e vissero per sempre felici e contenti

le donne intrappolate all’interno della spirale della violenza maschilista

di Fiorella Paone

 

Così si legge su www.repubblica.it in un articolo di cronaca nera del giorno 7 maggio 2006:

“VENEZIA: E' stata uccisa Jennifer Zacconi, la ragazza ventenne di Olmo di Martellago (Venezia) al nono mese di gravidanza, di cui i familiari avevano denunciato la scomparsa il 30 aprile scorso. Ed è in stato di fermo per omicidio volontario e occultamento di cadavere Lucio Niero, l'uomo che, secondo quanto aveva riferito Jennifer prima di sparire, era il padre del suo bambino. Il barista 34enne ha ammesso di aver assassinato la ragazza. È
stato lo stesso Niero a condurre gli investigatori sul luogo dove era sepolta la giovane: una buca vicino a un distributore di benzina, a Maerne. Il pm veneziano Stefano Buccini ha detto che per domani è stata disposta l'autopsia che dovrà dare indicazioni precise sulle cause del decesso della giovane. Durante l'interrogatorio nel corso della notte, dopo essere stato fermato ieri pomeriggio a Milano, l'uomo ha detto di aver strangolato Jennifer dopo un diverbio scoppiato in auto, nella notte tra sabato 29 e domenica 30 aprile.

Forse la furia omicida è scattata alla richiesta della ragazza di riconoscimento del nascituro o di un qualche aiuto per garantire il suo futuro. La sera di sabato 30 aprile, i due si erano incontrati poco lontano dalla casa di Jennifer, che avrebbe accettato una richiesta di appuntamento dell'ex. Una volta saliti in auto sarebbe iniziata la discussione sul futuro del figlio in arrivo. Una questione che Niero, sposato, non riusciva più a gestire, visto che alla moglie non aveva mai parlato della relazione avuta con la ragazza. Il diverbio era presto sfociato in lite. A quel punto - secondo il racconto dell'uomo - è scattata la molla della violenza. Poi, Lucio Niero ha portato il corpo nei pressi di un'area agricola dove c'erano già delle buche per la coltivazione di piante.

Quella stessa notte la madre di Jennifer aveva ricevuto un sms dal telefonino della figlia, che la avvisava di non preoccuparsi poiché "stava andando a giocare al casinò di Nova Gorica con amici". I carabinieri del Reparto operativo, hanno poi appurato che il messaggio partito quella sera dal cellulare della ragazza localizzava il telefonino in una zona di campagna vicino a Martellago, proprio dove è stato rinvenuto il cadavere. Per sette giorni le unità cinofile hanno rastrellato senza esito le campagne della provincia di Venezia mentre i sommozzatori dragavano il fondo dei canali della zona. La madre di Jennifer aveva lanciato più volte appelli alla stampa. Un conoscente della famiglia aveva promesso 50.000 euro di ricompensa a chi avrebbe fornito notizie utili al ritrovamento della giovane.
In base ai risultati dell'autopsia potrebbe aggravarsi la posizione di Niero, con la contestazione del duplice omicidio, visto che Jennifer avrebbe dovuto partorire tra poco più di una settimana. Al momento, a Lucio Niero non è stata contestata l'aggravante della premeditazione.

“È un epilogo molto triste" ha detto il colonnello Adriano Vernole, comandante del reparto operativo dei carabinieri. L'ufficiale ha raccontato che il padre del nascituro, ha ammesso le sue responsabilità solo stamane verso le 5, dopo quasi dieci ore di interrogatorio avvenuto dopo il suo ritorno a Mestre. Poi il viaggio verso Maerne, lo scavo e il ritrovamento del corpo della giovane, segnato da sette giorni di sepoltura.”

Sul quotidiano La Stampa del 18 ottobre 2007 si legge un articolo a firma di Linda Pigozzi:
”…Ha estratto dal giubbotto una pistola mentre aspettava, accanto alle figlie di 12 e 16 anni, l’inizio dell’udienza di separazione dalla moglie. Poi, ha iniziato a sparare. Colpi mirati: il primo diretto al legale della donna, ferita in modo non grave, il secondo alla moglie che s’è accasciata sul pavimento dell’aula 6 del tribunale e ora lotta contro la morte in un letto dell’ospedale Santa Maria. Ha quindi freddato il cognato che aveva tentato di disarmarlo, prima che gli spari di un agente lo uccidessero.
Una scena folle consumatasi alle 10.50 di ieri davanti alla decina di persone - avvocati, dipendenti del tribunale e anche le due operatrici che seguivano la donna - che affollavano l’aula al primo piano del palazzo di giustizia e che solo fuggendo si sono salvate dalla furia omicida del 40enne albanese Clirim Fejzo, un lattoniere a Reggio dal 2001. Non ha potuto sottrarsi ai colpi Vjosa Demcolli, la moglie 37enne dell’artigiano che da dieci mesi era fuggita dall’abitazione di famiglia, in via Andreini 1, in città.

Una delicata questione, quella dell’affidamento dei figli, che si sarebbe dovuta discutere ieri mattina in tribunale nell’udienza della causa civile della separazione. Ma questa non ha mai avuto luogo. Qualche istante prima dell’inizio, il 40enne ha estratto la pistola dalla giubbotto, pronto a fare una strage. Con fredda lucidità ha sparato un colpo verso l’avvocato Giovanna Fava. Quel proiettile, diretto al cuore del legale che assisteva la moglie nella contrastata causa di separazione, si è fermato a pochi centimetri dall’obiettivo. La pallottola ha infatti trapassato la spalla dell’avvocato reggiano di 53 anni causandole la frattura della clavicola. Null’altro.
Un istante, appena, e poi l’albanese si è girato verso la moglie e ha sparato. Tre colpi esplosi a raffica che sono rimbombati nell’attonita aula del palazzo di giustizia.
S’è accasciata sul pavimento, la donna, sotto gli occhi increduli delle due figlie: una ragazza di 16 anni arrivata in tribunale assieme al padre e la più piccola, non ancora 13enne, che doveva essere sentita dal giudice.

