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(di
L.Benvenuti e L.Gianessi)
Dimensione sociologica e dimensione medica si incontrano nel momento in cui un certo problema organico
riguardante i singoli conosce una diffusione tale da farlo diventare una sindrome di natura sociale le cui manifestazioni,
tuttavia, rimangono comunque a livello individuale. La dimensione fisiologica diverrebbe una sorta di indicatore dello
stato del singolo, un rivelatore di efficacia degli interventi e delle modifiche indotte, a livello personale, sia
dall’approccio medico farmacologico che in conseguenza di interventi (socio e/o psico) terapeutici
incentrati sull’organizzazione interna del singolo.
Di qui nasce il presente saggio che cerca di unire due approcci che spesso, e diremmo purtroppo, agiscono su piani paralleli,
anche quando si occupano degli stessi pazienti. L’ipotesi socioterapeutica, che è di recente teorizzazione
ed è nata soprattutto da un’esperienza ventennale di gestione di alcuni tipi di disagio legati al problema delle dipendenze
patologiche (addiction), e la pratica di un medico di un Ser.T particolarmente esperto nella gestione di pazienti alcolisti hanno dato
origine a una sorta di riflessione integrata su di alcuni casi di alcolismo: riportiamo qui alcune considerazioni riguardanti tale
ultimo ambito a partire da uno dei principali concetti socioterapeutici quale quello di rappresentazione
(R) che verrà applicato ad una delle maggiori variabili in materia e cioè il «tempo». Occorre ricordare che le riflessioni qui
riportate devono essere considerate come semplicemente esemplificative di un certo tipo di approccio al problema e di certo non esaustive per esso.
Per
comprendere il perché ci siamo incentrati sulla nozione di «tempo» occorre partire da una delle più semplici e forse, a nostro
avviso, migliori definizioni dell’alcolismo: “è alcolista ogni uomo o donna che ha realmente perduto la libertà di astenersi
dall’alcool”
Ora
rispetto a tale stipulazione, si può introdurre e definire il tempo come variabile parallela: la libertà di astensione dall’alcol
viene valutata come autonomia nel posporre o nell’anticipare un consumo che dovrebbe risultare non fine a se stesso ma funzione di
un atto di volontà non
subordinato alla pure e semplici necessità indotte della sostanza in gioco. Il tempo intercorso tra una assunzione e l’altra risulta
essere l’unico elemento che permette di distinguere tra un consumo non patologico e uno che è già configurabile come una alcolofilia
o un alcolismo primario: così se si parte
dal truismo che tutti siano in grado di distinguere tra un assetato e un annegato tuttavia non è detto che il primo non possa avere
ingerito una quantità maggiore di liquidi rispetto al secondo, lo ha semplicemente fatto in un periodo di tempo più lungo.
Analogamente, il tempo diviene variabile fondamentale sia nella prevenzione, per cui la comprensione precoce di un fenomeno
permetterebbe anche la sua presa in carico «in
tempo» al fine di un evitamento del suo accadere, sia nella definizione degli stati patologici in quanto individuati da una incapacità
di risposta adeguata all’ingiunzione (personale, familiare o medica) di astinenza. La sua importanza, poi, risulta essere indubbia in
ogni tipo di processo di cambiamento o crescita personale. Nel passaggio dalla diagnosi al percorso terapeutico agito si assiste ad un
alternarsi di trasformazioni che vanno dall’immediatezza del primo periodo, legata alla facilità dei progressi dovuti alla grande quantità
di lavoro da fare, alle altalene di umori dovuti alle difficoltà che si incontrano nel prosieguo del percorso terapeutico, alla fatica
del mantenimento e del consolidamento di quanto raggiunto e alla terribile fonte di sfiducia rappresentata dalle ricadute. Fantasie
salvifiche nel breve periodo e difficoltà e scoramenti su quello lungo, alternanza tra astinenze ed «euforie» iniziali e costose
rinegoziazioni relazionali con la famiglia e con il
contesto
vanno a formare le premesse di quel particolare periodo che, come vedremo più avanti, viene chiamato dell’elastico: nel rapporto tra
tempo e mutamenti nei consumi e nello stile di vita diviene fondamentale l’ideazione e la progettazione di una o più strategie (cambiamenti
strategici)
la cui realizzazione può essere affidata a tattiche diverse quali la
creazione di situazioni sociali artificiali, come quelle degli Alcolisti
Anonimi o l’inserimento nei Club degli alcolisti in trattamento, che
partono da approcci di senso comune o dall’utilizzo di richiami al
familiare, per arrivare a fare riferimento agli specialisti dei Servizi di
Alcologia delle Aziende USL o delle cliniche specializzate o genericamente
a professionisti esperti in alcologia o in terapia personale o familiare.
La
Rappresentazione (R)
Diamo una
breve definizione, nell’ottica della socioterapia, della nozione di
rappresentazione (R):
con tale termine si indica un concetto unitario riferentesi sia alla
dimensione informativa presente in ogni messaggio che alla valenza che
tale dimensione ha per chi produce il messaggio stesso. In questo senso R
indica un insieme composto da una immagine (I), sia essa prodotta
sensivamente, sia in partenza da un qualunque essere vivente che in arrivo
ad esso, che ogni tipo di prodotto mentale interno all’organismo stesso,
più la valutazione di appetibilità, o investimento affettivo (Inv.Aft.),
che la fonte attribuisce a quell’immagine.
Tale
definizione può essere riassunta nella formula:
R
= I + Inv. Aft.
L’interessante
dell’espressione sopra introdotta è che essa riassume in sé un certo
sviluppo del modo occidentale di fare conoscenza che trova
nell’organizzazione tipografica il momento di decollo di un simbolico
che nelle precedenti società orali era strettamente integrato in ogni
manifestazione espressivo-comunicativa individuale. La
I rappresenta
l’ambito (il momento) cognitivo delle società moderne che diviene il
culmine di un processo di simbolizzazione
che stacca dalle percezioni personali l’atto conoscitivo e lo
cristallizza in una pagina stampata, replicabile in un numero praticamente
illimitato di esemplari. Nell’assenza della relazione faccia-a-faccia,
la necessità successiva è identificabile nel tentativo di rendere
comunicabile ai lettori la pienezza delle sensazioni
personali e a questo si è cercato di ovviare per mezzo di una
specializzazione linguistica che ha tentato di rendere conto nella
proliferazione dei termini proprio della difficoltà di trasmettere in
un’organizzazione testuale la qualità affettiva (che è il nostro
Inv.Aft.) di quanto provato: di qui, ad esempio, l’asserita difficoltà
di esprimere certi sentimenti quali l’amore, l’approccio fantastico,
ecc.
La
dimensione filogenetica della rappresentazione, secondo l’ipotesi
socioterapeutica, si riflette comunque nello sviluppo ontogenetico, e
l’individuo vede succedersi:
-
un
periodo infantile - nel senso etimologico del termine - in quanto
periodo dominato da una comunicazione pre-verbale, anche se in
evoluzione verso l’oralità, e che è caratterizzato da una non
differenziazione della rappresentazioni (RR) nelle proprie componenti;
-
il
periodo della verbalizzazione dominato da una oralità esplosiva nella
percezione e nella espressione delle proprie sensazioni;
-
i
periodi posteriori - pre-adolescenza, adolescenza, giovinezza e
maturità - alfabetizzati nei quali l’educazione alla cultura
tipografica, accentuando una autonomizzazione del simbolico, impronta
la dimensione cognitiva favorendo per quest’ultima, almeno in linea
teorica, un processo di relativa autonomizzazione dalla componente
affettiva;
-
gli
stati tardo adulti o senili nei quali si può avere un riaccentuarsi
della dimensione orale con possibile ritorno ad alcune caratteristiche
analoghe a quelle della prima infanzia (legate, ad esempio, a fenomeni
di analfabetismo di ritorno, di iperinvestimento affettivo (negativo o
positivo) tipici di alcune malattie senili, ecc.).
Anche
dalla semplice elencazione di queste situazioni traspare una certa
rilevanza assunta dalla dimensione temporale.
