ulteriore
situazione in base alla quale il passaggio alle società dei
neomedia, da noi definite della neo-oralità, potrebbe portare a
definire l’attuale uso della violenza come conseguenza dello
sconvolgimento dovuto alla
transizione da un medium
all’altro che ha portato ad una crisi di una soggettività
fondamentalmente basata su di un modello maschilista, che ancora
oggi, infatti, gode di un largo consenso
sociale e, spesso, viene assunto automaticamente:
- sia dalle
istituzione educative: giochi (ad esempio, soldatini per i maschi e
pentoline per le femmine), letture (ad esempio, racconti di guerra
per maschi e racconti d’amore per
femmine), sport (ad esempio, calcio
per i maschi e danza per le femmine, gli uni, ad esempio,
considerati “da bambino” o gli altri “da bambina”);
- che dai mezzi di comunicazione di
massa (programmi televisivi, in cui le donne hanno frequentemente
ruoli di semplice accompagnamento o cornice –“veline”, “letterine”,
ecc.-, e pubblicità in cui molto spesso il corpo femminile è lo
strumento sessuale adoperato per la vendita dei più diversi
prodotti).
Le stesse donne, in molti casi,
interiorizzano sin da piccolissime il suddetto modello, che spesso,
diviene una loro modalità automatica di pensiero e comportamento,
vero e proprio modello naturalizzato di riferimento. Ciò significa
che per alcune donne (la cui situazione vorrei decodificare in
questo scritto) finisce con l’essere naturale pensare che,
all’interno della coppia, l’uomo prenda le decisioni e controlli i
comportamenti femminili, e la donna obbedisca e assolva ai compiti
di cura. In termini socioteapeutici, si può dire che la
rappresentazione che la donna (d) ha del ruolo femminile nelle
relazioni di coppia è:
I
è
(amare,
non disobbedire, prendersi cura del marito,
gestire incombenze domestiche)d
R’ (ruolo femminile)d
Inv. Aft.
è
(positivo)
d
A tale rappresentazione, spesso, se
ne associa un altra, anch’essa dominante a livello culturale, che
vede il legame d’amore come qualcosa di irrazionale ed eterno,
capace di superare qualunque ostacolo e di essere appagante per il
fatto stesso di poter essere vissuto.
Iè
(irrazionale,
eterno) d
R’’ (rapporto d’amore)
d
Inv. Aft.
è
(amore,
fiducia) d
I processi educativi e formativi
portano molte donne a naturalizzare R’ e R’’
e, quindi, a considerare naturale un modello M(R’+R’’)
per il quale si vedono legate per sempre ad un uomo da accudire e al
quale obbedire. In termini socioterapeutici, questo è possibile
perché ogni persona, come già ricordato, è un sistema complesso di
comunicazione, cioè costruisce la propria identità
a partire dal contesto comunicazionale nel quale è inserito. Se tale
contesto, dunque, attraverso una pluralità di agenzie educative e
formative veicola modelli di relazione maschilisti (in cui i ruoli
sono legati a stereotipi di genere, e per i quali l’amore può
vincere su tutto, i sentimenti non si possono gestire e il
matrimonio o la famiglia sono valori in sé, qualunque sia la
situazione nella quale si dovessero venire a trovare), è facile
capire l’origine dei comportamenti, delle scelte e delle aspettative
di molte donne.
Molto spesso, per le donne che
hanno interiorizzato R’ sin da bambine e per le quali la
modalità di pensiero e azione
che ne discende sia divenuta automatica, finisce con l’essere molto
difficile mettere a fuoco il fatto di vivere una situazione di
violenza di genere, che troppo spesso genera in loro sofferenza, e,
quindi, ammettere di avere bisogno di un sostegno, e chiedere aiuto.
Cercherò, nel corso di questa
analisi, di rendere chiare le dinamiche di tale difficoltà. Nei casi
ricordati, la violenza, che era già insita all’interno del modello
maschilista condiviso dalla donna che pure ne resta vittima (R’
(ruolo femminile)d = la rappresentazione che la persona
ha di se stessa in quanto donna e del proprio ruolo conseguente
nella società), ha finito con il superare la soglia di tollerabilità
posseduta (tale soglia è sempre personale) e la donna vittima entra
in uno stato affettivo di dolore, paura e confusione che paralizza
la sua capacità di riflessione e di reazione. In tali casi, sembra
non essere quel rapporto di potere che sottomette la donna all’uomo
a creare sofferenza in sé, bensì il superamento di certi limiti
critici, al di sotto dei quali anche una simile situazione di coppia
potrebbe, forse, venire considerata dalla donna stessa come
accettabile.