Gravissime le ferite provocate da quei colpi. In un intervento chirurgico effettuato dal dottor Valerio Annessi del reparto di chirurgia toracica del Santa Maria Nuova è stato possibile estrarre uno dei proiettili che miracolosamente si è fermato a pochi millimetri dal cuore. Le condizioni della donna sono disperate. Neppure lo sguardo sconvolto delle sue figlie per il cui affidamento il 40enne lottava con la moglie, lo hanno convito a desistere. Nell’aula sprofondata in un silenzio irreale, l’artigiano albanese ha continuato a brandire la pistola. Ha tentato di disarmarlo il fratello di Vjosa, il 32enne Arjan Demcolli, che l’aveva accompagnata in tribunale. Con una mano gli ha bloccato il polso e ha tentato di trascinarlo fuori dall’aula, in una mossa disperata per mettere fine alla mattanza. Non c’è riuscito il giovane albanese, colpito al volto dal cognato che non ha esitato a sparare anche contro di lui. Colpevole soltanto di voler fermare il folle progetto dell’uomo che anni prima, a Durazzo, aveva sposato la sorella, il 32enne è molto all’istante freddato dal proiettile.
Clirim Fejzo è quindi tornato in aula, forse con l’intento di esplodere altri colpi verso la moglie, ormai incosciente. Gli spari hanno però allarmato due poliziotti che avevano appena scortato in tribunale alcune persone arrestate il giorno precedente e che avrebbero dovuto essere processate per direttissima nella vicina aula 8. Hanno visto il cadavere del 32enne, steso davanti all’ingresso dell’aula della strage, i due agenti del commissariato San Lazzaro. Con loro si sono avvicinati anche i due carabinieri, cui è affidato il compito di presidiare il palazzo di giustizia.
Quando entrano i poliziotti, uno dei carabinieri ha già sparato verso l’omicida che però ha scansato il colpo. Non sarà così per quelli che esploderanno verso di lui gli agenti scelti Fabio Stella e Stefano Marcaccioli, uccidendolo, mentre il killer era intento a ricaricare la pistola, una semiautomatica 7.65. Nello scontro a fuoco è però

rimasto ferito a un ginocchio anche Marcaccioli, operato poi nel pomeriggio. Mentre si consumava la strage, nell’intero palazzo di giustizia si è scatenato l’inferno. Nell’aula 5 stava infatti terminando un’assemblea sindacale dei dipendenti del tribunale e due partecipanti, oltre al segretario nazionale Sag-Unsa che stava relazionando hanno avvertito un malore. Altre persone hanno rimediato escoriazioni mentre fuggivano per le scale.”

In un altro servizio si legge[1]:

“Le hanno gettato sulla testa un maglione, forse un giubbotto, poi l’hanno costretta sdraiarsi e a turno l’anno violentata nell’androne di un palazzo dove un amico l’aveva appena riaccompagnata. La vittima, una studentessa di 20 anni, non ha fatto in tempo a dire neppure una parola che si è trovata prigioniera dei suoi aguzzini. Era notte fonda e in giro non c’era nessuno che potesse aiutarla. (…) E lei, la ragazza, si è trasformata in un fagotto paralizzata dal terrore, diabolicamente addomesticata, facile da trascinare in un angolino più tranquillo e facile da usare. L’episodio risale a un paio di settimane fa, ma Bologna lo ha scoperto solo ora, quando la Procura ha diffuso la notizia e in città è riaffiorata la paura di un gruppo stile Arancia Meccanica che colpisce con metodo preparando con cura gli agguati e studiando le vittime. Dall’inizio dell’anno, infatti, sono tre le studentesse costrette a subire uno stupro di gruppo. La prima volta, il 17 febbraio scorso, i tre hanno accerchiato una ragazza che stava andando a telefonare (…) e con addosso la rabbia e la furia del branco l’hanno bloccata e costretta a sdraiarsi sul marciapiede. In due l’hanno tenuta ferma, inchiodandola a terra, mentre quello che sembrava il capo ha abusato di lei. La seconda brutta storia si è consumata proprio nel cuore della città, a due passi da quella piazza Verdi che un giorno si e l’altro pure vede le forze dell’ordine impegnate a debellare una sorta di occupazione perenne aiutata da eterni studenti pieni di nostalgia e imbottiti di cultura da anni di piombo. Era lo scorso 19 aprile quando un’altra giovane è stata stuprata. Il branco dell’Arancia meccanica, forse lo stesso della prima violenza o forse no, ha suonato il campanello di casa di una studentessa di 23 anni. Lei ha aperto ed è stata la fine. Spinta nello scantinato, è rimasta in balia dei suoi aguzzini, tre animali pieni di alcol, che non hanno avuto pietà. Inutile gridare, inutile implorare 

Significativo è anche il titolo che a grandi lettere apre un articolo de Il Resto del Carlino[2], relativo agli stessi fatti di cronaca appena riportati di violenza di gruppo ai danni di giovani donne a Bologna: ATTENTE BOLOGNA E’ CAMBIATA. È stata un’aggressione come in Arancia Meccanica; Nonché la dichiarazione riportata a chiusura dell’articolo: (…) Per Alessandro Mezzani, consigliere comunale di An “gli ultimi episodi dimostrano che in questa città non c’è più sicurezza neppure tra le pareti di casa propria”.

Questo lavoro nasce dall’analisi di alcuni casi di cronaca nera apparsi sui principali quotidiani del paese e in alcune cronache televisive: il suo punto di partenza analitico risulterà incentrato su due caratteristiche di fondo che sono a) tecnicizzazione e spettacolarizzazione dell’evento; b) utilizzo a fini puramente comunicazionali della separazione dal contesto dell’episodio efferato.

L’oggetto di tali notizie è la violenza agita o nei rapporti di intimità (cioè, da un uomo nei confronti della sua partner o ex-partner) o da parte di sconosciuti; si parla, nella maggior parte delle circostanze, di stupro e di omicidio, o anche, ed è uno dei due casi citatati in nota, di omicidio plurimo: quando tali notizie raggiungono l’attenzione dei mass media, quindi, è quasi sempre a causa dell’esito tragico e spesso irreversibile degli effetti della violenza.