La variabile
tempo
Pur
essendo un concetto che può essere definito in diverse maniere a seconda
delle discipline di riferimento o che addirittura può essere da molti
ritenuto come autoevidente, il «tempo», nell’ottica del presente
lavoro, viene considerato:
-
come
una risorsa; che è frutto di una rappresentazione (R), usualmente
definita in una molteplicità di forme individuali ma che tende ad
essere socialmente determinata e che, soprattutto al giorno d’oggi,
è oggetto di una forte pressione cognitiva (I) verso una unitarietà
omogeneizzante, rispetto alla quale i singoli finiscono con il
divergere solo per la diversità degli investimenti affettivi (Inv.Aft.)
possibili; che è premessa mentale o conseguenza di attività poste in
essere sia come rappresentazioni (RR) collegate a singoli eventi
casuali, sia secondo «serie» di RR riguardanti i vari aspetti
interni/esterni della vita individuale; e che permette sia la
progettazione/organizzazione di eventi, siano essi singoli o in serie,
sia la riflessione/ricordo/rilettura di quelli già accaduti.
Ritornando
all’ambito di analisi considerato tre sono i livelli di approfondimento
possibili rispetto al tempo: esso può riguardare il paziente nel suo
rapporto personale con la sostanza; può essere riferito alla relazione
terapeuta/paziente; può, infine riguardare le tipologie temporali di
rapporto con le sostanze in quanto tali.
Nel
primo caso la relazione avviene sia rispetto a quella «serie» di
avvenimenti che va sotto il nome di tempo di esposizione alla sostanza,
sia come ritmo dato alla periodicità di esposizione alla stessa, sia,
infine, come tempo mitico che viene riferito o al periodo passato
precedente all’inizio dell’uso, oppure ad un futuro liberato
dall’alcol.
Nel
secondo caso introdotto si parte da una diversità rappresentativa che
vede il concorso di due rappresentazioni legate alla situazione di aiuto
che sono individuabili rispettivamente nella R del terapeuta e in quella
del paziente: entrambe dovrebbero concorrere al buon fine della relazione
specialistica ed essere quindi composte da un mix di ambito cognitivo (I)
e di investimento affettivo (Inv.Aft.). Da tale distinzione derivano due
concezioni che possono arrivare a confliggere tra loro e che partono dalla
definizione generale del tempo, appunto, in quanto rappresentazione e che
sono basate sull’accentuazione di una delle sue componenti: in questo
caso si può parlare di un tempo affettivo e di uno tecnico. Il primo
risulta essere tipico della persona coinvolta soprattutto nel momento in
cui chiede un aiuto rispetto al proprio disagio e si aspetta o pretende
che l’istanza terapeutica si muova in funzione della sua percezione del
bisogno: fretta, insofferenza e spesso arroganza o viceversa pietismo e
forte capacità di lamentazione e di ricerca di accondiscendenza, di
complicità o di coinvolgimento divengono le caratteristiche peculiari di
tale stato, dominato soprattutto dalla percezione dell’altro come di una
persona che comunque può gestire i tempi dell’intervento quasi a
proprio piacimento. Il tempo affettivo sembra essere spesso quasi
contagioso e arriva a coinvolgere i familiari, i partner, gli amici e,
spesso, i volontari non specializzati. Il tempo tecnico è quello dello
specialista che commisura i ritmi degli interventi a quella che la loro
logica richiede e non si lascia trascinare da motivazioni esterne quali la
maggiore o minore importanza del paziente in funzione di una serie di
valori che vanno da ragioni clientelari, o legate alla sua avvenenza, o a
ragioni di vicinanza familiare o amicale e così via. Anche in tale caso
tuttavia la componente affettiva svolge una sua dimensione importante
legata al fatto che essa unica permette al professionista di non essere
meramente schiavo di ragioni di egoismo personale o professionale,
trincerate sotto l’etichetta di una posizione pseudo-scientista, per
farsi cura delle necessità del paziente al fine di ridurre al massimo i
tempi e ritmi di cura e quindi per alleviare le sue sofferenze.
Il
tempo, in terzo luogo, può essere preso in considerazione come variabile
esterna al singolo, legata
all’ambito più esteso delle dipendenze che possono essere:
-
dipendenze
lente
-
dipendenze
rapide
in
relazione al maggiore o minore lasso che intercorre tra il primo contatto
con una sostanza e il raggiungimento di una situazione di non ritorno, o
di ritorno estremamente difficoltoso, rispetto ad una necessità
autoadescante di consumo.
Nell’ambito
delle dipendenze lente, che spesso riguardano soprattutto gli adulti,
possono essere inseriti, appunto, gli etilisti accanto ai cocainomani,
agli utilizzatori di cannabinoidi (adulti e non affetti da disturbi
psichiatrici), agli abusatori di psicofarmaci o, comunque, di farmaci
contenenti sostanze psicoattive, agli obesi per scorretti comportamenti
alimentari (con esclusione, ovviamente, dei pazienti obesi per problemi
metabolici, endocrinologici e da patologie organiche, e i bulimici), ai
tabagisti.
All’interno
delle seconde si inseriscono gli eroinomani, i morfinomani (dall’età
mediamente più alta e che spesso devono la propria dipendenza a cause
iatrogene), gli utilizzatori di cannabinoidi adolescenti, i bulimici, gli
anoressici, gli abusatori di psicofarmaci con concomitanti disturbi
psichiatrici e i giovani poliabusatori.
Il tempo nell’alcolismo
Nell’ambito
del presente lavoro ci si occuperà soltanto dell’alcolismo
all’interno di quelle che abbiamo chiamato dipendenze lente intendendo
con il termine di «dipendenza» un processo dinamico riguardante quella
che è stata indicata come una necessità autoadescante di consumo che,
una volta innescata, sembra avere un proprio sviluppo spontaneo e
abbastanza prevedibile, rispetto al quale esercitare l’eventuale
intervento sia esso socioterapeutico, o psicoterapeutico o
medico-psichiatrico oppure risultante da un approccio integrato. Lo scopo
dell’intervento, o della somma di interventi, dovrebbe essere quello di
fornire una guida o un orientamento per il raggiungimento, secondo il
criterio dell’impiego del più breve tempo tecnico possibile sulla base
di un’ottica di ripristino o di costruzione ex novo, della massima
condizione possibile di benessere psico-fisico-sociale della persona che
sta esprimendo una sofferenza attraverso il comportamento di abuso.
Naturalmente l’intervento può non essere esclusivamente individuale ma
può riguardare l’ambito relazionale più esteso, coinvolgente sia la
famiglia che la più ampia microcomunità di appartenenza del paziente.
Il
bisogno di cure, da un lato, e la necessità di differenziare gli
interventi rispetto a chi non sembra interessato ad aderire a nulla di
terapeutico dall’altro, impongono la necessità di una rilettura
temporalizzata della dipendenza nei termini di una successione di fasi
evolutive, all’interno delle quali siano individuabili un possibile
inizio e una fine e nelle quali ognuno degli attori (paziente, terapeuta,
famiglia, ecc.) possa trovare un ruolo e possa identificare un compito
comune – intermedio o finale – da raggiungere.
Per
illustrare quanto sopra esposto prenderemo in considerazione la
successione di fasi riguardante l’alcol come sostanza «tipo».
PREFASE MITICA
Con
prefase mitica si indica una particolare rilettura della somma delle RR
riguardanti le esperienze di vita anteriori all’inizio dell’uso
compulsivo e che sono, a meno di una conoscenza pregressa con il
terapeuta, rinvenibili solo nell’anamnesi individuale e nei ricordi
delle persone legate da lunga data al paziente (per motivi familiari,
affettivi, relazionali, ecc.). Il passaggio da una rilettura semplice ad
una mitica dei ricordi del passato, di solito, nasce nel singolo
all’incirca entro la seconda fase, e cioè quella che, come vedremo,
viene chiamata dell’abbuffata (o della bulimia) nei confronti di una
qualunque sostanza ed è legata soprattutto a momenti di dubbio e di
delusione su di sé.
L’accentuazione mitica è conseguenza di un doppio passaggio dovuto:
-
al
confronto con un passato rappresentativo, quando l’individuo era al di
fuori di qualunque legame con le sostanze, nel quale vengono fuse le due
dimensioni quella del controllo cognitivo (I), come ricordo tecnico nel
tempo, e quella della sua rilettura affettiva sulla base dei desideri e
delle speranze (Inv. Aft.) legati al timore del sorgere di una situazione
di non gestibilità di sé nel presente bulimico;
-
alla
proiezione di quanto elaborato al punto precedente in un futuro
auspicabile che i tentennamenti e le ricadute dapprima saltuarie e poi
sempre più frequenti rendono sempre più favolistico. e, sostanzialmente,
irraggiungibile ma, proprio per questo, mitizzato.