Anche se si ragionasse all’interno di un quadro generale di
debolezza sociale della donna culturalmente predisposto, è
importante notare che la sofferenza scatta in relazione al
superamento della soglia critica di violenza socialmente e
personalmente tollerata all’interno di un meccanismo adattivo alla
logica dominante, basata sull’accettazione dei modelli maschilisti.
La donna non riesce a svincolarsi
dall’accettazione della naturalità del modello M al punto da
attribuire a sé la colpa della violenza del compagno maltrattatore:
ella si considera responsabile della violenza talvolta a causa della
sua incapacità di assolvere alle mansioni insite nel ruolo femminile
nella coppia (investe di più sulla I della R1), talaltra
a causa della sua incapacità di assecondare e prevedere le esigenze
del compagno (investe di più sull’ Inv. Aft. di R’).
I
è
(amare,
non disobbedire, prendersi cura del marito, gestire incombenze domestiche)d
R’ (ruolo femminile)d
Inv. Aft.
è
(positivo)
d
E non solo, tale accettazione si
manifesta nel fatto che, sovente, la donna-vittima fa di tutto per
assumersi la colpa della situazione che vive, ma fa di tutto anche
per assolvere completamente lui: “poverino, è malato, è stanco, è
frustrato, nessuno lo capisce e sa aiutarlo”.
La donna, insomma, assume su di sé
una responsabilità non sua. È da questo che potrebbe discendere la
vergogna, il senso di colpa o la convinzione di non valere niente,
di non saper fare niente. In tali situazioni, l’episodio retroagisce
sulla R che la donna ha di sé, anche se sempre in riferimento a R’,
percepita come l’unica giusta.
I
è
(inadeguata, incapace, colpevole, stupida, non degna di rispetto)
R’’’(d violata)d
Inv. Aft.
è
(vergogna, senso di colpa, paura, impotenza)
Il punto è che, finché non riesce a
svincolarsi dal modello M, essa rimane all’interno di una gabbia
simbolica che le impedisce di decodificare correttamente la sua
situazione e la inchioda all’interno di un vissuto quotidiano di
dolore e paura rispetto alla quale si blocca in un comportamento
circolare che oscilla tra la realtà
dell’impotenza dovuta a quanto asserito rispetto al ruolo della
donna (infatti, rispetto a quanto asserito in I’ lei
afferma di “sapere che fare”, di “non vedere vie d’uscita”)
e l’asserita convinzione di onnipotenza della capacità affettiva
della persona (rispetto a quanto asserito nell’Inv. Aft.’
afferma che “il suo amore cambierà la situazione”).
È importante notare che
l’approccio scisso,
che la fa oscillare da I’ a Inv. Aft.’, e
viceversa, finisce con il farla rimanere intrappolata all’interno
della “spirale della violenza”
al punto che, difficilmente, riesce a vedere da sola una possibile
e/o praticabile via di uscita;
le sembra di non essere in grado di affrontare la vita in nessun
altro modo che con lui (il compagno/agressore), ogni altra strada le
sembra troppo piena di difficoltà (a matrice fortemente affettiva),
che renderebbero, in una parola, troppo complesso
per lei il percorrerla.
Nel caso della donna che subisce e
sopporta la violenza, la complessità è data dalla sua
difficoltà, dovuta ad una pluralità di motivi sia personali che
sociali, ad accettare di stare vivendo in una condizione di abuso da
parte dell’uomo maltrattante, per entrare nell’ottica di esaminare
le proprie risorse interne ed esterne e le diverse possibilità a
disposizione al fine di tentare un miglioramento della propria
situazione.