A partire dalla lettura degli articoli riportati, si può sottolineare che il tono è quasi sempre quello della spettacolarizzazione dell’ evento: vengono descritti una serie di elementi molto precisi (ad esempio il tipo di ferite), a volte addirittura tecnici (ad esempio il tipo di arma), isolando l’episodio criminale dal suo contesto. Il linguaggio adoperato è molto simile a quello di un romanzo noir o di uno show televisivo ed è volto ad alimentare il panico e a creare l’allarme: “nell’intero palazzo di giustizia si è scatenato l’inferno”, “una mossa disperata per mettere fine alla mattanza, “Neppure lo sguardo sconvolto delle sue figlie lo hanno convito a desistere”, “Nell’aula sprofondata in un silenzio irreale”, “ Le condizioni della donna sono disperate”, “colpi esplosi a raffica che sono rimbombati nell’attonita aula del palazzo di giustizia” “pronto a fare una strage”, “ritrovamento del corpo della giovane, segnato da sette giorni di sepoltura”, “è stata un’aggressione come in Arancia Meccanica “Il branco dell’Arancia meccanica”, “con addosso la rabbia e la furia del branco”, “è riaffiorata la paura di un gruppo stile Arancia Meccanica”, “attente Bologna è cambiata”, “non c’è più sicurezza neppure tra le pareti di casa propria.”

Inoltre, quello che la cronaca lascia emergere è la straordinarietà di tali episodi, imputati a raptus momentanei o ad uno stato di patologia dello stupratore o dell’assassino (“scena di follia” ”furia omicida” “folle progetto”). La vittima, poi, viene descritta come debole, impotente e indifesa attraverso la scelta di una serie di aggettivi quali, ad esempio: “accasciata”, “paralizzata, “addomesticata”, e espressioni come: ”non ha fatto in tempo a dire neppure una parola che si è trovata prigioniera”, “facile da trascinare in un angolino più tranquillo e facile da usare”,  “è rimasta in balia dei suoi aguzzini”, “l’hanno bloccata e costretta a sdraiarsi sul marciapiede”, “inutile gridare, inutile implorare”, “era notte fonda e in giro non c’era nessuno che potesse aiutarla”.

Degli aggressori, invece, è spesso messa in luce la forza e la potenza, dalle quali sembrerebbe impossibile sottrarsi: “tre animali pieni di alcol, che non hanno avuto pietà”,  “colpisce con metodo preparando con cura gli agguati e studiando le vittime”,  “l’hanno costretta sdraiarsi e a turno l’anno violentata, inchiodandola a terra”.

Altre volte si evidenzia che la violenza proviene da quegli angoli relegati ai margini della nostra società: sono i senzatetto, i mendicanti, gli stranieri, gli immigrati, ecc.(“l’albanese”, “il giovane albanese”, “l’artigiano albanese”), a agire la violenza; si allontana da sé la responsabilità e si alimenta la paura. Facile capire come questo atteggiamento tenda da un lato a deresponsabilizzare chi agisce l’abuso e la violenza e dall’altro a creare il mostro e a colpevolizzare un’intera categoria di persone a seconda degli interessi via via in gioco. La radice del male viene individuata nella patologia o nella differenza culturale, o peggio, a volte viene colpevolizzata la stessa vittima; ricordo come nell’ articolo riportato si tenga a specificare che “Jennifer avrebbe accettato la richiesta di appuntamento dell’ex-compagno”.

Anche senza negare che tutto questo sia possibile ed esista, è legittimo il dubbio che non basti a spiegare il dilagare di questo fenomeno che, secondo i dati ISTAT del 2006[3], in Italia rende vittime  di violenza il 68,8 per cento delle donne tra i sedici e i settanta. Per la precisione, sono vittime di violenza fisica e sessuale il 31,9 per cento delle donne comprese all’interno della suddetta fascia di età: l’11,1 per cento hanno subito violenza sessuale (stupro, tentato stupro, rapporti sessuali "non desiderati e subiti per paura delle conseguenze" e "attività sessuali degradanti e umilianti"), mentre il 18, 8 per cento è vittima "solo" di violenze fisiche, dalla minaccia più lieve a quella con le armi, dagli schiaffi al tentativo di strangolamento. Tra le violenze fisiche le più frequenti (56,7%) sono "spinte, strattonamenti, un braccio storto o i capelli tirati". Il 52% dei casi riguarda "la minaccia di essere colpita" e il 36,1% "schiaffi, calci, pugni o morsi". Se c'è di mezzo una pistola o un coltello la percentuale è di 8,1%; il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione arriva al 5,3% dei casi. Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche come "l'essere toccata sessualmente contro la propria volontà" (79,5%), rapporti sessuali non voluti (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6%). Un terzo delle vittime subisce violenza sia fisica che sessuale. A queste forme di violenza si associa quella economica e psicologica vissuta a casa e al lavoro. Le vittime, in questo caso, si contano in 7 milioni e 134 mila donne -36,9 per cento-. All’interno di questa percentuale 46,7% vengono isolate, su altre scatta il controllo (40%), la restrizione o la completa dipendenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%). Vi sono, poi, due milioni e 77 mila donne (18 %) che hanno subito comportamenti persecutori (stalking[4]) da parte del partner al momento della separazione o dopo che si erano lasciati. La persecuzione più diffusa (68, 5%) è quando lui vuole a tutti i costi parlare con lei che invece non ne vuole sapere. Il 61, 6% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla; il 57% l'ha aspettata fuori casa, davanti a scuola o fuori dal lavoro; il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e mail, lettere o regali indesiderati; il 40,8% l'ha seguita o spiata.

I mariti, o conviventi, o fidanzati sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica (67,1%) e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro o i rapporti sessuali non desiderati ma subiti per paura di conseguenze. Il 69, 7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente, mentre “solo” il 6,2% è opera di estranei. Per quanto riguarda la violenza psicologica, spesso associata alle altre forme di violenza, essa è agita nei confronti della donna sempre da un partner o un ex-partner. Fra queste il 21,9%  l’ha subita sempre o spesso.

Il 61,4 % delle vittime dichiara che i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza, subendo, quindi, a loro volta la violenza maschile.

A partire da queste cifre è facile capire come il fenomeno della violenza di genere subita all’interno di un rapporto di intimità abbia già raggiunto le dimensioni di un vero e proprio allarme sociale. Questo è tanto più preoccupante se si considera che, sempre in riferimento ai dati ISTAT, le donne hanno dichiarato che la violenza subita è stata molto grave (34,5%), o abbastanza grave (29,7%), ma fra le vittime solo il 18,2% considera reato la violenza fisica o sessuale subita in casa e in famiglia. Per il 44% quello che è successo è stato "qualcosa di sbagliato", per il 36% "solo qualcosa che è accaduto". A mio avviso sono proprio questi ultimi dati quelli che rilevano la situazione di grande difficoltà nello sradicare il modello culturale maschilista, facendo sì che la violenza sulle donne rimanga un “fenomeno sommerso”.