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G., pensionato di poco più
di sessanta anni, arriva insieme alla moglie e alla figlia, su
iniziativa di quest’ultima, a causa di alcuni comportamenti,
legati in particolare al consumo di vino, mostrati nell’ultimo
periodo di tempo. Sembra essere
abbastanza incuriosito dal fatto di essere stato convocato davanti
ad un terapeuta e si sottopone di buon grado alla seduta. Durante
l’anamnesi si mostra collaborativo anche se relativamente
coinvolto. Tuttavia si infervora quando parla del suo passato sia
quando è solo che di fronte ai familiari e sono soprattutto
questi ultimi che mettono in risalto la sua militanza nel
sindacato e i suoi trascorsi di impegno politico, anche a fianco
della figlia all’interno dei movimenti giovanili.
Il fatto di essere messo di fronte al proprio stato da parte dei
familiari e la presenza del terapeuta lo portano a scoprirsi
rispetto ad una serie di condotte nascoste legate al problema del
bere che vengono, tuttavia, costantemente da lui minimizzate in
nome di una capacità di gestione di sé auto ed etero attribuita
fin dalla primissima infanzia. Questo porta ad affermazioni quasi
continue di una propria capacità di gestire le sostanze e di un
imminente ritorno a quello stato passato di forza e di autonomia
che tutti gli riconoscevano, possibilità che, del resto, era
testimoniata dalla presenza nelle rappresentazioni delle varie
situazioni di valide ragioni o di circostanze attenuanti per ogni
singolo episodio accertato di perdita di controllo di sé.
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Nei
casi come quello di Gianni, la prefase mitica è la più importante per un
intervento precoce soprattutto se si trova associata a quella che vedremo
essere la fase 1° che, di fatto, le succede solo concettualmente. In tali
casi le situazioni risultano caratterizzate dallo scontro/incontro tra una
serie di rappresentazioni riguardanti:
-
R
mitica che il singolo ha di se stesso;
-
R
mitica che i familiari hanno di lui;
-
Le
rispettive rappresentazioni (RR) riguardanti lo stato attuale del paziente
appartenenti a lui e ai congiunti;
L’investimento
affettivo sull’immagine passata è stato fondamentale in particolare per
la coincidenza con l’analoga valutazione dei familiari e questo ha
permesso al paziente di riuscire a superare la fase critica che lo avrebbe
portato direttamente a livelli superiori di dipendenza.
FASE 1°:
Consumo di alcol con prevalenza di effetti gratificanti.
In
questa fase, la persona che usa alcol sembra non avere alcun disagio
ricollegabile a tale uso. Si tratta, in genere, di persone abbastanza
giovani (ma non solo) sufficientemente integrate, senza grossi problemi in
famiglia, che essa sia quella di origine o la propria.
In
tale fase, mentre è relativamente più facile che le persone si
avvicinino a professionisti privati a causa di cali momentanei delle
proprie prestazioni in vari campi (detonatori personali), è indubbiamente
più difficile che giungano alla osservazione dei servizi se non a seguito
di fatti occasionali (detonatori sociali) quali, ad esempio, un incidente
automobilistico con sospensione della patente di guida e rilevazione di
alcolemia superiore a 80 mg/100 ml; una pratica di separazione dal coniuge
con concomitante regolamentazione per l’affido di minori, ecc..
|
Bruno ha in corso una pratica
di separazione dalla moglie.
La coppia ha un bimbo piccolo e il Tribunale dei Minori ha imposto ad
entrambi i genitori di rivolgersi al servizio di alcologia in quanto,
nell’ultimo periodo della loro convivenza, i carabinieri erano più
volte dovuti intervenire per sedare delle liti e avevano trovato
entrambi in stato di ebbrezza alcolica. Bruno è infuriato nei confronti
della moglie e l’unica cosa che sembra preoccuparlo è ottenere al più
presto un certificato che allontani da lui l’etichetta di etilista.
Non è però disposto a smettere di bere o a intraprendere un percorso
diagnostico in quanto ritiene che il problema più urgente sia trovare
il modo di punire la moglie privandola del figlio. Afferma che tutto
quello che gli sta capitando è conseguenza solo del fatto di avere
contratto un matrimonio sbagliato. Al fine di acconsentire alla
redazione del certificato richiesto, si chiede a Bruno di trascorrere un
periodo in astinenza, supportato da un trattamento farmacologico e si
chiede una collaborazione, come indicato dallo stesso paziente, alla
madre che si dichiara disponibile. Dopo pochi incontri, la madre ritira
la propria adesione al progetto sostenendo che il figlio non necessita
di alcuna cura. Viene redatta solo una certificazione attestante il
fatto che Bruno si è presentato al servizio. Lui se ne va soddisfatto e
si allontana dal programma non avendo nessuna consapevolezza del
giudizio inevitabilmente negativo che il suo comportamento avrebbe
prodotto in tribunale. |
Qui appare con chiarezza la divergenza tra le rappresentazioni
della situazione possedute dal terapeuta e quelle dell’utente.
Nell’ottica del primo, in realtà, sono già presenti in questa prima
fase comportamenti anomali alcolcorrelati di cui sia il secondo che il suo
contesto sembrano non rendersene conto.
Lo scontro, in questo caso, è tra almeno cinque
rappresentazioni tutte possedute dal paziente che, probabilmente, non
prende neanche in considerazione quella del terapeuta:
-
la
R che Bruno ha di sé in quanto vittima del rapporto con la moglie;
-
la
R che Bruno ha di sé in quanto bevitore;
-
la
R che Bruno ha di sé in quanto oggetto di analisi del terapeuta;
-
la
R che Bruno ha del proprio rapporto con la giustizia;
-
la
R che Bruno ha di sé in quanto padre.
La
rappresentazione dominante è la seconda anche se nella percezione del
paziente è la prima ad essere chiamata in causa: la dipendenza patologica
comincia ad instaurarsi sotto l’apparenza di una sorta di autocura
rispetto alla delusione del rapporto con la propria moglie e
l’investimento affettivo apparentemente positivo di questa seconda R
serve a contrastare quello negativo della precedente. In tale posizione
viene supportato dalle convinzioni della propria madre.
Fondamentale
è anche, in Bruno, l’irrilevanza, come bassissimo investimento
affettivo, attribuita sia all’immagine contenuta nella R della giustizia
che a quella contenuta nella R di sé in quanto padre.
Una
alternativa ai casi rientranti nella situazione precedente è
rappresentata dall’arrivo al servizio o al terapeuta privato di un
familiare, particolarmente attento e sensibile, che chiede consiglio
rispetto ad un uso di alcol di un proprio congiunto che considera
superiore alla norma
spesso giustificando la situazione di cui parla con problemi di tipo
psicologico (“….da quando la moglie ha lasciato mio fratello, lui è
tanto depresso e, a volte gli capita di bere per tirarsi un po’
su….”). In tali casi occorre stare molto attenti ad eventuali effetti
boomerang dovuti ad un errore rispetto al momento nel quale si domanda di
portare il familiare dal terapeuta, poiché spesso si possono ottenere
effetti contrari a quelli desiderati. Alla base di tale rischio vi è la
tendenza personale di coloro che sono già entrati in una certa dinamica
con determinate sostanze a giustificare ogni proprio momento di debolezza
con cause esterne. Di qui l’apparente predisposizione del bevitore, in
questa fase, che sembra comunque essere quella di ricollegare le proprie
ansie, i propri problemi psicologici o relazionali e ogni tipo di
difficoltà a motivazioni esterne a sé sulla base di una sorta di «fungibilità
degli stimoli»: con tale etichetta si indica quella che appare essere
come una sorta di balletto degli antecedenti a fronte di una univocità
dei conseguenti.
|
Angelo, trent’anni, arriva in febbraio insieme alla moglie, su invio
di un operatore sociale preoccupato per certi comportamenti osservati
nei figli della coppia.