In sintesi, si può dire, in termini
socioterapeutici, che la vittima viva uno stato di disagio
da cui senza aiuti fa fatica a svincolarsi; ella, dunque, si può
venire a trovare nella situazione di dover sopportare una situazione
di violenza all’interno di un rapporto d’intimità che tradisce le
sue aspettative e che, qualora dovesse risultare superiore alla sua
soglia di tolleranza, potrebbe gettarla in uno stato di completa
confusione. Si avrebbe così una “alterazione interna” (mentale)
che l’esplosione di violenza, affettivamente prevedibile, ma che non
è stata oggetto di prevenzione cognitiva (novità comunicativa),
diviene colpa; è la “malformazione del senso” che provoca,
nell’orizzonte concettuale della donna, l’incapacità di
comprensione e di gestione della situazione (di “mantenimento e di
gestione della complessità”). Ella, non riuscendo più a riconoscere
se stessa e il partner all’interno della relazione che vive e che
aveva scelto, si trova a capovolgere i significati attribuendo a sé
la colpa e liberandone l’attribuzione al partner (malformazione
del senso):
l’evento violento genera una situazione di scontro e disordine
tale, a livello mentale, da renderle difficile o impedirle di
concepire o attuare qualunque decodifica della situazione e la
costruzione di una qualunque alternativa. La persona si ritrova
bloccata all’interno di una condizione, rispetto alla quale non vede
via d’uscita a causa di un blocco, di origine mentale e a carattere
affettivo, della propria capacità di gestione della complessità.
Vorrei ribadire
ancora una volta che, in questo quadro generale, culturalmente
predisposto, di debolezza sociale della donna, la sofferenza scatta
in relazione al superamento di una soglia critica, socialmente
giustificata e personalmente accettata, di violenza che finisce,
quindi, con l’essere tollerata all’interno di un autentico
meccanismo adattivo alla logica dominante.
La donna che vive una tale
situazione di disagio, spesso, non riuscendo a reagire e a
ristabilire una situazione per lei tollerabile, può finire con il
congelarsi in un meccanismo di auto-colpevolizzazione e/o
auto-patologizzazione; fra le vittime, infatti, il 35,1 per cento
ha sofferto di depressione, il 48,5 per cento di perdita di fiducia
e autostima, il 44,5 per cento di sensazioni di impotenza, il 41 per
cento di disturbi del sonno, il 36,9 di crisi di ansia, il 23,7 di
difficoltà di concentrazione, il 18,5 di dolori ricorrenti in
diverse parti del corpo, il 14, 2 per cento di difficoltà rispetto
alla genitorialità e il 12,1 di episodi di autolesionismo o idee
suicide.
Le donne che subiscono violenza da parte del partner possono,
quindi, finire con l’imputare a limiti personali la propria
situazione di sofferenza- e dunque anche clinicizzarsi, rifugiandosi
in un modello patologico a stampo psichiatrico -, rinchiudendosi in
un modello patologico le cui origini possono essere riferite,
piuttosto, ad una modellistica sociale rispetto alla quale ci si
dovrebbe assumere una forte responsabilità collettiva che si
manifesti in azioni sia a livello culturale che istituzionale. La
cancellazione simbolica, sociale e culturale di interi fenomeni, di
cui la mancanza di dati e informazioni è al contempo segno e
prodotto, non può che finire con l’avallare il perpetuarsi della
violenza di genere: si ribadisce che non si tratta di un problema
individuale, ma di un problema della società nel suo complesso. Di
qui il rischio che interventi parziali non facciano altro che
perpetuare una sorta di “pronto soccorso”, indispensabile per chi
subisce un dinamica di violenza, ma non all'altezza della
risoluzione generale del problema.
A partire da questi presupposti,
vorrei ora cercare di rispondere alle due domande poste
precedentemente (v. p. 9 di questo articolo) e che sono il motore
della mia riflessione nell’ottica di delineare i presupposti del
percorso trasformativo che la vittima deve compiere per riuscire a
salvarsi. Innanzitutto, ho intenzione di spiegare perché è sbagliato
in termini analitici e inefficace in termini di intervento pensare
che la donna-vittima da sola possa riuscire a fare appello alla sua
volontà
come risorsa per uscire dalla sua situazione di maltrattamento.