Ma perché è così raro sentire parlare del fenomeno in riferimento ai dati rilevati? Perché non si interrogano le donne, le vittime, o, meglio, le sopravvissute, come vengono definite nei paesi anglosassoni?

Perché molti credono che le donne-vittime di aggressioni da parte di partner, amici, conoscenti o estranei siano una percentuale minima e che quelle poche siano sprovvedute, "masochiste" o con gravi problemi sociali, oppure provengano esclusivamente dai paesi poveri?

Occorre ribadire che si tratta di donne di tutte le età, le provenienze, le categorie socioeconomiche e culturali e che molte di loro non riusciranno mai a sottrarsi alla violenza. Si tratta di un fenomeno generalmente trasversale, anche se è da notare che, sempre in riferimento ai dati ISTAT, i tassi più elevati di vittimizzazione sono emersi tra le donne comprese tra 25-34 anni, laureate, libere professioniste, dirigenti e imprenditrici. 

Molti ritengono che sia necessario far partire la propria riflessione proprio dalle suddette dinamiche di vittimizzazione, cominciando ad interrogarsi sui motivi per i quali le donne subiscono atti tanto gravi contro la loro dignità e libertà, fino spesso a restarne uccise senza chiedere aiuto, senza rivelare la violenza, senza denunciare, se non dopo anni e anni di vessazioni. Domandarsi perché le donne rimangano nelle relazioni violente, come mai possano passare anni prima che chiedano aiuto in modo formale (per esempio ad un centro antiviolenza, alle forze dell'ordine o ai servizi sociali a cui si rivolge solo il 12,4 per cento delle donne che ha subito violenza). A mio avviso, assumere questo dubbio come punto di partenza per l’analisi, spesso cela, dietro alle domande, un pregiudizio implicito (“se è rimasta con lui forse non sta poi così male…”, ”forse se la è cercata…”, “sarà quello che si merita…”), così radicato nel modo di pensare generale da divenire automatico e costituire una vero e proprio processo sociale di vittimizzazione culturale (vittimizzazione secondaria[5]). È come se la donna che subisce una violenza di qualunque genere –psicologica, economica, fisica, sessuale, religiosa, ecc.- vedesse confermata la sua posizione di impotenza a partire dall’atteggiamento generale di silenzio o, peggio, di allontanamento della responsabilità da chi agisce gli abusi, da parte degli altri attori sociali.

Sia nei dibattiti e nell’informazione mediale, che nei discorsi di senso comune, mi è capitato spesso, infatti, di sentir dire, a proposito delle vittime: “aveva la possibilità di andarsene e, quindi, sarebbe stata libera di lasciarlo, se solo avesse voluto”, “io ho cercato di aiutarla, ma lei non voleva lasciarlo solo”, “dopotutto è lei che ha scelto di stare con lui, senza dare importanza o ribellarsi ai primi segnali di esplosione della violenza”.

E’ facile capire come questo potrebbe rallentare, se non completamente inibire, la capacità della vittima di chiedere aiuto.

In questo tipo di affermazioni, infatti, oltre ad un evidente processo di vittimizzazione secondaria che restituisce la responsabilità per la sua situazione alla donna, vi sono alcuni vizi di fondo (come esplicitato nelle domande di seguito esposte), che dirottano l’analisi, ed eventualmente l’intervento, su binari, a mio avviso, troppo spesso inefficaci: ritengo che questo tipo di approccio sia il risultato di presupposti analitici non adeguatamente approfonditi.

Vorrei costruire tale approfondimento a partire dalle seguenti domande:

1) Perché può essere inefficace parlare di libertà e volontà come risorse cui la donna dovrebbe fare appello per uscire dalla sua situazione di sofferenza?

2) Perché può non bastare ribadire (come pure si sente fare, giustamente, dalle associazioni di donne e dai movimenti femministi) che la donna sceglie la relazione e non le conseguenze di violenza della stessa?

Ritengo che per rispondere a queste domande io debba allargare la prospettiva ad una riflessione più generale sulle conseguenze dell’aggressività maschile sulla condizione della donna. Per far questo ho intenzione di servirmi di alcuni concetti propri della socioterapia[6], disciplina di forte impronta sociologica e metodologica attraverso la quale ritengo di potermi muovere in un territorio di ricerca ancora troppo poco esplorato, ma a più voci riconosciuto come un problema sociale e non individuale.

Innanzitutto, ritengo necessario fare riferimento al concetto di genere[7] perché sono convinta che tale concetto individui in sé il carattere culturale delle dinamiche di violenza all’interno dei rapporti di intimità. Sulla base di alcuni degli esempi riportati, si potrebbe ipotizzare, infatti, che vi possa essere, da parte di tanti uomini, un’adesione affettiva ad una logica maschilista che li spinga ad adeguare ad essa, in maniera più o meno completa, il proprio comportamento con lo scopo di sottomettere la donna e mantenere il controllo sui suoi comportamenti. Questo rapporto di forza, che vede privilegiare l’ideologia che egli sia, di fatto, socialmente legittimato ad agire tale forma di relazione, poggia sull’accettazione generalmente condivisa dell’uso legittimo dell’aggressività maschile nei conflitti.

La violenza di genere può essere definita come una particolare forma di azione percepita da chi la subisce (donna) come un comportamento aggressivo volto a umiliare e opprimere, e frutto, da  parte di chi la agisce (uomo), di un calcolo cognitivo sulla base dell’autocostruzione di un progetto di attacco all’altra finalizzato ad ottenere o un vantaggio personale o un rimedio ad una temuta bassa stima di sé (questa forma di violenza rimanda al concetto socioterapeutico di crudeltà[8] per cui si definisce crudele qualunque comportamento che si basi sulla progettazione, per un qualunque motivo, dell’attacco al corpo o all’integrità mentale dell’altro).

Il punto nodale dell’analisi sta proprio nella comprensione dei perché dell’esplosione di tale aggressività da parte di così tanti uomini.

Per cercare di analizzare tale aspetto, sarà utile fare riferimento al concetto socioterapeutico di Rappresentazione (R), variabile somma delle dimensioni cognitiva (I) e affettiva (Inv. Aff.). che si definisce come:

·                      prodotto mentale che permette la selezione e la memorizzazione di quanto conosciuto attraverso percezioni sensoriali in relazione allo “spazio affettivo” del singolo[9];

·                      la base della conoscenza;

·                      a partire da esse si formano gli schemi logici del singolo, che costituiscono un riferimento e un parametro di valutazione per il comportamento passato, presente, futuro.

