Editoriale
di Leonardo Benvenuti

Il limite e il tempo

(editoriale di  Leonardo Benvenuti)

Veniamo ai lettori dopo un certo lasso di tempo dall’ultimo numero e, in questo senso, siamo stati previdenti nella scelta del nome della nostra rivista: il nostro bradipo gode della caratteristica di una lentezza direi istintuale, non programmata ma costantemente legata alle contingenze della redazione e alle Rappresentazioni di sé e del mondo possedute da essa e da quelle dei nostri lettori.

A condurre il filo del discorso di questo numero, casualmente, è proprio il tempo anche se accanto all’altro termine del limite.

Tempo, cioè? È il Khronos dei Greci o il Saturno dei Romani che inghiottiva i propri figli, essendogli stato pronosticato che uno di loro (che sarebbe stato Giove) lo avrebbe cacciato dal trono. Due considerazioni, a partire dal mito:

-    in analogia con l’operazione freudiana del narcisismo, diventa la premessa per quella che, nella nostra disciplina, prende il nome di sindrome di Crono, come traduzione socioterapeutica di una particolare forma della mania di persecuzione: una sindrome particolare che coincide con il sospetto di essere insidiati dai propri figli, naturali o culturali, dai propri allievi e in genere dai propri successori;

-    l’ulteriore considerazione riguarda proprio il tempo: il fatto che Crono ingoi i propri figli (il suo futuro) può essere letto come una sorta di metafora che coincide, nell’oralità, con una concezione del tempo che consegna agli dei il futuro, laddove nelle società tipografiche il futuro viene affrontato con l’approccio scientifico e preventivo: per queste ultime chi non pensa e non si organizza in funzione del domani è, quantomeno, uno sprovveduto. Diverso, poi, nelle due culture è l’atteggiamento verso il passato la cui imputazione: a) nell’oralità era sempre personale, tanto è vero che nel momento in cui ad un singolo fossero accaduti eventi sgraditi, allora avrebbe fatto riferimento ad un indovino, o a un sacerdote, che avrebbe dovuto verificare in quali occasioni lui (o la sua comunità) avesse offeso una divinità, la divinità; tipico è il caso collettivo delle epidemie, rispetto alle quali il trasportare l’effigie o la statua del santo protettore – per placarlo se adirato o invocato a difesa - diveniva uno dei principali rimedi-rifugio rispetto all’impotenza di fronte all’evento catastrofico; b) nelle società tipografiche, invece, il passato diviene l’aspetto mitico della persona, l’insieme delle ragioni del suo stato attuale, la premessa delle sue fortune o il luogo dei motivi dei suoi insuccessi.

 

Non a caso, direi, l’utilizzo da parte di S.Freud di etichette prese dai miti del passato. Ma tale abitudine finisce con l’avere come contraltare una curiosa conseguenza: nella logica della persona autoreferente - del soggetto e cioè di colui che rispetto alle proprie azioni si ritrova ad essere contemporaneamente attore e giudice – egli finisce con l’essere un giudice che, all’occorrenza e troppo spesso, evita accuratamente ed opportunisticamente ogni referenza a valori, laici o religiosi che essi siano, anche nel caso in cui egli sostenga di credere in essi.

L’autoreferenza obbliga il soggetto a considerare i meriti come assolutamente autoriferiti, mentre le colpe vengono, troppo spesso, eteroattribuite, per cui se si vince siamo noi ad averne i meriti, se si perde la colpa è degli altri, dai nemici agli amici, ai genitori, alla forma educativa, alla società, ecc. ma non mai nostra: curiosamente questa finisce con l’essere una situazione particolare che permette al soggetto, sotto l’egida ad esempio di motivazioni legate all’inconscio, di potere anche agire indipendentemente dai propri principi, dal proprio credo sociali o religiosi pur di raggiungere i propri scopi, o meglio i propri desideri e piaceri. Quello che sembra contare è solo il risultato, mentre scivolano in secondo piano i modi in cui lo si è ottenuto. È la circolarità dell’autoreferenza.

