Può la famiglia essere un limite al tempo libero?

di Katia De Simone

Ho sempre sentito dire: “ la famiglia mi limita troppo e mi toglie del tempo libero”. A dir la verità, prima di avere dei figli, non credevo molto a quest’affermazione; anzi quasi mi meravigliavo nel sentirla. Attualmente, invece, la condivido pienamente. Tutto è cambiato con la nascita della mia prima figlia anche se tutto sommato sono riuscita a portare a termine gli studi universitari.

Con la nascita del secondo figlio le cose sono ulteriormente cambiate.

 I figli sono la cosa più bella che ti possa capitare ma, giorno per giorno, ti rendi conto che sei tu che vivi in funzione dei loro bisogni  e che ti prendono tutto il tempo che hai a disposizione.  In quest’ultimo anno, ho constatato che tutti i miei interessi, seppur pochi, li ho dovuti mano a mano mettere da parte.  Fino ad ora, non ho mai rimpianto niente perché ho sempre pensato che “per i figli si fa tutto e si tende a trascurare il resto”. La cosa  che, ultimamente,  mi ha fatto cambiare idea è che, in famiglia,  chi rinuncia  spesso al suo tempo libero sono io, mentre mio marito riesce sempre bene o male a ritagliarsi degli spazi suoi.

Per me, ognuno deve cercare di fare le cose che gli piacciono e da cui si  riceve gratificazione ma quello che mi fa arrabbiare è che un padre pensa in primis a se stesso e poi alla famiglia.

Occuparsi dei figli tocca sia alla mamma che al papà; entrambi i genitori devono assolvere a questo compito ma allo stesso tempo devono fare in modo che ognuno  possa, nei limiti del possibile, coltivare i propri interessi.

Riflettendo su tutto questo, ho capito che bisogna  pensare anche un po’ a se stessi e forse essere  qualche volta un po’ più egoisti.

In quest’ultimo periodo, ho sperimentato che ad esempio scrivere articoli per il Bradipo, frequentare un corso di inglese, andare in piscina mi ha rilassato molto. Infatti  mi sono resa conto  che, da quando ho iniziato a dedicare un po’ di tempo a me stessa, in famiglia  riesco a fare le cose con più calma senza che mi venga l’ansia.

Ritengo che ciò che sto facendo sia giusto; ma allo stesso tempo  tendo a sentirmi in colpa perché penso che questi miei piccoli interessi tendono a farmi  trascurare i figli e  togliere tempo alla famiglia.
 

traduzione di Leonardo Benvenuti

L’articolo di Katia De Simone sembra volere confermare quanto introdotto nell’editoriale rispetto al confine tra passato e presente: la frase iniziale (Ho sempre sentito dire: “ la famiglia mi limita troppo e mi toglie del tempo libero”) suona, se riportata al periodo antecedente la nascita dei figli, come un’anticipazione di senso comune che sembra rivelare tutta la propria portata predittiva a partire dalle successive esperienze della scrivente. Apparentemente essa attribuisce a sé la colpa di non avere … fatto cosa? Di non avere dato retta al detto? O forse di non avere preso le opportune contromisure rispetto a quel possibile rischio? Oppure …?

Lei finisce con il sembrare vittima di una convinzione indubbiamente importante: quel “per i figli si fa tutto” che sembra essere contemporaneamente un’affermazione d’amore ed una condanna e/o comunque una constatazione della furbizia, più che del marito, degli uomini in generale, e dei  padri, in particolare. Se una persona afferma che per i figli si fa tutto e, però, contemporaneamente afferma che occorre fare le cose che «piacciono», entra in una contraddizione in termini, altrimenti dovrebbe dire che i figli non le piacciono: l’escamotage è quello di scaricare le colpe sul padre; l’antidoto è prendere esempio, almeno un po’, dall’idea che si è fatta di lui e, in questo modo, le sembra di riuscire a fare le cose che le piacciono, anche se vi è un dubbio che si manifesta con un certo senso di colpa.