La socioterapia parte dalla premessa che la persona è da intendersi come un sistema complesso di comunicazioni che si organizza come risposta attiva di adeguamento alle continue evoluzioni degli schemi esplicativi dell’ambiente determinati di volta in volta dal medium di comunicazione dominante. In una prima fase dello sviluppo onto- e filo- genetico, le Rappresentazioni (RR) risultano caratterizzate dalla indifferenziazione (con-fusione) fra la dimensione cognitiva e quella affettiva: esse si differenzieranno solo con il procedere dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa. Per rendere chiaro quanto appena detto occorre rifarsi ad un modello di sviluppo filogenetico il cui punto di partenza è collocabile nell’ambito della pre-oralità e dell’ oralità, fase che vede il piano empirico e quello simbolico perfettamente coincidenti. L’introduzione del medium tipografico introduce una frattura: nel momento in cui si affievolisce il bisogno del tramite umano per trasmettere conoscenza, si autonomizza un piano, parallelo a quello dell’ empiria, ma che si distacca da esso. E’ il primo livello del simbolico, raffigurabile come un piano interamente costituito da rappresentazioni (RR). Oggi, con l’introduzione dei media elettronici, si assiste ad una virtualizzazione di secondo livello, funzione della completa autonomizzazione del simbolico: mentre al primo grado di autonomizzazione il punto di partenza rimane la natura e l’ esperire diretto, al secondo grado è il simbolico stesso a porsi come presupposto alla creazione, organizzazione e trasmissione della conoscenza.

Nei termini della persona il processo di autonomizzazione del simbolico comporta una trasformazione molto importante nella modalità di formazione e organizzazione strutturale della conoscenza, e, quindi nella sistematizzazione della organizzazione psichica dei singoli. Alla base di tale trasformazione vi è il fatto che nella creazione, organizzazione e costruzione della conoscenza non ci si riferisce più soltanto ad un legame diretto con la natura, ma ci si può riferire direttamente alla sua dimensione simbolica protocollare generata dalle necessità dello strumento tipografico. Questo fenomeno sgancia il messaggio dal riferimento immediato all’esperienza, ancorandolo ad una dimensione puramente linguistica che apre ad un nuovo piano di contingenza all’interno del quale la dimensione affettiva diviene oggetto di interpretazione autonoma del singolo sulla base di un’apparente separazione fra le due dimensioni della R. La persona rappresenta se stessa in un’ ottica di divisione dell’ aspetto affettivo e cognitivo e agisce, in riferimento ad un piano interamente simbolico, come se la dimensione cognitiva e la dimensione affettiva di ogni R fossero scisse[10]. Il singolo, chiuso all’ interno della propria gabbia simbolica, agisce in maniera autopoietica , in relazione a operazioni o riferimenti interni a sé, isolandosi dagli altri e non vedendo altra possibilità che attenersi al proprio schema di scelta, anche qualora questo non funzionasse.

L’ipotesi che, a partire da tali premesse teoriche, la socioterapia ha individuato per spiegare l’esercizio della violenza da parte di alcuni uomini nei confronti delle donne ha il proprio punto nodale nella dimensione affettiva: nella misura in cui le donne, come del resto i bambini, accentuano la loro capacità di gestione di sé e dell’altro a partire proprio dalla capacità di gestione integrale[11] dell’interlocutore e delle sue RR, allora si attiva lo scontro in un uomo dominato da un’ideologia che privilegi la già ricordata dimensione maschile, tra la rappresentazione che lui ha di se stesso e quello che si trova a dovere affrontare. È proprio da tale incontro/scontro tra due sistemi di rappresentazioni che il singolo maschio finisce con il sentirsi stretto in un angolo, in una condizione di impotenza tale da accendere il furore quale unica arma ritenuta possibile per uscire dallo stallo, in alternativa alla semplice fuga. Dal furore alla violenza il passo è estremamente breve: il vicolo cieco affettivo si trasforma in reazione altrettanto affettiva, anche quando apparentemente sembra gestita da una fredda razionalità. Siamo già all’interno di un’impotenza virtualizzata, il cui riferimento è alle società della soggettività[12] (o tipografiche) e cioè dalla metà de ‘400 fino alla fine dell’800: si tratta di una gestione logica di uno squilibrio affettivo - o anche del semplice mantenimento dell’immagine di sé -. Oggi ci ritroveremmo in un’ulteriore situazione in base alla quale il passaggio alle società dei neomedia, da noi definite della neo-oralità, potrebbe portare a definire l’attuale uso della violenza come conseguenza dello sconvolgimento dovuto alla transizione da un medium all’altro che ha portato ad una crisi di una soggettività fondamentalmente basata su di un modello maschilista, che ancora oggi, infatti, gode di un largo consenso sociale e, spesso, viene assunto automaticamente:

- sia dalle istituzione educative: giochi (ad esempio, soldatini per i maschi e pentoline per le femmine), letture (ad esempio, racconti di guerra per maschi e racconti d’amore per femmine), sport (ad esempio, calcio per i maschi e danza per le femmine, gli uni, ad esempio, considerati “da bambino” o gli altri “da bambina”);

- che dai mezzi di comunicazione di massa (programmi televisivi, in cui le donne hanno frequentemente ruoli di semplice accompagnamento o cornice –“veline”, “letterine”, ecc.-, e pubblicità in cui molto spesso il corpo femminile è lo strumento sessuale adoperato per la vendita dei più diversi prodotti).

Le stesse donne, in molti casi, interiorizzano sin da piccolissime il suddetto modello, che spesso, diviene una loro modalità automatica di pensiero e comportamento, vero e proprio modello naturalizzato di riferimento. Ciò significa che per alcune donne (la cui situazione vorrei decodificare in questo scritto) finisce con l’essere naturale pensare che, all’interno della coppia, l’uomo prenda le decisioni e controlli i comportamenti femminili, e la donna obbedisca e assolva ai compiti di cura. In termini socioteapeutici, si può dire che la rappresentazione che la donna (d) ha del ruolo femminile nelle relazioni di coppia è:

I è (amare, non disobbedire, prendersi cura del marito,

                  gestire incombenze domestiche)d

R (ruolo femminile)d

                                               Inv. Aft. è (positivo) d

A tale rappresentazione, spesso, se ne associa un altra, anch’essa dominante a livello culturale, che vede il legame d’amore come qualcosa di irrazionale ed eterno, capace di superare qualunque ostacolo e di essere appagante per il fatto stesso di poter essere vissuto.

