Il limite e il tempo nella terza età
di Maurizio Maccaferri
Nella società occidentale tipografica, tipica dei contesti industrializzati del nostro paese sviluppatisi dal secondo dopoguerra in avanti, i tempi di vita sono fortemente cadenzati dall’alternarsi tra attività lavorativa e attività non lavorativa. La quotidianità viene suddivisa in tempo di lavoro (mediamente ripartito su cinque o sei giornate settimanali con un orario che inizia nel primo mattino per arrivare fino al tardo pomeriggio) e il cosiddetto tempo libero – libero appunto dal lavoro, dove la persona può dedicarsi ad altro. Inoltre, la vita di una persona, dopo la fase dell’infanzia e dell’adolescenza, può essere suddivisa tra vita lavorativa (mediamente tra i 30 e i 40 anni) e vita non più lavorativa, ovvero la condizione di chi abbandona il lavoro per limiti di età per essere inquadrato nella categoria economica del pensionato e come tale passare gli ultimi anni della propria vita. Non è un caso che l’inizio della cosiddetta terza età venga fatto coincidere proprio con l’inizio della pensione.
Si parla spesso del tempo limitato che una persona ha a disposizione quando lavora. Il lavoratore, secondo questa concezione, può avere la percezione di non avere abbastanza tempo da dedicare alla famiglia, agli affetti, ai propri interessi personali; tutto deve essere sacrificato all’altare dell’attività lavorativa. Tanti hanno teorizzato la centralità del tempo libero come ambito di realizzazione piena del singolo, da contrapporre all’attività lavorativa come attività alienante e disumana – si è arrivati a teorie che ipotizzavano una vera e propria liberazione “dal” lavoro.
Secondo questa concezione, il momento della pensione dovrebbe essere liberatorio: il non lavoro garantito – garantito appunto dal salario della pensione – dovrebbe lasciare spazi e tempi di vita enormi da poter sfruttare nelle maniere più congeniali. In realtà, per molte persone succede proprio il contrario: il momento della pensione va a coincidere con un momento di spaesamento, spesso anticamera di una vera e propria crisi. In questi casi il non lavoro non porta maggiore autorealizzazione ma piuttosto smarrimento, forte difficoltà di riempire e di dare significato al tanto tempo “liberato” a disposizione.
Probabilmente, le ragioni di questo mancato salto di qualità nella vita del pensionato stanno nei limiti intrinseci della concezione citata in precedenza. I limiti di una concezione tipicamente tipografica, alla base di un approccio (positivista) che introduce una forte spaccatura tra razionalità ed espressività, tra momento scientifico e momento affettivo. Il lavoro in questa concezione verrebbe collocato nel primo ambito, quale attività dominata da regole certe e precise (vedi il fordismo); l’ambito della autorealizzazione soggettiva, della creatività, del piacere, starebbe altrove. La distinzione tra lavoro e tempo libero non era invece propria della società orale, dove il lavoro assumeva una dimensione naturale e totalizzante nella vita quotidiana e il non lavoro era relegato nelle giornate di festa o quando venivano meno le capacità fisiche per lavorare.
I limiti sopracitati si palesano quando si analizzano biografie di persone che, a partire dal dopoguerra, hanno fortemente investito nella propria attività lavorativa – magari anche in maniera conflittuale, ad esempio attraverso la partecipazione ad attività sindacali – e che una volta in pensione faticano a trovare qualcosa di sostitutivo sul quale fare un analogo investimento. In questi casi il lavoro risulta sì un limite - e apparentemente viene percepito come tale – che in quanto tale è però in grado di dare un significato al tempo di vita della persona. Nel momento della pensione tale limite viene a mancare e subentrano noia, apatia, perdita di interessi, anticamera di quella crisi citata in precedenza. In altre parole, questo può essere contribuire fortemente a quella percezione di perdita di utilità tipica della terza età, possibile causa, secondo l’ipotesi di Benvenuti (vedi Stele di Rosetta de La Lentezza della terza età, Il Bradipo, rivista n. 2-3), dell’insorgere del deterioramento cognitivo nella persona anziana.
L’importanza di dare significato al proprio tempo di vita diventa quindi una necessità vitale in ogni fase dell’esistenza del singolo. Nella fase della terza età, è spesso opportuno trovare ambiti sostitutivi al lavoro in grado di suscitare analogo interesse della persona. Il proliferarsi di centri ricreativi per anziani, università della terza età, agenzie di viaggio dedicate principalmente ai pensionati, dimostra la centralità del problema. L’importante è calibrare il peso del limite, senza caricare eccessivamente di significato le attività proposte (errore commesso dallo schema del tempo libero) ma cercando di dotarle sempre di una valenza cognitiva necessaria per non alimentare quella sensazione d’inutilità estremamente dannosa per l’anziano.