Per tutto il colloquio Angelo sorride, non mostra alcuna preoccupazione
relativa al suo bere e afferma di trovarsi lì solo perché sua moglie,
definita pettegola, ha raccontato all’assistente sociale, dopo un banale
litigio tra loro, delle sciocchezze per punirlo e allontanare da lui
i figli. Non ritiene, nella maniera più assoluta, che l’uso di alcol
possa influire sul suo umore e anche la
moglie sostiene che nella famiglia del marito c’e’ l’abitudine
a bere, che quindi per lui è normale farlo e che la madre di
Angelo, quando lei ha espresso preoccupazione sul bere del marito, le ha
dato della pazza tanto che ora anche lei è portata a pensare che il
nervosismo del marito sia da ricollegarsi allo stato di disoccupazione.
In famiglia, infatti, lavora solo la moglie. Angelo non accetta neppure
la proposta di un periodo di osservazione, se ne va salutando
cordialmente e non mostra alcun risentimento nei nostri confronti.
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Già
dalla osservazione di questo primo caso appare evidente come Angelo non
abbia ancora nessuna consapevolezza dei
disagi che la sua abitudine a bere sta causando e attribuisca ogni
responsabilità a situazioni esterne a sé.
Nello
scontro tra le tre rappresentazioni presenti e cioè:
-
la
R che Angelo ha di se stesso;
-
la
R che la moglie ha di lui;
-
la
R che la madre ha di lui.
La
componente affettiva (Inv.Aft.) della propria rappresentazione viene
confermata da quella materna e questo è sufficiente al paziente per
contrastare quella caricata negativamente della moglie: lo scontro
affettivo viene risolto negando l’intera rappresentazione posseduta
dalla moglie e quindi anche la sua componente cognitiva che viene
svalutata e rifiutata. Probabilmente l’attesa o addirittura la
costruzione di un momento di contatto più favorevole avrebbe evitato
l’effetto boomerang della coalizione madre/figlio rispetto alla
nuora-moglie.
In
tale fase la funzione del tempo è sufficientemente oggettiva e non viene
caricata di particolari investimenti affettivi, ma serve soprattutto come
elemento di programmazione e di valutazione nei termini di un tetto posto
dal paziente come limite alla propria disponibilità ad impegnarsi.
Fase 2°: La consapevolezza di pericolosità
Questa
fase inizia spesso con uno o più episodi di abuso/uso di alcol che per la
prima volta sembrano dare al paziente sensazioni particolari alle quali
trova difficile attribuire un significato e questo finisce con
l’ingenerare una profonda inquietudine nel bevitore che finisce con
l’esserne spaventato. Il rapporto con la sostanza viene caratterizzato
da un eccesso di consumo, tipico di un approccio bulimico, che porta ad
una sensazione di perdita di controllo e da’ l’avvio ad un disagio che
è percepito come estremamente spiacevole e che l’individuo tenta di
allontanare da sé.
Il
tempo diviene variabile fondamentale che adempie ad almeno due funzioni:
da una parte serve a registrare gli sviluppi del fenomeno, dall’altra
cessa di essere dato per scontato e diviene esso stesso parte attiva della
situazione attraverso accelerazioni o decelerazioni nel consumo.
Il
rapporto problematico con la sostanza si rende visibile al singolo e tale
percezione incide profondamente sulla R di sé ad almeno due livelli:
·
rispetto
alla dimensione affettiva e secondo uno schema caratterizzato da una
prevalenza crescente degli effetti gratificanti della sostanza nei
confronti di una larga parte dei rimanenti aspetti della realtà. Questo
porta comparativamente ad una sottovalutazione delle rappresentazioni
riguardanti tutti i fenomeni a medio o basso Inv.Aft. il che rende, di
conseguenza, estremamente fungibili, almeno dal punto di vista
dell’interesse del singolo, le rispettive I, considerate in una
prospettiva puramente simbolica. Ma tale sottovalutazione se da un canto
libera energie affettive che vengono via via reinvestite nella sostanza,
dall’altro crea quello che potrebbe essere definito un rimpallo
cognitivo che è la vera sorgente della sensazione di pericolosità della
situazione bulimica che si sta instaurando. Le premesse di tale schema
sono rinvenibili anche nella fase precedente (vedi l’esempio di Angelo)
anche se in essa è, di solito, assente la percezione di pericolosità
della situazione;
· quello
che abbiamo chiamato il rimpallo cognitivo e la conseguente situazione di
allarme inducono il bevitore ad uno o più tentativi di ripresa di
gestione di sé che viene saggiata nei termini di un riacquisto del
controllo della propria dimensione cognitiva. Ad essere coinvolta è
ancora la dimensione temporale: l’autoterapia
si esercita soprattutto tentando di contrastare le accelerazioni
imposte dal consumo bulimico con tentativi più o meno riusciti di
decelerare tale consumo.
Quello
che abbiamo chiamato un rapporto problematico con le sostanze è,
tuttavia, ancora un fenomeno interno alla persona che può cercare di
affrontarlo ma che tuttavia cerca di confinarlo ad esperienza intima che
si preferisce negare nella vita di relazione.
La
persona mette in atto numerosi tentativi di gestione e organizzazione del
bere al fine di limitare il consumo e, spesso, si rifugia in meccanismi già
sperimentati quali ad esempio rigide, almeno dal punto di vista teorico,
ritualità che hanno il fine di dimostrare a se stessi una continuità con
il passato rispetto al controllo di sé.
Il
tempo interno comincia ad essere scandito dai momenti in cui la persona si
concede di bere, legando intenzionalmente questo comportamento o a
situazioni socialmente condivise, o a momenti emozionalmente particolari,
o ad un consumo legato ad un rigido sistema premiale o punitivo, oppure ad
un consumo solitario.
La
cognitivizzazione della gestione di sé, oltre a riguardare il tempo, si
esprime anche in una progressiva focalizzazione dell’attenzione su
argomenti che consentano di giustificare un certo modo di bere (articoli
di giornali, osservazione dei comportamenti del gruppo di pari o
familiari, ricerca di informazioni sugli effetti benefici dell’alcol,
ecc.) con contemporaneo progressiva diminuzione dell’interesse diretto
verso altri aspetti dell’esistenza.
L’alcol
assume proporzioni sempre più ampie e occupa sempre più spazio di
pensiero.
Le
persone affettivamente vicine possono cogliere l’instaurarsi di un
progressivo stato d’ansia, di disattenzione e di allontanamento dalla
vita familiare e sociale, di progressiva chiusura dell’individuo in se
stesso e, contemporaneamente, di instabilità dell’umore.
Riportiamo
ora tre casi che a vario titolo possono essere indicativi della galassia
di situazioni che servono per illustrare questa seconda fase:
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Carlo non ha ancora trent’anni, lavora ed è economicamente
indipendente. Ha una fidanzata e abita da solo. La madre, rimasta vedova
quando Carlo era appena adolescente, si è risposata e mantiene col
figlio un buon rapporto, apparentemente, che, però, vede alternarsi
momenti di controllo a momenti di abbandono completo. Carlo arriva al
servizio affermando di desiderare di essere aiutato a fare un bere
moderato. Dice di non volere smettere di bere, ma solo di trovare il
modo per continuare a bere quando esce con gli amici o per sua
soddisfazione personale. Afferma di non tollerare le imposizioni e non
sopporta l’idea che sua madre e la fidanzata lo ritengano una persona
debole. Gli viene proposto un periodo di osservazione e di incontri
informativi ai quali lui aderisce volentieri pur specificando di non
volere assolutamente coinvolgere i familiari. Affronta il terapeuta con
modalità infantili (chiede di essere perdonato, dice di volere bene al
terapeuta, ecc.) alla disperata ricerca di una ricetta utile ed arriva
anche, se sollecitato a farlo, a trascorrere un buon periodo in
astinenza ma, nel momento in cui, lo si provoca dimettendolo per fine
trattamento (alcuni mesi di astinenza raggiunti) non sopporta l’idea
di rimanere di nuovo solo con la sua lotta e mostra al terapeuta i segni
di una importante ricaduta che comportano una reimmissione in
trattamento.
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Il
caso appena descritto mostra come il paziente sia consapevole della
pericolosità dei suoi comportamenti ma anche quanta paura esista di
fronte alla realtà. Il paziente mente a se stesso sapendo di farlo e
continua a cercare qualcuno che lo aiuti a non cambiare nulla della sua
esistenza, perché ogni cambiamento è vissuto come terribile, e a rendere
il presente meno angoscioso.