                                                           Iè (irrazionale, eterno) d

R’’ (rapporto d’amore) d

                                                           Inv. Aft. è (amore, fiducia) d

I processi educativi e formativi portano molte donne a naturalizzare R e R’’ e, quindi, a considerare naturale un modello M(R+R’’)[13] per il quale si vedono legate per sempre ad un uomo da accudire e al quale obbedire. In termini socioterapeutici, questo è possibile perché ogni persona, come già ricordato, è un sistema complesso di comunicazione, cioè costruisce la propria identità[14] a partire dal contesto comunicazionale nel quale è inserito. Se tale contesto, dunque, attraverso una pluralità di agenzie educative e formative veicola modelli di relazione maschilisti (in cui i ruoli sono legati a stereotipi di genere, e per i quali l’amore può vincere su tutto, i sentimenti non si possono gestire e il matrimonio o la famiglia sono valori in sé, qualunque sia la situazione nella quale si dovessero venire a trovare), è facile capire l’origine dei comportamenti, delle scelte e delle aspettative di molte donne.

Molto spesso, per le donne che hanno interiorizzato R sin da bambine e per le quali la modalità di pensiero e azione[15] che ne discende sia divenuta automatica, finisce con l’essere molto difficile mettere a fuoco il fatto di vivere una situazione di violenza di genere, che troppo spesso genera in loro sofferenza, e, quindi, ammettere di avere bisogno di un sostegno, e chiedere aiuto.

Cercherò, nel corso di questa analisi, di rendere chiare le dinamiche di tale difficoltà. Nei casi ricordati, la violenza, che era già insita all’interno del modello maschilista condiviso dalla donna che pure ne resta vittima (R (ruolo femminile)d = la rappresentazione che la persona ha di se stessa in quanto donna e del proprio ruolo conseguente nella società), ha finito con il superare la soglia di tollerabilità posseduta (tale soglia è sempre personale) e la donna vittima entra in uno stato affettivo di dolore, paura e confusione che paralizza la sua capacità di riflessione e di reazione. In tali casi, sembra non essere quel rapporto di potere che sottomette la donna all’uomo a creare sofferenza in sé, bensì il superamento di certi limiti critici, al di sotto dei quali anche una simile situazione di coppia potrebbe, forse, venire considerata dalla donna stessa come accettabile. Anche se si ragionasse all’interno di un quadro generale di debolezza sociale della donna culturalmente predisposto, è importante notare che la sofferenza scatta in relazione al superamento della soglia critica di violenza socialmente e personalmente tollerata all’interno di un meccanismo adattivo alla logica dominante, basata sull’accettazione dei modelli maschilisti.

 La donna non riesce a svincolarsi dall’accettazione della naturalità del modello M al punto da attribuire a sé la colpa della violenza del compagno maltrattatore: ella si considera responsabile della violenza talvolta a causa della sua incapacità di assolvere alle mansioni insite nel ruolo femminile nella coppia (investe di più sulla I della R1), talaltra a causa della sua incapacità di assecondare e prevedere le esigenze del compagno (investe di più sull’ Inv. Aft. di R).

I è (amare, non disobbedire, prendersi cura del marito, gestire incombenze domestiche)d

R (ruolo femminile)d

                                               Inv. Aft. è (positivo) d 

E non solo, tale accettazione si manifesta nel fatto che, sovente, la donna-vittima fa di tutto per assumersi la colpa della situazione che vive,  ma fa di tutto anche per assolvere completamente lui: “poverino, è malato, è stanco, è frustrato, nessuno lo capisce e sa aiutarlo”.

La donna, insomma, assume su di sé una responsabilità non sua. È da questo che potrebbe discendere la vergogna, il senso di colpa o la convinzione di non valere niente, di non saper fare niente. In tali situazioni, l’episodio retroagisce sulla R che la donna ha di sé, anche se sempre in riferimento a  R, percepita come l’unica giusta.

I è (inadeguata, incapace, colpevole, stupida, non degna di rispetto)

R’’’(d violata)d

Inv. Aft. è (vergogna, senso di colpa, paura, impotenza)

Il punto è che, finché non riesce a svincolarsi dal modello M, essa rimane all’interno di una gabbia simbolica che le impedisce di decodificare correttamente la sua situazione e la inchioda all’interno di un vissuto quotidiano di dolore e paura rispetto alla quale si blocca in un comportamento circolare che oscilla tra la realtà[16] dell’impotenza dovuta a quanto asserito rispetto al ruolo della donna (infatti, rispetto a quanto asserito in Ilei afferma di “sapere che fare”, di “non vedere vie d’uscita”) e l’asserita convinzione di onnipotenza della capacità affettiva della persona (rispetto a quanto asserito nell’Inv. Aft. afferma che “il suo amore cambierà la situazione”).  

È importante notare che l’approccio scisso[17], che la fa oscillare da I a Inv. Aft., e viceversa, finisce con il farla rimanere intrappolata all’interno della “spirale della violenza[18]” al punto che, difficilmente, riesce a vedere da sola una possibile e/o praticabile via di uscita[19]; le sembra di non essere in grado di affrontare la vita in nessun altro modo che con lui (il compagno/agressore), ogni altra strada le sembra troppo piena di difficoltà (a matrice fortemente affettiva), che renderebbero, in una parola, troppo complesso[20] per lei il percorrerla.

Nel caso della donna che subisce e sopporta la violenza, la complessità è data dalla sua difficoltà, dovuta ad una pluralità di motivi sia personali che sociali, ad accettare di stare vivendo in una condizione di abuso da parte dell’uomo maltrattante, per entrare nell’ottica di esaminare le proprie risorse interne ed esterne e le diverse possibilità a disposizione al fine di tentare un miglioramento della propria situazione.