Ritornando alla prima parte del titolo, essa riguarda il concetto di limite: il limes dei latini – che verrà più volte richiamato negli articoli di questo numero - la linea, il solco, le pietre che servivano a separare due campi limitrofi ma che, nella nostra ottica, servono non solo per separare ma anche per unire. La protezione dei limiti o termini veniva garantita dagli dei o, per meglio dire, da una divinità detta appunto Limite o Termine, una delle tante attribuzioni di Giove che ci riporta a quanto detto in precedenza: ma questo, ancora una volta, ci richiama al tema di fondo e cioè al nesso che ci deve essere nelle relazioni tra le persone, o tra i sistemi sociali, o tra le nazioni, oppure tra i diversi periodi di vita del singolo. Ad essere chiamata in causa è la relazione che lega entità singole – che, ricordo, possono essere persone, sistemi sociali, nazioni, proprietà, periodi della vita, ecc. – a situazioni spazio-temporali diverse, relazione che risulta essere legata in maniera strettissima a valutazioni riguardanti le reciproche attinenze tra passato, presente e futuro: che siano pretese derivanti dal passato; esigenze riguardanti il presente; proiezioni riguardanti il futuro.

Il limite potrebbe essere visto come l’ideale linea di demarcazione spazio-temporale tra tali entità, funzione della capacità della persona di riuscire ad individuare e a gestire il collegamento tra di esse; o, eventualmente, il riuscire a distinguere tra di esse. Mentre referenza ed autoreferenza finiscono con l’essere le caratteristiche ideali di unione/distinzione tra società orali e società tipografiche; e, forse e sotto nuova forma, anche di quelle neo-orali.

 

In questo numero vedremo di agganciare quanto introdotto con i contenuti degli articoli.

All’inizio vi è il contributo di K. De Simone che riguarda un’analisi di un periodo particolarmente importante della sua vita, la nascita dei figli, nei termini dei rimpianti e dei rimedi da lei escogitati e che vedremo di leggere nell’ottica di quanto introdotto nell’editoriale.

Seguono tre contributi del tutto diversi sui due temi del presente numero: una di Hazem Cavina maggiormente riflessiva che è un’interpretazione sociologica a forte stampo luhmanniano che pone in risalto l’importanza del presente, rispetto al passato e soprattutto al futuro, mentre il limite “diventa il limite della capacità elaborativi e creativa”; l’altra di Stefania Ottaviano più legata alla spontaneità di una persona entusiasta e aperta alla vita, la sua è una fresca e giovane visione del nostro argomento, posta, in particolare, in forma interrogativa, che finisce nella forte metafora di una visione del limite e del tempo come futuro da affrontare “come il vasaio modella la terracotta”; la terza di Marco Bennici ci suggerisce, nel legame tra i due termini, una contrapposizione che incarna “tutto il mistero della vita dell’uomo”, a partire dalla “sacralità” di quello di limite, pietra di separazione garantita da una divinità, al tem-no del riferimento etimologico greco che indica anch’esso una separazione: entrambi indicatori di “due concetti archetipici, frutto della stessa finitudine dell’uomo”, potrebbe fare pensare ad un inno alla soggettività, nel momento in cui tale fase evolutiva dello sviluppo dell’uomo sta mostrando tutti i suoi limiti, verso nuove forme organizzative.

Seguono i lavori: di Ilaria Giacometti, una riflessione sui legami tra culture orali, con i loro emigranti soprattutto bambini, e la nostra cultura: il tutto rivisto nella stele di Rosetta sia dal punto di vista quasi turistico dell’autrice, sia da quello di un’abitante di tali paradisi che si è ambientata nel nostro paese; di Maurizio Maccaferri una rilettura di limite e tempo rispetto alla persona, rispetto alla singola persona nel suo evolvere da lavoratore a pensionato, e cioè libero dal lavoro; di Valeria Magri lo stupore di chi scopre, nella magia di un parco naturale e nei suoi castagneti secolari, “un diverso ordine di rumori” rispetto a quelli tipici, non liberi, e direi sgarbati sia nelle tonalità che nel loro inquadramento senza scampo degli orologi, delle nostre città; di Gennaro Ponzo che, dopo vari riferimenti ad autori diversi, scopre la distinzione tra attività mentale diurna, legata ad una logica lineare, e notturna, non lineare e simile a quella delle culture orali; di Mattia Mascone che riflette sulla riunione di redazione.

Infine vi sono una riflessione di Valeria Magri su di un seminario di formazione per giornalisti tenuto più di un anno fa ed una serie di riflessioni a cura di Raffaele Facci.

 

Leonardo Benvenuti