Il
terapeuta non può permettersi, in questa fase, di opporsi e di proporre
obiettivi insopportabili per il paziente ma tenta di entrare in
comunicazione con lui, non banalizzando le sue paure ma proponendo, di
volta in volta, letture diverse rispetto agli argomenti proposti dal
paziente, evitando i messaggi ambigui e inquadrando gli accadimenti alla
luce di un probabile effetto alcolcorrelato.
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Diana ha
quarant’anni e da almeno dieci è in terapia psicofarmacologica. Su
richiesta della paziente, lo psichiatra prende contatti e invia Diana ad
un gruppo di sostegno e informazione per utenti con problemi
alcolcorrelati. Sin dalla prima volta, Diana consuma un aperitivo
alcolico al bar attiguo alla sala dove si svolge l’incontro, alla
presenza degli altri utenti giunti, come lei, qualche minuto prima
dell’inizio. Spesso domanda agli altri partecipanti come fare per
continuare a bere moderatamente, come desidera, in considerazione del
fatto che, come gli altri potevano ben constatare, un aperitivo non
modificava assolutamente il suo stato. In realtà, Diana deve
frequentemente essere interrotta durante il gruppo perché tende a
monopolizzare l’attenzione con crisi di pianto inarrestabili o
racconti logorroici sulle sue presunte inabilità e, fondamentalmente,
non ascolta altri che quelli che, come lei cercano motivi per non
cambiare. Diana non è costante nella frequenza del gruppo ma non se ne
allontana mai troppo in quanto anche durante i periodi in cui non vi
partecipa, telefona al terapeuta o ad altri membri (in genere a quelli
in maggiore difficoltà) chiedendo spesso se loro erano arrabbiati con
lei e se l’avrebbero perdonata per i suoi comportamenti. Nel
frattempo, prosegue il trattamento psichiatrico con regolarità.
L’ultimo contatto col servizio di alcologia avviene con la richiesta,
da parte di Diana, del tempo preciso di sospensione dall’alcol per
avere la certezza di potersi sottoporre ai controlli richiesti per la
pratica di revisione della patente di guida (nel frattempo sospesa per
un incidente stradale) con risultati positivi. Si invita Diana in
ambulatorio per aiutarla ad affrontare efficacemente
anche quest’ultimo problema ma lei disdice l’appuntamento
fissato e il giorno successivo muore per la rottura di varici esofagee
nella solitudine della propria casa.
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Emerge
con assoluta evidenza quanto può essere profondo lo stato d’ansia che
si associa a questa fase di alcolismo, tanto importante da potere essere
trattato psicofarmacologicamente come se l’alcolismo ne fosse la
conseguenza e non la causa, col risultato di confondere sempre più la
persona e di confermarle l’ineluttabilità del suo bere, fino alla
morte.
Nella
nostra esperienza, l’osservazione della condizione di dipendenza e il
suo possibile trattamento devono precedere l’inquadramento della
eventuale psicopatologia presente.
Elisa ha 55
anni, è sposata e madre di due figli già adulti, a loro volta sposati. Autonomamente ha trovato il numero di telefono del servizio, si è messa in contatto dichiarando un problema col bere e si è regolarmente presentata per il colloquio fissato. Immediatamente, racconta di avere, a volte, ecceduto col bere e di avere già frequentato qualche incontro
di Alcolisti Anonimi e alcuni ambulatori medici senza esserne stata
assolutamente soddisfatta. Nessuna delle persone contattate ha saputo
“guarirla”. Quando le viene chiesto da quale “male” ritenga di
essere affetta accenna appena al suo bere solitario mentre si dilunga
nella narrazione di un malessere fisico che, partendo all’altezza
dello stomaco, sale a stringerle la gola come un brivido associato a una
terribile sensazione di morte per asfissia come pure nel racconto del
grave dolore alla schiena che la affligge da anni.
Pur dando valore alla sensazione di dolore che Elisa racconta, si
tenta un collegamento con la sua dipendenza, sicuramente importante, ma
lei è abilissima nell’impedire un approfondimento del discorso
anticipando di sapere quanto sia disdicevole bere e quanto impegno stia
mettendo per non esagerare. Contemporaneamente accetta, però, una
terapia farmacologica anticraving che diventa la chiave per affrontare
il problema dell’alcolismo superando molte delle sue paure
relativamente alla gestione della sostanza, ma di fatto segnando solo il
primo timidissimo passo evolutivo in quanto ancora Elisa non ritiene di
potere o volere rendere partecipe nessun altro al di fuori
dell’ambulatorio della sua situazione.
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Anche
in questo caso, il tentativo evidente è di allontanare da sé il problema
del bere, piuttosto che appropriarsene ed affrontarlo. Sebbene la paziente
sappia ben individuare le persone e le situazioni adeguate, il tentativo
messo in atto è quello della sfida. Infatti, la paziente individua il
servizio di alcologia, un servizio specialistico, e lo sfida prima
raccontando di quanto anche bravi professionisti abbiano già fallito con
lei poi tentando di portare il discorso su temi devianti per mettere in
fallo il terapeuta. In casi come questo è quanto mai importante
comunicare la propria disponibilità, far sentire all'utente
che conosciamo le regole del gioco e che non ci confonde, che può
fidarsi di noi quando se la sentirà e che, insieme, possiamo percorrere
delle strade per alleviare la paura di smettere di bere.
Nei
tre casi riportati si possono seguire una serie di passaggi, fondamentali
dal punto di vista socioterapeutico, che riguardano da vicino il processo
generale posto in essere da una persona nel momento in cui mentalizza ogni
tipo di prodotto interno o di percetto sensoriale e lo trasforma per tale
ragione in rappresentazione che sarà origine di riflessione o motore
dell’azione.
Il
passaggio ad una R di se stessi in quanto bevitori non più positiva e
l’introduzione di una percezione cognitiva di pericolosità, conseguenza
di una serie di prove fallite di gestione o di sospensione del consumo,
portano ad una consapevolezza della propria fragilità che, se viene
percepita in modo molto chiaro dal punto di vista
personale, spesso è oggetto di menzogna verso il proprio contesto.
L’immagine
di sé da preservare verso l’esterno ad ogni costo, indicatore di una
estrema debolezza simbolica, e l’atmosfera di menzogna che si viene a
creare per cui si deve sembrare
capaci di gestire la sostanza, ma si è intimamente convinti che ciò non
sia vero, ingenerano una sorta di inconsistenza, di identità evanescente,
che viene affrontata mediante un ritorno a forme puerili di affidamento
(vedi in particolare i casi di Carlo e Diana).
Ad
entrare in crisi sono le rappresentazioni (RR) di sé nelle quali sono
soprattutto le difficoltà della dimensione affettiva a contagiare quella
cognitiva per cui ogni tipo di comportamento diviene una specie di
verifica di tale apparenza che si rinforza solo di fronte alla conferma esterna. Gli
altri pensano che lui si gestisca. Lui sa che non è vero o che lo è solo
parzialmente. Inizia una lotta nel tempo e per il tempo. Si diluisce la
fungibilità degli antecedenti, mentre sono univoci i conseguenti. Si
slitta più o meno sensibilmente nella fase successiva.
Fase 3°:
Fase elastico.
Questa
fase segue immediatamente la precedente e ha le medesime caratteristiche
rispetto al vissuto individuale, diversificandosi soprattutto per il fatto
che il suo stato assume una evidenza esterna e pone l’individuo nella
condizione di doverla affrontare e di doverne rendere conto al proprio
ambito relazionale.
Nella
cosiddetta fase dell’elastico le vittorie e le sconfitte si succedono
prima con una certa regolarità poi sempre più tumultuosamente: il tenere
a bada l’alcol diviene funzione di un certo numero di caratteristiche
personali, quali la tolleranza individuale alla sostanza, il contesto di
vita, le risorse accumulate, le mete raggiunte, ecc., salvo verifica del
fatto che diviene sempre più costoso, per il bevitore, mantenere
un’apparenza che si va via via sgretolando.