In sintesi, si può dire, in termini socioterapeutici, che la vittima viva uno stato di disagio[21] da cui senza aiuti fa fatica a svincolarsi; ella, dunque, si può venire a trovare nella situazione di dover sopportare una situazione di violenza all’interno di un rapporto d’intimità che tradisce le sue aspettative e che, qualora dovesse risultare superiore alla sua soglia di tolleranza, potrebbe gettarla in uno stato di completa confusione. Si avrebbe così una “alterazione interna” (mentale) che l’esplosione di violenza, affettivamente prevedibile, ma che non è stata oggetto di prevenzione cognitiva (novità comunicativa), diviene colpa; è la “malformazione del senso” che provoca, nell’orizzonte concettuale  della donna, l’incapacità di comprensione e di gestione della situazione (di “mantenimento e di gestione della complessità”). Ella, non riuscendo più a riconoscere se stessa e il partner all’interno della relazione che vive e che aveva scelto, si trova a capovolgere i significati attribuendo a sé la colpa e liberandone l’attribuzione al partner (malformazione del senso[22]): l’evento violento  genera una situazione di scontro e disordine tale, a livello mentale, da renderle difficile o impedirle di concepire o attuare qualunque decodifica della situazione e la costruzione di una qualunque alternativa. La persona si ritrova bloccata all’interno di una condizione, rispetto alla quale non vede via d’uscita a causa di un blocco, di origine mentale e a carattere affettivo, della propria capacità di gestione della complessità.

Vorrei ribadire ancora una volta che, in questo quadro generale, culturalmente predisposto, di debolezza sociale della donna, la sofferenza scatta in relazione al superamento di una soglia critica, socialmente giustificata e personalmente accettata, di violenza che finisce, quindi, con l’essere tollerata all’interno di un autentico meccanismo adattivo alla logica dominante.

La donna che vive una tale situazione di disagio, spesso, non riuscendo a reagire e a ristabilire una situazione per lei tollerabile, può finire con il congelarsi in un meccanismo di auto-colpevolizzazione e/o auto-patologizzazione; fra le vittime, infatti, il 35,1 per cento  ha sofferto di depressione, il 48,5 per cento di perdita di fiducia e autostima, il 44,5 per cento di sensazioni di impotenza, il 41 per cento di disturbi del sonno, il 36,9 di crisi di ansia, il 23,7 di difficoltà di concentrazione, il 18,5 di dolori ricorrenti in diverse parti del corpo, il 14, 2 per cento di difficoltà rispetto alla genitorialità e il 12,1 di episodi di autolesionismo o idee suicide[23]. Le donne che subiscono violenza da parte del partner possono, quindi, finire con l’imputare a limiti personali la propria situazione di sofferenza- e dunque anche clinicizzarsi, rifugiandosi in un modello patologico a stampo psichiatrico -, rinchiudendosi in un modello patologico le cui origini possono essere riferite, piuttosto, ad una modellistica sociale rispetto alla quale ci si dovrebbe assumere una forte responsabilità collettiva che si manifesti in azioni sia a livello culturale che istituzionale. La cancellazione simbolica, sociale e culturale di interi fenomeni, di cui la mancanza di dati e informazioni è al contempo segno e prodotto, non può che finire con l’avallare il perpetuarsi della violenza di genere: si ribadisce che non si tratta di un problema individuale, ma di un problema della società nel suo complesso. Di qui il rischio che interventi parziali non facciano altro che perpetuare una sorta di “pronto soccorso”, indispensabile per chi subisce un dinamica di violenza, ma non all'altezza della risoluzione generale del problema.

A partire da questi presupposti, vorrei ora cercare di rispondere alle due domande poste precedentemente (v. p. 9 di questo articolo) e che sono il motore della mia riflessione nell’ottica di delineare i presupposti del percorso trasformativo che la vittima deve compiere per riuscire a salvarsi. Innanzitutto, ho intenzione di spiegare perché è sbagliato in termini analitici e inefficace in termini di intervento pensare che la donna-vittima da sola possa riuscire a fare appello alla sua volontà[24] come risorsa per uscire dalla sua situazione di maltrattamento.

La situazione di concreta violenza che la donna-vittima subisce, come ho già spiegato, agisce sulla sua dimensione affettiva, facendole vivere una situazione di tale conflitto interiore fra ciò che considera giusto e naturale (adeguarsi al modello simbolico M) e gli episodi di esplosione eclatante della violenza (la situazione concreta che vive) che la sua capacità di pensiero e azione ne viene completamente annichilita. È come se la donna si bloccasse, rifugiandosi nella propria dimensione affettiva (anche se minima e saltuaria) e annichilendo la propria dimensione cognitiva. Ella impiega tutte le proprie risorse per alimentare il meccanismo di accettazione del proprio stato di vittima: questo avviene proprio perché l’unica possibilità che la donna riesce a tollerare all’interno del proprio orizzonte di possibilità è quella di non mettere in discussione il modello maschilista M, per il quale è normale che lei sia sottomessa e subisca l’uomo. La forza di R1, come riferimento e motore di pensiero e azione, e all’interno di una modalità di pensiero e azione scissa, rimane intatta e vincola la volontà (come elemento affettivo della vittima) facendola divenire “serva” e annullando completamente la capacità della donna di gestire la sua stessa dimensione cognitiva. Il maltrattatore, unico responsabile per l’agito delle specifiche situazioni di violenza, detiene con tanta forza il controllo (affettivo) della partner proprio perché può contare sulla natura vincolante del processo di normalizzazione del modello M (come sua accettazione a responsabilità completamente sociale) sulla volontà della vittima.

È sbagliato, quindi, dire che se volesse la donna potrebbe rifiutarlo, lei non può non volerlo proprio per la natura affettivamente vincolante del suo voler rimanere all’interno del suo ruolo; si instaura un legame di dipendenza[25] determinato dal dominio del modello relazionale, e del ruolo femminile in esso, proprio di un’ideologia maschilista, all’interno del quale la vittima non è più in grado di gestire la sua volontà, determinata, invece, dal modello normalizzato.

La vittima sembra chiudersi nella sua realtà (che, come già ricordato, socioterapeuticamente è definita come la proiezione del sistema di RR della persona sul piano dell’empiria -L.Benvenuti, 2008, p. 100-), al fine di evitare in tutti i modi che si ripristini il contatto con il suo ambiente e, nello specifico, con il suo vissuto di violenza arrivando sino al punto in cui le sembri di mantenere un’apparente capacità di gestione su di sé e sul proprio contesto. A tale scopo ella può mettere in atto tutta una serie di accorgimenti, quali, ad esempio, lasciare il proprio lavoro o la propria città, limitare o annullare i propri contatti con la famiglia di origine o gli amici, assumere progressivamente su di sé tutto l’onere della gestione delle mansioni domestiche e della cura dei figli. La vittima si attacca tenacemente al suo sogno d’amore, fa continuo riferimento ai momenti della sua relazione che ricorda come positivi, giustifica i comportamenti del compagno-maltrattatore idealizzandolo e convincendosi che è troppo “stanco”, “sfortunato” o, talvolta, “malato” e quando si rende conto che ogni suo tentativo fallisce comincia a colpevolizzare se stessa, innescando i meccanismi di patologizzazione cui prima ho fatto riferimento (p.?).