La situazione di concreta violenza
che la donna-vittima subisce, come ho già spiegato, agisce sulla sua
dimensione affettiva, facendole vivere una situazione di tale
conflitto interiore fra ciò che considera giusto e naturale
(adeguarsi al modello simbolico M) e gli episodi di esplosione
eclatante della violenza (la situazione concreta che vive) che la
sua capacità di pensiero e azione ne viene completamente
annichilita. È come se la donna si bloccasse, rifugiandosi nella
propria dimensione affettiva (anche se minima e saltuaria) e
annichilendo la propria dimensione cognitiva. Ella impiega tutte le
proprie risorse per alimentare il meccanismo di accettazione del
proprio stato di vittima: questo avviene proprio perché l’unica
possibilità che la donna riesce a tollerare all’interno del proprio
orizzonte di possibilità è quella di non mettere in discussione il
modello maschilista M, per il quale è normale che lei sia sottomessa
e subisca l’uomo. La forza di R1, come riferimento e motore di
pensiero e azione, e all’interno di una modalità di pensiero e
azione scissa, rimane intatta e vincola la volontà
(come elemento affettivo della vittima) facendola divenire “serva” e
annullando completamente la capacità della donna di gestire la sua
stessa dimensione cognitiva. Il maltrattatore, unico
responsabile per l’agito delle specifiche situazioni di violenza,
detiene con tanta forza il controllo (affettivo) della partner
proprio perché può contare sulla natura vincolante del processo di
normalizzazione del modello M (come sua accettazione a
responsabilità completamente sociale) sulla volontà della vittima.
È sbagliato, quindi, dire che se
volesse la donna potrebbe rifiutarlo, lei non può non volerlo
proprio per la natura affettivamente vincolante del suo voler
rimanere all’interno del suo ruolo; si instaura un legame di
dipendenza
determinato dal dominio del modello relazionale, e del ruolo
femminile in esso, proprio di un’ideologia maschilista, all’interno
del quale la vittima non è più in grado di gestire la sua volontà,
determinata, invece, dal modello normalizzato.
La vittima sembra chiudersi nella
sua realtà (che, come già ricordato,
socioterapeuticamente è definita come la proiezione del sistema di
RR della persona sul piano dell’empiria -L.Benvenuti, 2008, p.
100-), al fine di evitare in tutti i modi che si ripristini il
contatto con il suo ambiente e, nello specifico, con il suo vissuto
di violenza arrivando sino al punto in cui le sembri di mantenere
un’apparente capacità di gestione su di sé e sul proprio contesto. A
tale scopo ella può mettere in atto tutta una serie di accorgimenti,
quali, ad esempio, lasciare il proprio lavoro o la propria città,
limitare o annullare i propri contatti con la famiglia di origine o
gli amici, assumere progressivamente su di sé tutto l’onere della
gestione delle mansioni domestiche e della cura dei figli. La
vittima si attacca tenacemente al suo sogno d’amore, fa continuo
riferimento ai momenti della sua relazione che ricorda come
positivi, giustifica i comportamenti del compagno-maltrattatore
idealizzandolo e convincendosi che è troppo “stanco”, “sfortunato”
o, talvolta, “malato” e quando si rende conto che ogni suo tentativo
fallisce comincia a colpevolizzare se stessa, innescando i
meccanismi di patologizzazione cui prima ho fatto riferimento (p.?).
La capacità di rifugiarsi nel
simbolico, che lei si illude possa proteggerla dall’esterno, non è
altro che una strategia adattiva interna alla dinamica di dipendenza
e può trasformarsi in una gabbia che le impedisce sul piano
materiale di comprendere la violenza insita nella sua relazione e di
guardarsi intorno alla ricerca di alternative per migliorare la
vita.
L’ipotesi,
quindi, è che la diffusione degli stereotipi di genere creino una
sorta di attitudine sociale all’instaurarsi di legami improntati a
modelli maschilisti, all’interno dei qualila donna che subisce i maltrattamenti dell’uomo è mentalmente
predisposta a rimanere ingabbiata nella circolarità di una
situazione apparentemente priva di violenza.
All’interno di
tale quadro generale, è a partire da specifici e singolari
detonatori personali che può instaurarsi nella donna una dinamica di
dipendenza. Il modello simbolico interiorizzato, ad esempio quello
che vede la donna realizzata solo in un rapporto di coppia
improntato su dinamiche maschiliste, diviene una vera e propria
“prigione” (simbolica), alla cui logica per la vittima diviene
sempre più costoso adeguarsi, ma dalla quale non sembra potere
prescindere. Il legame di dipendenza (che vincola la donna
all’obbedienza al modello M e, quindi, alla sottomissione all’uomo)
agisce direttamente attraverso la gestione della sfera affettiva
della vittima, che si rifugia sul piano del simbolico nell’illusione
di allontanarsi dalla
violenza della situazione che vive
(sogno d’amore che aveva da ragazzina, ricordo del passato, speranza
di “poterlo salvare”, ecc.), come unica risposta, comprensibile,
anche se sbagliata e autolesionista, alla sconfitta interna relativa
all’idealizzazione del legame d’amore e della figura del partner.