A. è un giovane di ventotto
ani con un passato di tossicodipendenza, al quale è seguito un periodo
di astinenza a seguito di un iter terapeutico. La ripresa della gestione
della propria vita lo ha sottoposto ad una serie di esperienze molto
faticose anche se, in un primo tempo, interessanti. Alcuni episodi di
eccesso di consumo di alcol lo avevano messo in un certo allarme. Egli
li ha giustificati dicendo che solo «in alcol» si sentiva in grado di
intessere relazioni, che solo in tale stato era brillante e disinibito
proprio come interessava a lui e che in tale situazione diventava
appetibile da parte delle ragazze tanto è vero che ne aveva conosciuta
una che era proprio giusta per lui. La relazione iniziata sotto gli
auspici delle bevante era sfociata in un qualche cosa di serio anche se
entrambi erano consapevoli dell’impossibilità di potere andare avanti
così. Dopo il matrimonio e dopo la decisione comune di smettere, per A.
si sono succeduti periodi di astinenza ed altri di eccesso: di fronte ad
una serie di difficoltà, soprattutto di tipo relazionale all’interno
della coppia, egli reagiva concedendosi periodi di eccesso alcolico. La
situazione è a tutt’oggi estremamente precaria anche se si è
raggiunto un minimo di equilibrio e di continuità nell’astinenza
anche grazie alla nascita di una bambina molto amata.
|
A
partire da quella precedente e per tutta quest’ultima fase in molti
casi, purtroppo, il singolo a causa dei numerosi tentativi di
astensione/uso ha consumato molte energie e ha sperimentato una condizione
emotiva di grande fatica oltre alla disperazione di dovere ammettere di
trovarsi senza vie d’uscita. Egli comprende appieno che dovrà
necessariamente interrompere l’uso di alcol ma non sa come fare.
Generalmente
in questa fase la famiglia comincia a mostrare segni di grande
preoccupazione e tenta di affrontare il problema con l’interessato.
Questo amplifica il suo stato d’ansia dal quale possono derivare
comportamenti contraddittori per cui la persona che beve può cercare di
difendersi o aggredendo gli interlocutori o ripiegandosi su se stessa e
riducendo al massimo ogni possibilità di contatto con gli altri.
Due
rappresentazioni si fronteggiano: quella mitica del passato/futuro e
quella attuale il cui investimento affettivo smisurato (rispetto alla
sostanza) crea una situazione di enorme sbandamento cognitivo al punto da
non rendere l’individuo più sicuro di nulla. Tale ultima R diviene,
paradossalmente, il motore di ogni azione del bevitore che spesso si
ritrova a doversi rinchiudere in difesa di fronte alla grande paura di
dovere affrontare qualcosa con cui si convive da tanto e dalla quale si
teme di non potersi separare mai più. La situazione estrema a cui questa
paura può portare è quella del bevitore cronico che abbandona tutto e
tutti, vive per strada alla continua ricerca di denaro per acquistare la
bottiglia e non ha più alcun punto di riferimento familiare, come è
successo nel caso che segue:
|
Filippo
viene segnalato al servizio da operatori sociali del Comune in cui
abita, e nel quale è assegnatario di una casa popolare, al fine di
essere sottoposto ad una indagine diagnostica in quanto i vicini hanno
protestato per i comportamenti, a dir loro pericolosi, che Filippo mette
in atto, presumibilmente a seguito di stato di ebbrezza. Il paziente
viene fisicamente prelevato dalla sua casa e accompagnato in ambulatorio
dagli stessi operatori coinvolti. Nella fase iniziale del colloquio,
Filippo è molto aggressivo, si dichiara completamente estraneo ai fatti
riferiti e non ritiene di potere essere aiutato in alcun modo. Si tenta,
allora, un approccio di tipo clinico e su questo mostra una migliore
adesione giungendo ad accettare il coinvolgimento delle figlie, che non
frequenta da mesi, nel suo percorso di cura. Dall’indagine diagnostica
che è stato possibile eseguire, Filippo è apparso un bevitore cronico
con una importante compromissione organica alcolcorrelata ma non è
stato possibile approntare alcun percorso riabilitativo perché,
terminato il periodo di contatto e di cure concordato, il paziente ha
preferito inoltrare la domanda per essere ricoverato in casa di riposo e
allontanare nuovamente le figlie, piuttosto che rinunciare
all’abitudine di bere (abitudine consumata indifferentemente dentro e
fuori casa, in solitudine e in compagnia).
|
Il
caso appena riportato si riferisce ad un uomo settantenne, rispetto al
quale l’ultimo tentativo di ritornare quanto meno ad una fase
dell’elastico, testimoniato dal contatto purtroppo effimero ristabilito
con le figlie nell’ottica di un recupero di uno stato terapeutico
precedente rispetto a quello attuale, viene frustrato dall’impossibilità
di raggiungere un’adeguata immagine di sé (I) di fronte allo scontro
affettivo (Inv.Aft.) con la sostanza. La vanificazione del tentativo
cognitivo della ricostruzione di un’accettabile rappresentazione di sé,
con conseguente rinforzo della propria identità, purtroppo è sfociata in
un cronicizzante rifiuto di ogni supporto terapeutico.
Riprendendo
la riflessione sulla fase elastico, essa è anche quella in cui la
persona, che inizia a provare crescenti stati di angoscia profonda,
comincia a cercare occasioni per affrontare la sua dipendenza, di cui è
sempre più consapevole, a volte riuscendo a realizzare nuovi equilibri di
vita molto soddisfacenti, altre volte riuscendo semplicemente a realizzare
equilibri meno precari. Comunque sia, chiunque riesca in questa fase, sia
esso terapeuta o familiare o solo conoscente,
a comunicare una possibile nuova via d’uscita esercita una
influenza positiva: l’agire a livello rappresentativo con quelle che noi
chiamiamo “azioni simboliche di disturbo” può essere estremamente
utile. Queste ultime, si sostanziano, ad esempio in ambito cognitivo, nel
lasciare in giro nella casa del bevitore numeri di telefono di servizi
specialistici o di gruppi di auto/mutuo/aiuto ai quali la persona può
autonomamente rivolgersi oppure, a livello espressivo possono riguardare
l’invenzione di modi fantasiosi per entrare in argomento superando
l’ostacolo frapposto dall’ansia.
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Irma
chiede un appuntamento per sé. Quando arriva in ambulatorio, racconta
di essere madre di un ragazzo giovane che, da alcuni anni, ha
l’abitudine a bere quasi tutte le sere e questo comporta, per lui,
importanti problemi sia nei rapporti familiari, burrascosi, sia in
quelli lavorativi. La signora Irma ha affrontato, anche violentemente,
il figlio ed ora ha sentito parlare del nostro servizio e chiede di
essere aiutata. Le consegniamo del materiale informativo contenente solo
notizie semplici (numeri di telefono, indirizzi a cui rivolgersi) e la
invitiamo a portarle al figlio con la comunicazione del nostro incontro
e di alcune attività che noi promuoviamo. Irma esegue perfettamente
senza ottenerne un risultato immediato se non quello di avere qualche
sera di pace familiare. Dal fine settimana, però il figlio riprende con
l’abuso di alcol e il gioco (d’azzardo). Una nuova occasione giunge
quando, circa un mese dopo il nostro incontro, Irma rintraccia
casualmente una telefonata tra il figlio e il suo datore di lavoro che
lo minaccia di licenziamento. Immediatamente, contatta il datore di
lavoro del figlio, un artigiano del paese, già amico di famiglia, ed
insieme concordano di inviare, a nome della ditta, una comunicazione di
sospensione dal lavoro per un periodo di cura. Irma tiene sempre
informato il servizio delle sue iniziative. All’arrivo della lettera
il figlio tace per una paio di giorni poi, piangendo, racconta alla
madre quanto gli sta capitando e, secondo un accordo preso in
precedenza, nel pomeriggio siamo in grado di incontrarla assieme al
figlio. Per la particolare solitudine e situazione del ragazzo, lo
inviamo a disintossicarsi in un centro crisi, mentre anche il padre
viene coinvolto nel percorso. Dopo circa una mese di terapia, si riesce
ad ottenere che egli raggiunga un discreto livello di relazionalità
familiare, che rientri al lavoro, che modifichi le abitudini personali e
quelle riguardanti il contesto amicale.
|
Anche
nel caso del figlio di Irma i principi socioterapeutici trovano
applicazione ad almeno due livelli dei quali:
- il primo riguarda l’utilizzo dei familiari come parte attiva dell’iter terapeutico, divenendo, di fatto, i genitori (o il genitore qualora uno dei due manchi o sia assente rispetto al figlio) gli operatori in più per i momenti in cui il paziente non è in ambiente terapeutico;
- in secondo luogo, si utilizzano i due ambiti della rappresentazione, quello cognitivo e quello affettivo, come basi per il discorso terapeutico della modifica delle rappresentazioni del singolo come premessa per l’evolversi di una capacità di gestione di sé anche rispetto alle dipendenze.