La capacità di rifugiarsi nel simbolico, che lei si illude possa proteggerla dall’esterno, non è altro che una strategia adattiva interna alla dinamica di dipendenza e può trasformarsi in una gabbia che le impedisce sul piano materiale di comprendere la violenza insita nella sua relazione e di guardarsi intorno alla ricerca di alternative per migliorare la vita.

L’ipotesi, quindi, è che la diffusione degli stereotipi di genere creino una sorta di attitudine sociale all’instaurarsi di legami improntati a modelli maschilisti, all’interno dei quali la donna che subisce i maltrattamenti dell’uomo è mentalmente predisposta a rimanere ingabbiata nella circolarità di una situazione apparentemente priva di violenza.

All’interno di tale quadro generale, è a  partire da specifici e singolari detonatori personali che può instaurarsi nella donna una dinamica di dipendenza. Il modello simbolico interiorizzato, ad esempio quello che vede la donna realizzata solo in un rapporto di coppia improntato su dinamiche maschiliste, diviene una vera e propria “prigione” (simbolica), alla cui logica per la vittima diviene sempre più costoso adeguarsi, ma dalla quale non sembra potere prescindere. Il legame di dipendenza (che vincola la donna all’obbedienza al modello M e, quindi, alla sottomissione all’uomo) agisce direttamente attraverso la gestione della sfera affettiva della vittima, che si rifugia sul piano del simbolico nell’illusione di allontanarsi dalla violenza della situazione che vive (sogno d’amore che aveva da ragazzina, ricordo del passato, speranza di “poterlo salvare”, ecc.), come unica risposta, comprensibile, anche se sbagliata e autolesionista, alla sconfitta interna relativa all’idealizzazione del legame d’amore e della figura del partner.

Nel tentativo di finire di rispondere alle domande che muovono la mia analisi, posso, quindi, sostenere che, alla luce di quanto già spiegato, mi sembra che in parecchi casi sia estremamente debole fare appello alla libertà della vittima (in riferimento alla seconda parte della prima domanda dalla quale sono partita) come risorsa per trasformare la situazione di sofferenza determinata dalla violenza di genere. Quale libertà è, infatti, possibile per una donna per la quale sembrano essere naturale l’obbedienza e la completa dedizione “ finché morte non ci separi” ad un marito-padrone? O, ancora, quale libertà è possibile all’interno di un meccanismo di dipendenza?

In termini socioterapeutici, infatti, la libertà è un concetto vuoto se a esso non si presuppone  e si associa quello di autonomia, con il quale si fa riferimento alla capacità di costruzione di una corretta R di sé e del proprio ambiente di vita (svincolato da stereotipi) possibile solo se la persona è in possesso di una buona competenza metodologica che le permetta di affrontare le situazioni non note. Infine, il concetto di autonomia implica una dimensione di valore, nel senso di un’assunzione di responsabilità personale a tutela del senso biologico della vita. Se la donna non raggiunge un certo livello di autonomia, potrebbe non essere in grado di vedersi senza un uomo o di scegliere strade che esulino dalla relazione di coppia che ha già conosciuto, anche se materialmente, spesso, nulla le impedirebbe di rifiutare la dinamica di violenza. L’unico modello di relazione cui la donna fa riferimento, infatti, è quello, assolutamente astratto, per cui il buon funzionamento di una coppia e la felicità dei suoi membri si basano sull’obbedienza a ruoli di genere costruiti su un’ideologia maschilista. È necessario sottolineare che l’accettazione di tale modello inficia sin da subito libertà e autonomia della donna; esso, infatti, esprime in sé, laddove venga accettato acriticamente, una violenza di genere pericolosa già prima di essere declinata.

Ed è proprio perché spesso il modello di relazione cui le donne fanno automaticamente riferimento è quello maschilista - definibile come violento già prima del manifestarsi di episodi efferati in quanto implica comunque  la subordinazione della donna all’uomo - che può essere inutile in termini di intervento, anche se giusto in termini generali di attribuzione della responsabilità, ribadire che la donna sceglie la relazione e non la violenza in quanto nel momento iniziale del rapporto lei non immaginava gli esiti di abuso dello stesso. La vittima, infatti, non si sente libera di lasciare il maltrattatore “solo” perché nel momento di cominciare la relazione non si aspettava gli esiti violenti che si sarebbe trovata a subire; ella ha bisogno di svincolarsi dal modello (M) di relazione cui fa riferimento e cominciare ad intuire e interiorizzare la possibilità di un diverso modello di rapporto d’amore che sia completamente fuori dagli schemi dell’ideologia maschilista dominante, a partire da un suo riappropriarsi della gestione della propria dimensione cognitiva.

Non è, dunque, a un’astratta idea di libertà che la donna deve fare appello, bensì alla possibilità di sentir crescere il suo grado di autonomia. La donna può, così, riuscire a interrogare il concetto stesso di relazione a partire da un’effettiva messa in discussione di se stessa e della sua situazione in un’ottica trasformativa che la metta definitivamente al sicuro. 

Si è già spiegato che la condizione di annichilimento della dimensione cognitiva della vittima, comprensibile anche se errata, sia una risposta di adeguamento alla violenza che impedisce alla donna di modificare la sua situazione e le impone di adoperare tutte le sue risorse per il mantenimento dello status quo. Fino a che la vittima permane nella situazione di sudditanza rappresentativa (affettiva e cognitiva insieme) non è in grado di reagire alla condizione che le viene imposta e, quindi, di innescare quel processo di cambiamento virtuoso in grado di portarla all’autonomia.

La mia ipotesi è che i nostri sistemi sociali non siano ancora in grado di gestire il fenomeno della violenza in famiglia che deve ancora essere sottoposto ad un lavoro di definizione scientifica degli effetti, che per ora risultano essere di difficile gestione da parte degli stessi attori coinvolti: è proprio qui che può aprirsi quel nuovo terreno di intervento in cui la socioterapia potrà dare il suo contributo.