Nel tentativo di
finire di rispondere alle domande che muovono la mia analisi, posso,
quindi, sostenere che, alla luce di quanto già spiegato, mi sembra
che in parecchi casi sia estremamente debole fare appello alla
libertà della vittima (in riferimento alla seconda parte della
prima domanda dalla quale sono partita) come risorsa per trasformare
la situazione di
sofferenza
determinata dalla violenza di genere. Quale libertà è,
infatti, possibile per una donna per la quale sembrano essere
naturale l’obbedienza e la completa dedizione “ finché morte non ci
separi” ad un marito-padrone? O, ancora, quale libertà è
possibile all’interno di un meccanismo di dipendenza?
In termini
socioterapeutici, infatti, la libertà è un concetto vuoto se
a esso non si presuppone e si associa quello di autonomia,
con il quale si fa riferimento alla capacità di costruzione di una
corretta R di sé e del proprio ambiente di vita (svincolato da
stereotipi) possibile solo se la persona è in possesso di una buona
competenza metodologica che le permetta di affrontare le situazioni
non note. Infine, il concetto di autonomia implica una dimensione di
valore, nel senso di un’assunzione di responsabilità personale a
tutela del senso biologico della vita. Se la donna non
raggiunge un certo livello di autonomia, potrebbe non essere in
grado di vedersi senza un uomo o di scegliere strade che esulino
dalla relazione di coppia che ha già conosciuto, anche se
materialmente, spesso, nulla le impedirebbe di rifiutare la dinamica
di violenza. L’unico modello di relazione cui la donna fa
riferimento, infatti, è quello, assolutamente astratto, per cui il
buon funzionamento di una coppia e la felicità dei suoi membri si
basano sull’obbedienza a ruoli di genere costruiti su un’ideologia
maschilista. È necessario sottolineare che l’accettazione di tale
modello inficia sin da subito libertà e autonomia della
donna; esso, infatti, esprime in sé, laddove venga accettato
acriticamente, una violenza di genere pericolosa già prima di essere
declinata.
Ed è proprio
perché spesso il modello di relazione cui le donne fanno
automaticamente riferimento è quello maschilista - definibile come
violento già prima del manifestarsi di episodi efferati in quanto
implica comunque la subordinazione della donna all’uomo -
che può essere inutile in termini
di intervento, anche se giusto in termini generali di attribuzione
della responsabilità, ribadire che la donna sceglie la relazione
e non la violenza in quanto nel momento iniziale del rapporto
lei non immaginava gli esiti di abuso dello stesso. La vittima,
infatti, non si sente libera di lasciare il maltrattatore
“solo” perché nel momento di cominciare la relazione non si
aspettava gli esiti violenti che si sarebbe trovata a subire; ella
ha bisogno di svincolarsi dal modello (M) di relazione cui fa
riferimento e cominciare ad intuire e interiorizzare la possibilità
di un diverso modello di rapporto d’amore che sia completamente
fuori dagli schemi dell’ideologia maschilista dominante, a partire
da un suo riappropriarsi della gestione della propria dimensione
cognitiva.
Non è, dunque, a
un’astratta idea di libertà che la donna deve fare appello,
bensì alla possibilità di sentir crescere il suo grado di
autonomia. La donna può, così, riuscire a interrogare il
concetto stesso di relazione a partire da un’effettiva messa in
discussione di se stessa e della sua situazione in un’ottica
trasformativa che la metta definitivamente al sicuro.
Si è già
spiegato che la condizione di annichilimento della dimensione
cognitiva della vittima, comprensibile anche se errata, sia una
risposta di adeguamento alla violenza che impedisce alla donna di
modificare la sua situazione e le impone di adoperare tutte le sue
risorse per il mantenimento dello status quo. Fino a che la vittima
permane nella situazione di sudditanza rappresentativa (affettiva e
cognitiva insieme) non è in grado di reagire alla condizione che le
viene imposta e, quindi, di innescare quel processo di cambiamento
virtuoso in grado di portarla all’autonomia.
La mia ipotesi è che i nostri
sistemi sociali non siano ancora in grado di gestire il fenomeno
della violenza in famiglia che deve ancora essere sottoposto ad un
lavoro di definizione scientifica degli effetti, che per ora
risultano essere di difficile gestione da parte degli stessi attori
coinvolti:
è proprio
qui che può aprirsi quel nuovo terreno di intervento in cui la
socioterapia potrà dare il suo contributo.
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