Il limite e il tempo al bosco del “Poranceto”
di Valeria Magri
Esistono luoghi al mondo che ci fanno ancora sentire in simbiosi con la natura, come se questa, nel suo accoglierci, ci invitasse ad un senso di appartenenza. E poi ci facesse vivere straordinariamente avvolti in un abbraccio caldo e denso di significati. Quelli che noi stessi sappiamo dare quando ci troviamo in località che ci fanno dimenticare il senso del tempo e del limite del nostro vivere quotidiano. Uno di questi luoghi è, per me, il bosco del Poranceto nell’Appennino Tosco Emiliano, nel Parco dei laghi di Suviana e Brasimone.
C’è un posto davvero magico sull’Appennino tosco-emiliano: il Poranceto. È un parco naturale con al suo interno un Centro visite-Museo del bosco e vari percorsi didattici per le scuole: come conoscere il bosco, quali animali lo abitano, come imparare a riconoscerne le impronte. Ci troviamo immersi in un castagneto secolare. Qui le piante più giovani hanno almeno trecento anni.
Tra le tante proposte offerte ai visitatori è possibile addentrarsi, di notte, nel bosco, con una guida, per ascoltare il bramito del cervo in particolare nel periodo degli “amori”. Mi trovo lì in una domenica di ottobre. Mi incammino per un sentiero e il silenzio mi avvolge insieme ad un tiepido venticello che muove le fronde degli alberi. Ascolto il rumore del vento che, solo lì in quella dimensione di silenzio, mi arriva in modo diverso da quello di città. E poi, siamo in autunno e improvvisamente, sento il rumore delle foglie che si staccano e si posano per terra. Mi guardo attorno e vedo una coltre di foglie che copre tutto il terreno del bosco. È bellissimo. Sento, in quel momento, che sto recuperando una dimensione di ascolto inusuale; si aggiungono le voci degli animali del bosco. Mi fermo per ascoltare ed è come se avessi perduto la dimensione del tempo. È un’esperienza per me sempre nuova. Scopro che non ho mai ascoltato con sufficiente attenzione e concentrazione, non mi sono mai accorta prima d’ora di quanta vita ci sia in quel luogo. Una vita che noi facciamo fatica a scoprire, cercare, apprezzare, presi come siamo dalla fretta e dal rumore del mondo: il traffico, il suono dei telefonini… E penso che in quei momenti mi sono data il tempo…di ascoltare…di aspettare…di osservare, che cosa? La natura. Mi rendo conto, a posteriori, che il silenzio non era tale, c’era semplicemente un diverso ordine di rumori: non le voci delle televisioni o degli stereo, non il traffico cittadino, le sirene delle ambulanze ma le voci della natura. Il rumore del vento che percuote gli alberi, il cinguettio degli uccelli, il tonfo di una rana nello stagno…e poi altri ancora. È stata un’esperienza magica perché in quel momento mi sono sentita veramente in contatto con la natura, come se fossi un tutt’uno con essa, come se fossi riuscita per la prima volta a sentirla e quindi ad appartenerle. Come se lei mi avesse abbracciato. Probabilmente ciò era favorito anche da un mio stato d’animo particolarmente accogliente e desideroso di ascolto.
E penso, una volta tornata a casa, al tempo e al limite, a quel non essermi data un limite di tempo nell’esplorare quel bosco. In quel momento volevo solo ascoltare il bosco, volevo solo essere lì. Non mi veniva da guardare l’orologio, il tempo non esisteva.
Il nostro tempo in città è scandito dall’orologio, dagli appuntamenti, dalla programmazione settimanale che abbiamo scritto sull’agenda. Quello è il nostro tempo. Il tempo del lavoro, degli impegni, il tempo per stare con la famiglia. Ma sempre un tempo programmato. Un tempo che noi costruiamo: “La socioterapia vede il tempo come una risorsa: … che permette sia la percezione/progettazione/organizzazione di eventi, siano essi singoli o in serie, sia la riflessione/ricordo/rilettura di quelli già accaduti”.
Rileggendo oggi, a posteriori, questa mia esperienza penso che sia fondamentale essere in grado di dare significato al proprio tempo. E se “il limite - come dice Leonardo Benvenuti - è dare significato al tempo”, nel mio caso il tempo è quello della programmazione settimanale degli impegni lavorativi ma è anche quello del bosco, del mare, della montagna, della neve… vogliamo definire quest’ultimo tempo libero? Ma libero da che cosa? Anche l’andare nel bosco o al mare per me è impegno, concentrazione, desiderio di conoscenza e di scoperta della realtà. Così come nelle relazioni umane e durante le ore lavorative. E la riflessione oggi, di quella mia esperienza nel bosco, di quel mio sentire, mi fa pensare che solo se siamo veramente e profondamente attenti sapremo non solo cogliere il nuovo ma anche percepirlo nella sua particolarità, semplicità e complessità insieme. Questo in tutte le dimensioni della vita. Per questo, per me, dare significato al mio tempo significa vivere le esperienze, in qualunque contesto io mi trovi, sapendone trarre appunto dei significati che non siano vuoti di valore. Susanna Tamaro dice: “in cinese prestare attenzione si dice fare il cuore piccolo, dove piccolo non vuol dire meschino o oppresso, ma piuttosto capace di fare spazio ed accogliere in sé le dimensioni più sottili dell’esistente”.