L’analisi socioterapeutica cerca di uscire da questo dilemma rifacendosi a due criteri importanti:

-         da una parte ricordando alla scrittrice che il suo è un dilemma tipo delle nostre culture: se i bambini devono imparare ad essere soggetti e cioè a perpetuare l’autoreferenza, occorre che almeno una persona, ad esempio la madre, non lo sia ma si sacrifichi per il nuovo nato. In passato abbiamo avuto notevoli esempi di culture che in questo senso si sono riprodotte senza avere tale tipo di problema;

-         dall’altro nelle società della soggettività, o tipografiche, a scomparire sono proprio i limiti, i confini tra passato, presente e futuro: in particolare, nel nostro caso, quello tra passato e presente che si rende evidente nel termine di «rimpianto».

 

Un mio paziente che mi ha detto “preferisco avere colpe, piuttosto che rimpianti”: nella sua ottica il rimpiangere indicava quello stato della persona che risultava avere rinunciato a una larga parte o a tutti i propri desideri per restare in quello stato che per lui era legato al detto restare con “un pugno di mosche”. Ecco, il punto dolente è il ragionare al di fuori di qualunque ottica sociale o, meglio, collettiva. L’essere autoreferenti comporta l’incapacità di godere del benessere dell’altro, spesso fosse pure il proprio figlio, manifestando, tuttavia l’orgoglio del fatto che lui sia proprio. Il crescerlo nel momento che si avesse come parametro di valutazione se stessi diverrebbe una fatica, bella ma pur sempre una fatica non rapportata, però, a quanto messo in opera ma a quanto si è dovuto rinunciare. Il bilancio diviene una sorta di dubbio sistematico che viene introdotto e ricordato ad ogni passo e che viene percepito dal giovane, per il quale può divenire fonte di un’amarezza di fondo, sentita ma non capita se non dei termini dell’autoreferenza e quindi tradotta in insegnamento di vita: che, così, finisce con l’improntarla. In tale modo l’autoreferenza si trasmette e sopravvive alla morte dei singoli. Del resto la via d’uscita trovata è anch’essa funzionale a tale trasmissione: l’egoismo più o meno marcato, anche nel momento in cui riguardasse scelte, tutto sommato condivisibili. Forse la via di uscita da tale stato di contraddizione risiede proprio in un radicale ridimensionamento dell’autoreferenza che vede nei propri figli, appunto, un prodotto proprio e non la genesi di persone che hanno il diritto-dovere di diventare autonome, senza che questo debba avvenire a scapito di nessuno: se una cosa è giusta e ci fa sentire in colpa allora dovremo rivedere il concetto di amore. E soprattutto quello di diritto, proprio e altrui.

 

 

Prigionieri del tempo

di Ilaria Giacometti

“L’occidente è questo orrore del tempo imposto, vissuto da tutti coloro che vengono dal sud del mondo con un’ansia tremenda. Il tempo qui è una religione, cui siamo tutti sottomessi – fa soffrire anche noi, ma ci siamo abituati -; per chi viene dal sud del mondo è inaccettabile, è la difficoltà più forte ed autentica, una barriera vera, insuperabile”

(Anna Maria Gallone, organizzatrice e direttrice del Festival del Cinema Africano di Milano).

È davvero così?

Un po’ di giorni fa mi sono trovata a riflettere sul significato e l’importanza che noi occidentali attribuiamo al concetto di tempo e su come questo si discosti dalla concezione di chi proviene da culture totalmente altre rispetto alla nostra. Questa riflessione mi è sorta dalla lettura di “Amata per caso” di Stefano Zecchi, un romanzo che, pur nel suo essere frutto dell’invenzione dello scrittore, mi ha permesso, per un attimo, di vedere e dunque filtrare, attraverso gli occhi della protagonista, il nostro modo di percepire il “tempo”.

Malini, la protagonista, è una bambina indiana, venduta dalla madre, povera e con il marito gravemente malato, ad un artista di strada e che, dopo varie peripezie e difficoltà, riuscendo a sentirsi amata e fortunata anche nelle situazioni più ostili, viene adottata da una coppia italiana.