Occorre,
tuttavia, stare estremamente attenti al fare entrare i familiari, che
comunque devono essere ben preparati e supportati, poiché alle volte i
rapporti sono talmente compromessi da non potere essere ricuciti. Anche
l’età o lo stato di salute possono agire da fattori che sconsigliano di
ricorrere ad essi per cui occorre, prima di coinvolgerli, un’attenta
anamnesi familiare accanto a quella personale.
|
Giulio
ha cinquantadue anni e vive con gli anziani genitori, non essendosi mai sposato.
All’età di quarant’anni, a causa di un incidente stradale di cui non ricorda esattamente
la dinamica (ipotizza una distrazione improvvisa), è rimasto invalido e si è dovuto ritirare dal lavoro.
Ora si sostenta con la pensione e con l’aiuto del resto della famiglia che non mostra alcun segno di disagio
sociale ma, al contrario, è benestante. Attraverso i familiari, che Giulio comunque giudica eccessivamente
intrusivi, il paziente viene accompagnato ad una visita e successivamente è inserito nel gruppo in trattamento
presso il servizio. Si presenta come una persona estremamente sospettosa e impaurita mentre in casa con gli
anziani genitori (comunque autosufficienti e ancora perfettamente in grado di condurre una vita dignitosa) e
nel condominio in cui vive ha spesso degli atteggiamenti aggressivi ritenendo di vedere spesso calpestati i propri diritti.
Anche fisicamente, sebbene ben vestito e ordinato, è evidente la presenza di alcuni problemi che lui riferisce al pregresso
incidente. Dopo un periodo di frequenza ad un gruppo terapeutico, senza nessuno dei familiari, il paziente riesce a
raccontare di essere riuscito, negli anni, a ridurre la quantità di alcol ingerita, utilizzando progressivamente bevande
meno alcoliche e limitandosi, nell’ultimo periodo, alla sola assunzione di vino, consumato in casa, in modeste quantità,
anche dai genitori. Dopo alcuni mesi, scorgendo nel paziente il desiderio e la forza di interrompere completamente il consumo
di alcolici, si propone un ricovero finalizzato che viene giustificato alla famiglia come teso alla rivalutazione della
condizione clinica del figlio ma che per Giulio, per il terapeuta e per gli altri partecipanti al gruppo doveva essere l’occasione
per compiere l’atto della sospensione. In effetti, il paziente riesce nel suo intento e successivamente mantiene una condizione di
astinenza in tutti e cinque gli anni di osservazione proposti.
|
La
possibilità di trovare uno spazio individuale fuori dalla famiglia e
l’affrontare l’argomento del suo modo di bere utilizzando diverse
chiavi di lettura, proposte sia dal terapeuta che da altri partecipanti al
gruppo, ha consentito a Giulio di ritrovare una via di uscita per
modificare una condizione di vita diventata oramai insopportabile sia per
lui che per tutta la sua famiglia.
Fase 4°: Fase di auto/etero terapia (intervento terapeutico
e di disintossicazione)
È
il momento in cui la persona riesce a pensare e ad accettare l’idea di
interrompere l’uso di alcol. Le motivazioni sono le più varie e si
inseriscono nella carriera dell’alcolista secondo schemi vari sulla base
dei quali il singolo si ritrova ad agire una via di uscita dalla
dipendenza in funzione di fattori vari: le premesse sono generalmente
rinvenibili fin dagli insuccessi della fase precedente, gli inneschi
possono essere i più vari anche se spesso fanno riferimento all’aiuto
di specialisti.
|
Hans
è poco più che trentenne, è straniero ma vive in Italia da oltre
dieci anni, è sposato e ha due bambini che la scuola ha segnalato allo
psicologo per importanti problemi comportamentali. Lo stesso psicologo,
attraverso i racconti dei due bambini, intuisce la condizione di
dipendenza alcolica di Hans e, dopo averlo convocato, lo invia in
consulenza al Servizio di Alcologia. Alla visita, Hans si presenta con
la moglie, una donna fragile e incapace di reagire alla apparente forza
di carattere del marito e nel corso di questo primo incontro non emerge
nulla. Solo quando Hans comincia
a frequentare più assiduamente l’ambulatorio, senza la moglie,
racconta come la sua abitudine a bere abbia negli anni gravemente
compromesso le sue abilità e come lui abbia cercato di limitarsi a bere
nei fine settimana, a casa, ma ora anche nell’ambiente di lavoro
cominciano a lamentarsi dei suoi ritardi o delle assenza del lunedì.
Coi figli non riesce ad avere un rapporto significativo, li reputa un
po’ vivaci, come in fondo lo era anche lui, ma è contento che lo
psicologo lo aiuti ad affrontarli. In poco tempo, attraverso gli
incontri ambulatoriali e l’avvio di un percorso all’interno di un
gruppo di auto/mutuo/aiuto, Hans individua la strada per interrompere
l’uso di alcolici e la intraprende con successo.
|
La
durata del tempo per arrivare ad una conclusione sembra essere,
apparentemente, di una frazione di secondo e viene spesso descritta come
la sensazione di una “molla che scatta” in un tempo e un luogo non
precisi e definibili. Naturalmente, noi sappiano essere il risultato di un
periodo più o meno lungo di riflessione e di lavorio interno su di una
molteplicità di aspetti, di situazioni e di ipotesi che, una volta
prospettate, agiscono da detonatori rispetto alla dipendenza e permettono
alla persona di realizzare una fantasia, come R di sé nel futuro
prossimo, riguardante la possibilità di astensione dal consumo. Tale
fantasia, se contornata da un clima di appoggio cognitivo e/o affettivo,
può essere messa in condizioni di emergere come ipotesi cosciente di
uscita dalla patologia per divenire atto di volontà.
A
volte la “molla” scatta già dopo i primi incontri, altre volte
occorre molto tempo, a seconda di quelle che sono le capacità di
radicamento della dipendenza. Lo scontro è fra quest’ultima e la
coalizione terapeuta/paziente rispetto alla quale lo strumento empatico
dovrebbe servire per individuare il punto di attacco per permettere al
bevitore di decidere il passo definitivo: a volte può aiutare anche il
semplice caso o il mestiere del terapeuta.
|
Luigi ha cinquant’anni e vive coi genitori anziani. A
seguito di episodi di disagio familiare viene inviato dai fratelli a
frequentare un gruppo. Lui è diffidente, non parla quasi mai e quando
lo fa è solo per raccontare qualcuno degli episodi di sopruso che dice
di subire ad opera dei fratelli o dell’anziano padre o per dichiarare
il successo ottenuto passando dai distillati al vino. Sembra non essere
troppo interessato alle vicende degli altri partecipanti al gruppo, ma
col passare dei mesi si distende e, improvvisamente, senza
apparentemente nessuna coerenza con l’argomento della conversazione
che si sta svolgendo, chiede di essere ricoverato per smettere di bere.
Nel corso della settimana successiva il ricovero viene effettuato e
Luigi raggiunge, senza difficoltà apparenti, la condizione di
astinenza.
|
Per questo paziente, il gruppo agisce come momento non
specialistico di approccio/comprensione del problema: il confrontarsi con
momenti che fanno appello alla dimensione affettiva del richiamo alle
conoscenze di senso comune ha avuto su di lui la funzione di consentirgli
di introiettare il pensiero di una possibile astensione come fatto
positivo e non come ipotesi terrifica e di offrirgli un lasso di tempo
sufficiente per immaginare un modo e un luogo specialistico - come
contraccolpo cognitivo - per realizzare tale fantasia.
