Che cos'è la Socioterapia

Che cosa è la

la SOCIOTERAPIA

L’approccio socioterapeutico, che rappresenta la spina dorsale delle riflessioni del Bradipo, è nato nel 1992 da un saggio da me scritto che proponeva un nuovo modo di utilizzo della sociologia. Alle radici di tale introduzione vi era un’esperienza legata alla progettazione di iter di uscita dal mondo delle dipendenze patologiche e, in particolare, da quelle dovute alle sostanze stupefacenti.

La riflessione di partenza riguardava proprio tale fenomeno nelle nostre società, rispetto al quale sembravano coesistere due aspetti apparentemente contradditori: da una parte tali dipendenze pur manifestandosi come casi individuali sembravano avere andamenti epidemici, tipici dei fenomeni sovra-individuali; dall’altra sembrava trasformassero una delle funzioni base della vita, e cioè la ricerca del piacere, in uno strumento pericoloso, di sofferenza o di morte. Di sicuro vi era solo il distacco tra piacere e funzioni del corpo in favore di una sostituzione di queste ultime da parte di una dimensione chimica totalizzante che sembrava occupare e rendere apparentemente più semplice il fatto di raggiungere il piacere.

In secondo luogo a diventare determinante era una modifica nel rapporto tra terapeuta ed utente: a cambiare era il ruolo dello specialista che da uno di stampo psico-medicale si ritrovava a doversi improntare ad uno stile esterno a tale settore più tipico di una funzione di sostegno/consiglio/aiuto. In tale senso nel settore si ritrovavano ad operare i più diversi volontari mossi dai più svariati sentimenti che andavano da quello religioso, dei vari prelati che avevano deciso di impegnarsi in tale abito, a quello di albergatori mossi da sentimenti di pietà e fratellanza, a quello di persone mosse da generici valori politici e di socialità, a quello di ex tossicodipendenti (o genitori di ex) che cercavano di porre le proprie esperienze a disposizione di altri ragazzi che fossero caduti nello stesso problema. Indubbiamente più rari erano coloro che, come lo scrivente, erano mossi da puri intenti conoscitivi: in questo senso, non avendo motivi di coinvolgimento personale, ho cercato di capovolgere il tipico approccio quasi neutro dello scienziato classico, per utilizzare un tipo di avvicinamento che fosse incentrato sull’individuo: questo mi ha portato ad ipotizzare un tipo di avvicinamento che prescindesse, almeno in un primo momento, dalle proprie conoscenze e specializzazioni per cercare di comprendere, in termini quasi metodologici, il tipo di percorso logico che porta la persona a certe conclusioni, al di là dei contenuti stessi. Una volta che il terapeuta riesce a comprendere tale percorso allora può elaborare, insieme al paziente, una risposta a partire da un richiamo delle proprie conoscenze specialistiche, che o funzionano da aiuto oppure possono essere tranquillamente eliminate per un’elaborazione innovativa della stessa.

La relativa capacità degli approcci tradizionali ad affrontare coloro che non rientrassero strettamente nelle patologie per le quali erano stati elaborati, e, come ricordato, la diffusione crescente dei nuovi stati di disagio mi hanno portato a pensare ad una sorta di resa di tali approcci dovuta al fatto di non riuscire a conciliare due termini apparentemente contradditori: individuale ed sovra-individuale. Il malessere manifestato dalle persone che si rivolgevano ai centri riguardava il fatto di potersi riconoscere nei contesti sociali d’appartenenza, di riuscire a decodificarli e contemporaneamente di dare un significato alla propria esistenza, di darsi uno scopo e di riuscire a decodificare se stessi. In questo senso le dipendenze patologiche potevano essere viste come risposte a tali stati di disagio: indubbiamente potevano, dal punto di vista sociologico, essere lette come strumenti per ridurre il malessere e per riuscire comunque ad affrontare un esterno altrimenti estremamente complesso: la riduzione è immediata, le sostanze danno identità, permettono di decodificare l’ambiente in modo diretto sulla base di un’utilità facilmente definibile, stabiliscono immediatamente un confine tra sé e gli altri e tra il proprio gruppo ed il resto delle persone. La riduzione di complessità diviene estremamente facile poiché i valori e i principi perdono le loro pretese vincolanti per divenire facilmente negoziabili in funzione di uno scopo: soddisfare la propria dipendenza. Il piacere stesso assume una dimensione dicotomica perdendo tutte le sfumature: o lo si soddisfa, oppure no. Il potere sull’esterno, soprattutto su quelli che sono affettivamente legati al singolo, diviene quasi assoluto sfruttando proprio se stessi come una sorta di ostaggi. La lettura dell’ambiente diviene essenziale.

Anzi l’ipotesi socioterapeutica è proprio che la lettura del reciproco legame tra singolo ed esterno sia più che una conseguenza, una determinante per l’insorgere stesso degli stati patologici: l’individuo finisce col leggere il sociale solo in funzione di se stesso, la socialità viene ridotta ad una sorta di mix tra una sorgente quasi infinita di risorse e un vincolo da cui prescindere e, in molti casi, da rifiutare e/o combattere. Il distacco da chi non condivide tale impostazione può divenire quasi completo. L’isolamento del singolo diviene quasi completo. Anche nel caso in cui non compaiano sostanze d’abuso o comportamenti a rilevanza esterna, disordini alimentari, gioco patologico, ecc., le situazioni personali possono essere simili e la patologizzazione divenire interna, con stati di angoscia, crisi di panico, dell’identità ecc. Il problema si manifesta individualmente, la sua origine è esterna. Queste sono le premesse per l’intervento socioterapeutico.

di Leonardo Benvenuti