Quante separazioni ha dovuto sopportare Malini? Il distacco dalla madre, da Francais, l’artista che, in poco tempo, ha imparato ad amare e rispettare, dalle sue montagne, dall’orto, dalle capre: da quello che, nonostante tutto, era il suo mondo.

I suoi nuovi genitori decidono di chiamarla Malina, per renderle un po’ più occidentale il nome e, per esigenze burocratiche, le viene anche attribuita una data di nascita e quindi un’età fittizia, non sapendo quando fosse nata.

Da qui una prima riflessione, mi sono chiesta: “Perché?”; “Perché è così importante stabilire esattamente l’età?”. Eppure, in molti paesi, non esistono i registri dell’anagrafe, non ci sono compleanni da festeggiare, niente candeline, né regali. Eppure….eppure, nonostante tutto, anche in quei posti, tra la povertà più estrema, si riescono a trovare persone serene; nonostante tutto, molti di coloro con i quali ho parlato durante le mie esperienze di volontariato in Rwanda e in Perù, amano la loro terra, il ritmo vitale scandito dalla natura.

È vero, non ci sono feste di compleanno, ma la gioia di vedere i risultati del proprio lavoro, di veder trasformare un seme in frutto: questo significa che per un altro giorno ci sarà da mangiare.

Malini, inizialmente, non accetta la sua nuova vita, non capisce perché debba festeggiare un qualcosa che non le appartiene: “ Nessuno conosceva il giorno della mia nascita, e così Giorgio e Margherita (i genitori adottivi , NdR) ne scelsero una da inserire nei documenti ufficiali (…). Il significato della frase – compiere gli anni- si abbattè su di me con imprevedibile violenza”.

Nel suo paese, tra la gente povera, non ci sono orologi, non perché non esistano (la tecnologia, ormai, è arrivata anche nei posti più impensabili), ma perché non servono.

Si pensi, ad esempio, alla cultura africana e al suo essere radicata nel presente e nel passato:

“Per gli africani il futuro non esiste, non ha senso. (…) Quel tempo in avanti, per gli africani che vivono secondo la cultura tradizionale, al massimo si estende per un anno, fino al prossimo raccolto. Semino adesso e tra qualche mese raccolgo (…). Ciò spiega anche le difficoltà per fare accettare l’idea di piantare alberi da frutto, che se li pianti oggi ti danno un frutto tra 4-5 anni” (Renato Kizito Sesana e Stefano Girala, La Perla Nera. L’altra Africa sconosciuta).

In un tale contesto la televisione, l’orologio, il cellulare, diventano assolutamente inutili. Ho potuto sperimentare anch’io la loro inutilità quando ho vissuto per un po’ di tempo in questi luoghi. A cosa può servire sapere l’orario in un villaggio andino a 3600 metri di altezza?

Nell’orfanotrofio dove ho prestato servizio, la sveglia è il sole che sorge e chiama i bambini a compiere i loro doveri secondo un ritmo naturale.

Poi, quando il destino decide che è il loro momento, questi ragazzini si trovano catapultati in un mondo dove tutto è segnato dal trascorrere del tempo, dove non è più la natura a decidere i ritmi della vita, ma è l’uomo stesso a decidere, ad esempio, fino a quando si può essere bambini e quando è il momento di diventare adulti.

La nostra concezione del tempo è dominata dall’idea del progresso, della velocità e che è protesa verso una serie di mete da raggiungere e da conquistare nel minor tempo possibile.

A 14 anni c’è il motorino, a 18 si diventa maggiorenni, e quindi si è abbastanza maturi per votare e guidare; dopo un po’ di anni ci si deve sposare, non prima perchè è troppo presto, ma neanche “troppo dopo”, perché se no si diventa vecchi per il matrimonio.

C’è un’età giusta per divertirsi e una per “mettere la testa a posto”: ma chi decide tutto questo? La giornata stessa è perfettamente divisa tra lavoro e tempo libero, e tutto secondo orari precisi. Qualsiasi impegno, qualsiasi attività, deve essere anticipatamente programmata. Non so se, alla base di tutto questo, ci sia un bisogno di sicurezza, l’illusione che, in questo modo, si riesca ad avere tutto sotto controllo, ma il risultato mi sembra molto lontano da un’idea di ordine e di tranquillità e basta fare un giro per le nostre città per rendersene conto.