Alle radici di questa quarta fase vi sono i due momenti
terapeutici rappresentati dalle forme di autoterapia e da quelle legate ad
un intervento specialistico esterno. Tali due prospettive qui vengono
illustrate come staccate solo per ragioni legate all’esposizione essendo
di solito presente nelle situazioni concrete un mix delle due:
1) L'autoterapia
si distingue perché è tipica dei casi che non giungono dal terapeuta o al servizio e, ad esempio, spesso può riguardare quelli che possono essere definiti come degli alcolismi situazionali quali gli eccessi di consumo dei cuochi o dei baristi o dei d.j., e così via. Di esempi rientranti in questa tipologia si sente spesso parlare da parte dei bevitori e o entrano a fare parte della loro dimensione mitica, oppure vengono riferiti al vissuto personale come tappe evolutive di un passato che, a meno di eventi eccezionali, avrebbe potuto essere di astinenza. In quanto tali contribuiscono a formare o ad accrescere la mitologia di se stessi: “ero tanto forte e bravo però mi è successo che..”, “ho smesso di fare uso di qualunque bevanda alcolica, poi…”, “se non fosse stata per la mia sfortuna, non sarei qui, oggi con questo problema”, e così via. Questa è la situazione tipica di chi cerca una difesa di sé e il recriminare serve soprattutto a nascondere o una non voglia di uscire dal problema oppure il tentativo di dettare i ritmi dei tempi della terapia. Di solito lo scontro avviene proprio sul rinforzo o sull’indebolimento delle capacità attrattive della/e sostanza/e, ed è questa ritmicità che dà il nome alla fase dell’elastico e che serve proprio ad indicare questa alternanza temporalmente determinata.
2) Eteroterapia, o terapia gestita con aiuti esterni, che
include due ottiche: quella dei gruppi di auto-aiuto e di auto-mutuo-aiuto
nelle loro varie differenziazioni (quali gli Alcolisti Anonimi, i Club
degli alcolisti in trattamento, ecc.) basati sulla forza di un aiuto
esperienziale tra chi già è riuscito ad uscire dal problema della
dipendenza patologica e chi è ancora al suo interno; quella degli
approcci specialistici sulla base di professionalità specifiche con
teorizzazioni più o meno forti alle spalle, in particolare nei casi qui
presentati quello medico e quello socioterapeutico. Nell’un caso vi è
la forza del senso comune, del richiamo al familiare e della condivisione
di un problema; nell’altro l’inserimento del caso in un ambito teorico
specialistico medico-farmacologico o psicoterapeutico o socioterapeutico:
quest’ultimo, in particolare, si lega all’ambito relazionale
incentrandosi su concetti quali quelli di rappresentazione; di empatia; di
identità e dei suoi processi di costruzione e di modifica; di angoscia
legata alla dipendenza che può essere pensata come conseguenza di una
incapacità di decodifica di sé, o dell’altro, o dell’ambiente, o del
proprio ruolo in quest’ultimo; della gestione delle due dimensioni
cognitiva e affettiva, e così via.
|
Maria è
un’insegnante ancora giovane, è separata dal marito e ha due figli
coi quali convive. Giunge alla nostra osservazione dopo un periodo di
abuso di alcol che ha incrinato l’immagine di brava madre e rischia di
produrre gli stessi effetti in ambito professionale. Non è convinta che
si tratti di una dipendenza da alcol, ma piuttosto di una reazione a
tutta una serie di vicende traumatiche legate al pratiche di divorzio.
In questo caso, l’interpretazione data dalla paziente non è
completamente errata ma, comunque sia, il problema che appare più
urgente è affrontare la strategia che la signora ha scelto che ha già
assunto le caratteristiche di una dipendenza stabilizzata. Maria
predilige il rapporto individuale e appare molto fragile e indifesa ma,
in realtà è una donna forte e piena di capacità e fantasia.
Purtroppo, per alcuni mesi, le qualità di Maria vengono spese per
giustificare un certo modo di agire con contemporaneo aumento dello
stato d’ansia finché “ per farci contenti” non decide di
sperimentare l’astinenza. Il processo avviene nella più assoluta
riservatezza, dentro la sua casa, accompagnato, nei primi giorni, da un
abuso di farmaci, segno evidente di una dipendenza stabilizzata, anche
se sempre negata. Maria interrompe materialmente l’uso di alcol come
descritto ma se ne separa psicologicamente solo dopo più di un anno.
|
Nella
paziente si contrappongono più rappresentazioni e livelli problematici e
in particolare il riferimento è:
- ai dubbi riguardanti
la R di sé in quanto madre;
- ai dubbi riguardanti
la R di sé rispetto alla professione;
- alla crisi della R di
sé in quanto attore del rapporto nuziale in fase di dissolvimento.
Tutto
questo ha ingenerato nella persona una crisi sulla propria identità,
anche se le difficoltà, essendo soprattutto relazionali, le permettono di
rifugiarsi nell’escamotage di riferire tutto al problema matrimoniale e
alla conseguente attesa di divorzio. Tuttavia quella che può essere
definita soprattutto un’emergenza affettiva che retroagisce rendendo
dubbiosa la paziente anche verso la propria dimensione cognitiva,
ingenerando uno stato di ansia crescente durato alcuni mesi, viene
superata attraverso quella che può essere definita come una conseguenza
addestrativa del suo curriculum scolastico e professionale che la porta ad
accettare un’ipotesi di soluzione solo perché prospettata da una figura
specialistica. Il superamento
dell’intera R di sé negativa, infatti, avviene solo dopo un anno.
Fase 5° : Astinenza e prevenzione delle ricadute
Questa
che potremmo chiamare l’ultima fase è, forse, quella che più di ogni
altra risente del problema del tempo: le sostanze lasciano quasi una sorta
di imprinting in coloro che le assumono, soprattutto abituano a certi «ritmi».
Il problema vero per coloro che hanno smesso e sono usciti da una
dipendenza riguarda proprio il fatto che il loro tempo era scandito dalla
sostanza, ad esempio dall’alcol, e, proprio per questo, nel momento in
cui si ritrovano a vivere nuove esperienze è soprattutto la dimensione
progettuale o comunque di proiezione del soddisfacimento sia sul presente
che sul futuro quella che viene coinvolta. Nel passaggio dalla
progettazione al soddisfacimento in effetti quello che salta è il tempo
in quanto tempo necessario al raggiungimento della meta: l’abitudine ad
un soddisfacimento allucinatorio, con i propri ritmi frenetici e
completamente al di fuori da qualunque calcolabilità, creano una
situazione di diffuso disagio, di intolleranza. Il corpo e la vita
appaiono all’ex bulimico limitati, noiosi e goffi. Niente a che fare con
il passato tumultuoso di sensazioni e di apparenze: la realtà è comunque
una costruzione simbolicamente meno agile di ogni tipo di fantasie e ciò
può innescare uno stato di depressione e di abulia che sembra entrare in
conflitto con l’apparente tumultuosità simbolica precedente.
Il
superamento di tale fase rappresenta una delle tappe più importanti nella
storia del processo di uscita dalla dipendenza ma, per le caratteristiche
che presenta, subisce un processo di sottostima rispetto alla valutazione
dei risultati raggiunti. Infatti, molti servizi pubblici e privati
identificano il raggiungimento della condizione di astinenza come un
risultato (e non come una fase di passaggio) e quindi tendono a
banalizzare gli interventi necessari successivamente limitandosi a
considerare l’esclusivo reinserimento sociale come passo utile. Al contrario il sottovalutare gli automatismi derivanti da tali «ritmi» può portare a ricadute in lassi di tempo più o meno lunghi. Di qui la necessità di prevedere periodi non troppo ristretti di osservazione e di appoggio una volta finita la parte formale del programma.
L.Benvenuti ha curato la
parte socioterapeutica, mentre L.Giannessi quella clinica.
Essa, nell’accezione
utilizzata nel presente lavoro, è stata lanciata in un saggio di uno
degli scriventi nel 1992. Cfr.
L.Benvenuti (1992), Il ruolo e l’importanza delle conoscenze e
pratiche sociologiche nel campo terapeutico. Elementi di socioterapia,
in Meridiana, Cesena
Descombey J.P. (1997), Compendio
di alcoologia clinica, Borla, Roma, p.18.
Cfr. De Stefani R. (1991),
Il programma alcologico territoriale di Hudolin in Italia, in
Folgheraiter F. e Donati P. (a cura di), Community
care: Teoria e pratica del lavoro sociale di rete, Erickson,
Trento, pp.241-280.
Ivi, p.246.
Per una trattazione più
esaustiva si rimanda al testo di prossima pubblicazione di Benvenuti
L., Lineamenti di socioterapia,
in corso di stampa.
Cfr. ivi.
Questo è uno dei due casi
clinici seguiti da L.Benvenuti.
Appare importante definire, a questo punto, come il concetto di
norma sia estremamente variabile così come il livello di
tolleranza del consumo a seconda del contesto che si analizza.
Questo è un caso seguito
alternativamente da L.Benvenuti e da L.Giannessi.
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