Quello che regna è il caos più totale; questo, secondo me, è il vero limite di questo meccanismo: si crea una frenesia, “un’ansia da appuntamento” tale che, se ci fermiamo un attimo a pensare, se ci chiediamo dove stiamo andando, perché tanta fretta, ci ritroveremmo nello smarrimento totale. Malini, così come tanti altri bambini nella sua condizione, nonostante tutte le sofferenze che ha dovuto patire nel corso della sua infanzia, una volta arrivata in Italia, rimpiange proprio quello che noi non abbiamo: la libertà di correre nei campi mentre le mucche pascolano, la libertà di vivere la giornata così com’è, senza incasellamenti, ma raccogliendo quello che la natura offre alla vita, giorno dopo giorno. Nella povertà c’è quella libertà che la ricchezza ha ormai soffocato, e la ricchezza è figlia di una cultura che non sa aspettare, che non può fermarsi, che si fa trasportare e travolgere da quell’onda inarrestabile che è il progresso e che nulla ha a che vedere con una concezione del tempo basato sui ritmi lenti, ripetitivi, talvolta ingovernabili, della natura.

traduzione di Leonardo Benvenuti

Interessante il racconto delle proprie esperienze da parte di I.Giacometti rispetto a quanto da lei vissuto nel periodo di “volontariato in Rwanda e in Perù” e che è alle origini di una sorta di riflessione antropologica naïf al problema del tempo. La prima notazione importante riguarda la citazione iniziale sulla diversità di percezione del tempo da parte delle nostre culture rispetto a quella di coloro che vengono dal sud del mondo, per cui questi ultimi avrebbero “orrore del tempo imposto” che presso di noi sarebbe una sorta di religione: di fatto e nei termini della nostra disciplina si passa dal tempo mitico delle culture orali a quello tecnologico che diviene anche tempo-misura della vita delle nostre culture tipografiche e post-tipografiche. Dopo la fine del quattrocento la globalità e plurisensorialità delle culture orali viene irreggimentata ed organizzata in modo unilineare dalla cultura tipografica. Il tempo mitico diviene sinonimo di possibilità per la fantasia di potere spaziare a partire da illuminazioni continue; di non prevedibilità perché, come ricordato nell’editoriale, il futuro è nella bocca di Dio e il presente viene regolato dalla tradizione e dagli anziani; ecc. Il tempo-misura è quello che tenta di irreggimentare il futuro; tenta di gestirlo e di renderlo certo, ed è questo che sgomenta, disorienta e fa smarrire le persone esterne a tale tipo di approccio: questo, del resto, è il disagio vissuto da Malini/Malina, il personaggio/pretesto inventato da S.Zecchi, l’autore ricordato da I.Giacometti, per mostrare lo smarrimento dello scrittore già immerso nella nuova cultura dei neo-media, che chiamiamo anche neo-orale, di fronte al nostro immediato passato tipografico e alla sua grande forza di inerzia; un disagio attuale che comunque trova un forte riscontro nelle esperienze di volontariato internazionale dell’autrice dell’articolo. Rispetto, poi, alle ultime affermazioni riguardanti la nostalgia del correre nei campi e le mucche che pascolano non riesco a scordare un commento di un’immigrata dalle Isole di Capo Verde la quale di fronte alle mie affermazioni di nostalgia verso il mare delle sue isole mi guardò in maniera molto strana dicendo che queste sono affermazioni da turista italiano perché per lei erano solo fonte di ricordi di un lavoro duro e che, per questo, si trovava meglio qui. Forse non è del tutto vero ed è probabile che vi possa comunque essere una certa nostalgia, a mio avviso, soprattutto per gli odori e il profumo del mare, che sono assenti nella nostra realtà. Purtroppo ancora estremamente unidimensionale nelle proprie sensazioni.